Archivi del mese: maggio 2010

Riconciliazione…

“Nel giro di qualche ora dal mio arrivo in Pakistan alcune delle pagine di questo libro sarebbero state emblematicamente annerite dal fuoco e schizzate dal sangue e dalla carne di corpi dilaniati dalle devastanti bombe dei terroristi.
Il massacro che ha accompagnato i gioiosi festeggiamenti per il mio ritorno è stato una raccapricciante metafora della crisi che si apre davanti a noi e del bisogno di un illuminato rinascimento sia all’interno dell’Islam che nei rapporti tra l’Islam e il resto del Mondo…”

Benazir Bhutto

Titolo: Riconciliazione: l’Islam, la democrazia, l’Occidente
Autore: Benazir Bhutto
Ed: Bompiani, 448 pagine, 20 euro.

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Ecco come la jihad ha plagiato gli afghani

Tamim Ansary è nato a Kabul nel 1948 da padre afghano e madre americana. A 16 anni si è stabilito negli Stati Uniti, dove si è dedicato molto presto alla divulgazione storica. È diventato famoso dopo l’11 settembre per una mail pubblica dove spiegava il punto di vista di un afghano-statunitense sull’attentato. Nel testo descriveva i talebani e Bin Laden alla stregua dei nazisti, ma faceva anche notare che la maggior parte degli afghani erano loro «prigionieri», sconsigliando l’uso massiccio delle bombe e un’invasione non mirata. Da allora ha scritto molti libri per approfondire il rapporto fra Oriente e Occidente, fra cui West of Kabul, East of New York e l’ultimo, appena pubblicato da Fazi, Un destino parallelo . Ansary lo presenterà al festival «èStoria» di Gorizia.

Professor Ansary, dopo l’11 settembre lei, come afghano-statunitense, mandò un’appassionata mail discutendo l’attacco dalla sua particolare prospettiva. A dieci anni di distanza quali sono le sue valutazioni?
«Io allora dissi che bisognava distinguere fra talebani e afghani. Dopo una settimana di bombardamenti massicci persino Rumsfeld finalmente ammise che le cose non funzionavano… “Non ci sono veri bersagli da colpire”, disse. Allora gli Stati Uniti passarono a una politica più sfumata, aiutando sul campo l’Alleanza del Nord. E io credo abbiano fatto bene. Si dica quel che si vuole a proposito di quella collettanea di signori della guerra, strangolatori, patrioti e ladri: alla fin fine erano afghani e sapevano che cosa fare in Afghanistan. Ancor più importante il fatto che gli Usa siano riusciti a convincere i servizi segreti pakistani a sganciarsi dai talebani di Kabul… Insomma, si stava aprendo una finestra di buone possibilità di successo. Avrebbe potuto funzionare se gli Usa avessero sostenuto subito una ricostruzione della società civile…».

E invece?
«Invece si sono lanciati nel conflitto iracheno e l’Afghanistan è passato in seconda fila, precipitando di nuovo nel caos… Anche perché se il Pakistan ufficialmente collabora con l’Occidente, ciò che fanno alcuni pakistani è tutta un’altra storia…».

Chi sono esattamente i talebani contro cui combattiamo?
«All’origine il movimento degli “studenti religiosi” è nato durante la guerra con i russi. Sono stati rapidamente cooptati da un’alleanza di potere tra jihadisti e servizi segreti pakistani che volevano usare il movimento come cavallo di Troia per occupare l’Afghanistan. I quadri sono stati quasi tutti reclutati nei campi di esuli afghani che si trovavano sul territorio pakistano. Reclutavano soprattutto ragazzini poveri plagiandoli sin dalla gioventù… Però col passare degli anni il movimento si è frammentato e ha assunto caratteri xenofobi e localistici. Usano la bandiera dell’Islam per scatenare l’odio contro tutto ciò che viene da fuori, sia che siano gli occidentali sia che si tratti del governo di Kabul».

In Occidente si tendono a identificare afghani e talebani?
«Purtroppo la distinzione sta sparendo anche tra gli afghani. Gli islamisti che sono venuti in Afghanistan hanno sfruttato così bene le tensioni tribali e le fratture che qualsiasi membro delle tribù che si oppongono al governo può venir etichettato come talebano».

Si parla spesso della necessità di trattare con i talebani e di trovare un modo di reintegrarli nella società afghana…
«La questione: è reintegrare chi in che cosa? È vero che molti di quelli coinvolti nella rivolta talebana sono solo contadini che lottano per sopravvivere. Se gli si dessero delle possibilità probabilmente le coglierebbero… Solo che non esiste una società civile afghana che per queste persone rappresenti qualcosa. E non è solo una questione di soldi, non basta dargli qualcosa più di quello che gli danno i talebani».

Ma allora come difenderci dai terroristi e dai talebani? Due soldati italiani sono stati appena uccisi…«Mi spiace molto per i vostri soldati, ma sul caso specifico non so abbastanza per non parlare a sproposito… In generale solo un governo afghano stabile e forte può creare una società che chiuda le porte del Paese al terrorismo. E questo non si può ottenere se non con le tecniche specifiche e i trucchi della politica afghana. Non basta la forza. Se mai accadrà, accadrà attraverso manipolazioni, pagamenti, matrimoni combinati, concessioni strategiche, appelli alla legislazione islamica, compravendite di cavalli, frodi… L’Occidente non ha idea di come maneggiare una cosa del genere…».

Non è comunque una soluzione semplice…
«Dio mi scampi dal dare l’impressione di avere soluzioni certe. Si sono fatti errori in passato e ora rimediare è difficilissimo. Se le forze occidentali si ritirassero milioni di afghani modernisti che vivono nelle città soffrirebbero orribilmente. Se invece non si ritirassero i talebani userebbero la loro presenza per rinforzare la “narrativa” sull’invasione straniera. Le limitazioni che le forze occidentali si impongono per non colpire i civili le rendono vulnerabili, ma se colpiscono i civili… E così via. Le buone notizie vengono dalle piccole cose. La questione è se sia possibile investire in un cambiamento lento mentre contemporaneamente si viene colpiti e sabotati».

In Un destino parallelo lei ha cercato di far percepire a un lettore occidentale che cosa significhi appartenere alla comunità islamica. La percezione degli eventi è davvero così diversa?
«Sì e no. Un pezzo del mondo islamico si è, come dire, occidentalizzato. Questo contatto con l’Occidente ha allargato i conflitti interni e i disagi psicologici. Soprattutto in società come quella pakistana in cui c’è una grossa divisione tra i modernisti che vivono nelle città e la realtà tribale dei villaggi… Quando poi i modernisti, come molti islamici che vivono in Europa, non riescono più a far convivere le due polarità, c’è chi ripiomba in maniera fortissima nel versante islamista».

Che cosa gli occidentali proprio non capiscono dell’Islam?«Molti credono che l’Islam sia una religione che permea una società. Ma non è così. L’Islam è una società, è totalizzante. E molti musulmani che all’interno di questa società accettano e predicano valori come la fratellanza e la pace. Non riescono però a rendersi conto che vanno praticati anche al di fuori dei confini di questa comunità e delle sue regole. Questo gioca a tutto vantaggio di chi vuole fomentare lo scontro».

Per lei che vive sospeso tra questi due mondi facendo da ponte, non deve essere facile…
«Spero che niente di quanto le ho detto dia l’impressione che la questione sia facile. In caso contrario devo essermi spiegato male».

Fonte: Il Giornale.

Il fascino dell’ignoto

“Oggi, rispetto a ieri, i giovani usufruiscono di una straordinaria ampiezza di informazioni; il prezzo è l’effetto ipnotico esercitato dagli schermi televisivi che li disabituano a ragionare (oltre a derubarli del tempo da dedicare allo studio, allo sport e ai giochi che stimolano la loro capacità creativa).
Creano per loro una realtà definita che inibisce la loro capacità di “inventare il mondo” e distrugge il fascino dell’ignoto…”

Rita Levi Montalcini

Nucleare iraniano: accordo con Brasile e Turchia

L’Iran ha raggiunto un accordo per lo scambio di combustibile nucleare con Brasile e Turchia.
Lo ha annunciato il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davutoglu, da Teheran, dove sono in corso i negoziati tra le autorità iraniane, il presidente brasiliano Lula, e il premier turco Erdogan.
I due leader stanno cercando di trovare un accordo complessivo che sblocchi lo scambio ed eviti all’Iran una nuova tornata di sanzioni.
Secondo l’intesa originaria, siglata a Vienna il 1 ottobre scorso, Teheran avrebbe ceduto 1.200 kg di uranio arricchito al 3,5% in cambio di barre di combustibile raffinato al 20% processate prima in Russia e poi in Francia. “Abbiamo raggiunto un accordo dopo 18 ore di trattative”, ha spiegato Davutoglu ai giornalisti specificando che l’annuncio formale sarà dato lunedì dopo l’ultima revisione del documento da parte del presidente iraniano, Mahmoud Ahmdinejad, del brasiliano Lula e del turco Erdogan.
“Informeremo in settimana l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) di questo accordo”, che prevede uno scambio di uranio arricchito iraniano al 3,5% con combustibile altamente arricchito per il reattore medico di Teheran. “L’Aiea deve informare il gruppo di Vienna (Stati Uniti, Russia, Francia) di questa posizione”, ha aggiunto.

Fonte: TGCom.

Ritorno ad Astrachan: dove i musulmani proteggono le chiese

Basta il nome per evocare il lusso di pregiatissime morbide pellicce, ma questa città di oltre mezzo milione di abitanti, sorta su dodici isole separate dai canali e perciò battezzata la Venezia del Caspio, è anche un florido centro commerciale che deve la sua ricchezza al petrolio e al caviale.
Rasa al suolo nel Medioevo da Tamerlano, aggredita nel ’500 da Ivan il Terribile (vicenda che ispirò l’incandescente «Oratorio» di Sergej Prokofiev), sgominata dai cosacchi, devastata da una serie di paurosi incendi e infine decimata dal colera nel 1830, Astrachan ebbe sorte migliore sotto Pietro il Grande, che fece costruire i cantieri navali, e durante il regno di Caterina II, che avviò le strutture industriali gettando le basi della prosperità odierna.

Ciò che vide il giovane ufficiale austriaco e scrittore Joseph Roth quando vi sbarcò negli anni Venti su un battello a vapore era un «mondo di poveri», di bambini che «vivono d’aria e di sventura», di scaricatori di porto che si sbronzano d’acquavite «e cantano come condannati a morte: mentre le città che s’incontrano lungo i 3.531 chilometri del Volga—il più lungo fiume europeo—sono le più tristi che io abbia mai visto».

Facendo il percorso inverso —ma in treno, non in barca—sulla sponda occidentale del fiume (ancora ghiacciato ai primi d’aprile), i grossi e piccoli centri abitati lungo la strada da Astrachan a Nizhny-Novgorod (la ex Gorky, per dirla con risparmio di ostiche consonanti) non mi sono parsi così deprimenti: né avrebbe potuto essere diversamente se si tiene conto che dal viaggio di Roth, nell’estate del ’26, ad oggi, sono passati quasi cent’anni e la fisionomia della Russia è stata drammaticamente alterata da rivoluzioni e guerre. Se l’odore (o il profumo) del pesce ti dà la nausea, Astrachan è città da evitare, nel modo più assoluto: perché esso ti insegue e perseguita ovunque, sprigionandosi giorno e notte dalle bancarelle del mercato coperto dove sono stivati quintali e quintali di lucci, siluri, carpe, storioni, aringhe affumicate. Tutta merce di ottima qualità che viene ulteriormente aromatizzata, in cene pantagrueliche, da un diluvio di ettolitri di vodka.

I cronisti del più importante quotidiano locale lamentano che nel delta del Volga la presenza degli storioni — dalle cui uova si ricava il caviale—si sia via via diradata facendone temere l’estinzione: «Negli anni Ottanta — precisa uno dei redattori — è stato raggiunto il punto più alto dello sfruttamento intensivo dello storione rosso, da cui si è potuto estrarre dal 13 al 22 per cento di caviale. Ma ora anche gli iraniani, sfruttando il Caspio, ne producono grosse quantità e ci fanno concorrenza. Non lo mangiano per motivi religiosi e quindi lo esportano all’estero col massimo profitto». Un’altra minaccia è costituita dal bracconaggio sempre più intenso nella regione del Daghestan, dove i bucanieri, talvolta con la complicità della polizia locale, catturano il pesce prima che arrivi ad Astrachan. Contro di loro le autorità di Mosca hanno fatto scendere in campo i «Piranas », reparti speciali cui vengono affidate le missioni più rischiose e difficili. Secondo gli esperti, occorrono 16 anni perché lo storione produca il caviale e il programma di rivitalizzazione del pesce più pregiato del Volga e del Caspio è alla fine «molto costoso». Ma quaggiù, nella retrovia meridionale se la ridono, convinti come sono che lassù a Mosca nessuno è in grado di distinguere il prodotto di valore da quello scadente e comunque il prezzo delle prelibate scatolette resta sempre molto alto. «Quello rosso—dice il collega russo che ci accompagna— si trova dappertutto, mentre di quello nero ne rimane pochissimo e beato chi se lo può permettere, come Vladimir Putin». Il raro privilegio è confermato da una foto che mostra il leader russo mentre bacia uno storione sulla riva del Volga e subito dopo, generosamente, lo ributta in acqua: «Un gesto — aggiunge il giornalista—che secondo me ha un significato preciso: oggi ci sono ricchezze più grandi del caviale, che pure rimane un grosso introito per l’economia nazionale. Ma stiamo vivendo nell’era del gas e del petrolio. Nel mare, a soli 150 chilometri da Astrachan, sono già in azione una schiera di pozzi che costituiscono la più solida garanzia per il nostro futuro».

Fortunatamente la natura è provvida e se lo storione comincia a scarseggiare ecco che i russi trovano in abbondanza nelle loro acque un altro grosso pesce, la vobla, da cui pure si ricava il caviale, che è diventato il piatto forte dei pescatori: tutta gente di insaziabile appetito e forza erculea, capace di «portare sulla schiena 240 chili» e di «stritolare una noce tra l’indice e il medio», come scrive Roth nella sua prosa omerica. Uomini che sono delle gru: e gru che solo possano essere abbattute da ettolitri di acquavite fatta in casa. Tuttavia, questo enorme patrimonio ittico viene costantemente insidiato dalle industrie che sfruttano l’acqua per accumulare energia idroelettrica, col risultato— avvertono gli scienziati—che nel Volga, nei suoi affluenti e nella rete dei canali non c’è più acqua sufficiente per le 45 mila tonnellate di pesce che vi guazzano dentro. Non stupisce che sia nato e continui a imperversare un conflitto tra la categoria dei pescatori e quella dei camici bianchi delle centrali idroelettriche. Nella periferia di Astrachan, fiumi, laghi, canali e stagni sono ancora tutti gelati. Sulla lastra di ghiaccio si vedono solo dei puntini neri, uomini e donne intenti a pescare. «Mia moglie ed io ci veniamo regolarmente— dice Larry, l’uomo che ci ha accompagnato in questa estrema solitudine, a 70 chilometri dalla città — facciamo un buco nel ghiaccio e tiriamo su i pesciolini, già belli congelati. Ma non mancano i pesci grossi. D’estate piovono qui orde di turisti, fino a un milione e mezzo di pescatori da strapazzo che noi chiamiamo selvaggi. Ma i pesci non abboccano».

Non credo sia facile tracciare una fisionomia di Astrachan, via via definita una città di profughi, di fuggiaschi, di gente in cerca di fortuna, una specie di approdo come per i pionieri del Far West. C’è però un connotato che la contraddistingue e viene giustamente sottolineato: e cioè che nella sua storia e tra le sue mura non vi sia mai stata la servitù della gleba. Retaggio che spiega in parte anche la pacifica convivenza odierna fra le due grandi etnie e le due grandi fedi religiose della popolazione: da una parte i russi ortodossi, dall’altra i tatari musulmani. Ed è perlomeno curioso che abbia affrontato l’argomento di questo straordinario fenomeno di concordia in un luogo neutro come la Cattedrale dell’Assunzione di Astrachan, una chiesa cattolica, grazie all’incontro con suor Anna, arrivata qui dal Canada francese 13 anni or sono, e con l’imam Farid, ambedue impegnati nella propria missione. «Ad Astrachan —spiega Farid—ci sono oggi più di 40 moschee, mentre prima, in un passato neanche troppo remoto, ce n’erano solo cinque. La presenza, in questa città, di 19 confessioni o fedi non ha creato mai alcun problema, al contrario. Io m’incontro spesso con suor Anna e con altri leader religiosi, mettiamo a confronto le diverse esperienze nel tentativo di appianare e superare le difficoltà che ogni Chiesa deve affrontare. Per quanto riguarda la mia religione, posso tranquillamente affermare che qui non si sono mai verificati episodi omanifestazioni di quel fanatismo islamico che ha provocato altrove gravi inquietudini e turbamenti. Non siamo mai scesi sul terreno di guerra nel nome di Allah. Avrà notato che ad Astrachan si vedono poche donne velate per le strade, anzi non ce ne sono più». La cattedrale, con le sue cupole splendenti in questa giornata di sole e d’azzurro, è stata costruita—informa suor Anna—grazie anche ai finanziamenti dei commercianti e degli industriali locali, per la maggior parte di fede islamica, che accomuna il 24 per cento della popolazione russa. «La cosa non deve stupire — aggiunge in fretta la religiosa canadese avvertendo la nostra sorpresa —. Negli anni Trenta, quando il regime ateo comunista di Mosca minacciava di distruggere tutte le chiese o farne dei magazzini e delle caserme, furono i tatari musulmani, qui ad Astrachan, a fare una catena umana attorno alla chiesa per impedire l’assalto dei militari ».

A Saratov—anch’essa sul Volga, mille chilometri a sud di Mosca, circa un milione di abitanti — la religione sembra avere un impatto più forte. Molta gente, inginocchiata sulla moquette, assiste alla cerimonia liturgica nella moschea di Rachida. «Sia l’Islam che la Chiesa ortodossa—dice l’imam—sono in piena attività e godono, ambedue, di una grande affluenza di pubblico. Le due religioni convivono pacificamente da sempre perché animate dagli stessi principi. Solo la liturgia è diversa». Il regime sovietico è intervenuto pesantemente contro l’una e l’altra fede: «La repressione ha colpito nella stessa misura la comunità cristiana come quella musulmana. Ognuna ha avuto i suoi martiri: gente ammazzata, deportata in Siberia». Queste sofferenze hanno rafforzato lo spirito religioso nella regione di Saratov, che si distingue per l’assiduità, da parte dei musulmani, ai pellegrinaggi annuali alla Mecca. «Ma — assicura l’imam— noi non siamo mai stati contaminati da quel movimento che viene definito integralismo islamico. E disponiamo di un organo interno che previene ogni tipo di estremismo ». I libri di storia informano che l’Islam approdò in questa parte del mondo nel nono secolo dopo Cristo per iniziativa dello sceicco arabo Ibn Fadlan. Attualmente, i musulmani della regione sono una piccola minoranza rispetto allo Stato totalmente islamico delle origini. L’attuale muftì di Saratov, Mukaddas Barbisov, ricorda di essere entrato nella moschea quando aveva 17 anni tra la disapprovazione dei suoi coetanei, che non vi avrebbero mai messo piede, perché — sottolinea — «durante il periodo sovietico, un credente era considerato un retrogrado, fosse esso musulmano o cristiano». Una filosofia non del tutto estinta.

Fonte: Ettore Mo per il Corriere della Sera.

Cooperazione: strutture per i disabili libanesi

La Cooperazione Italiana e l’Ambasciata d’Italia in Libano insieme all’Ong Vis hanno inaugurato oggi 14 maggio, alla presenza di Rappresentanti del Ministero dell’Ambiente, del Ministero dell’Energia e dell’Acqua e della ONG locale “Arc En Ciel”, un sistema solare termico di riscaldamento della piscina di Halba – citta’ che si trova nel nord del paese a circa 112 km da Beirut – attrezzata per soggetti diversamente abili, e un laboratorio per la fabbricazione di stampelle, treppiedi e strumenti ortopedici in alluminio.
Le due iniziative rientrano nell’ambito del progetto “Investire nella gioventù in Libano attraverso un percorso integrato che ne valorizzi le potenzialità e promuova l’inserimento sociale e professionale”, finanziato dal Governo Italiano all’interno del Programma di Emergenza ROSS per un valore di 490.000 Euro con un co-finanziamento della Provincia Autonoma di Bolzano di 8.000 Euro ed implementato dalla ONG VIS.
Obiettivo del progetto e’ quello di promuovere l’investimento sui giovani in Libano, in particolar modo su coloro che appartengono ai gruppi più svantaggiati, attraverso il loro inserimento nel mondo del lavoro e attraverso interventi (corsi di formazione in energia rinnovabile, ed in particolar modo nel settore dell’energia solare e interventi di promozione di attività generatrici di reddito gestite da giovani) che abbiano un impatto tangibile e durevole nel loro processo di crescita individuale e professionale. Il progetto mira inoltre a facilitare il confronto dei giovani provenienti dalle fasce più vulnerabili del Paese in un’ottica di dialogo interconfessionale e di promozione di una cultura di rispetto e tolleranza reciproca. Grande attenzione e’ stata posta sulle tematiche del rispetto dell’ambiente e sull’importanza dell’utilizzo delle energie rinnovabili.

Fonte: MaE

Prove di guerra fredda al confine con l’Iran

Nel desolato deserto del sudest dell’Iraq, al confine con l’Iran, possono succedere molte cose.
Qualche tempo fa un militare statunitense ha fatto un gesto di saluto a un soldato iraniano che si trovava dall’altra parte del confine. Dopo un attimo di indecisione, l’iraniano ha risposto al saluto e poi di colpo è sparito.
Gli unici rapporti tra Stati Uniti e Iran sono quelli che avvengono lungo questo tratto confuso del confine iracheno, scrive il New York Times.
Negli ultimi anni la questione del controllo del confine tra Iran e Iraq è diventata sempre più importante per Washington. I generali statunitensi hanno sempre accusato Teheran di fomentare la violenza in Iraq lasciando che le armi passino tranquillamente la frontiera.
Per questo il piano di ritiro dal paese entro il 2011 elaborato da Washington prevede che le truppe dispiegate lungo il confine orientale siano tra le ultime a lasciare il campo di battaglia. Molti, all’interno dell’esercito statunitense, mettono in dubbio la capacità degli iracheni di controllare il confine una volta che il ritiro sarà ultimato.
La provincia di Bassora, poi, è considerata dagli Stati Uniti come una zona strategica a causa dei giacimenti petroliferi.
La tensione al confine non è mai esplosa in conflitti violenti. Secondo i soldati statunitensi e iracheni, però, più di una volta gli iraniani hanno messo in atto stratagemmi da guerra fredda. Tempo fa, nella zona di Shalamcheh, hanno innalzato una grande bandiera iraniana. E ai primi di maggio un elicottero militare iraniano ha sconfinato per alcuni minuti in territorio iracheno.
Washington non è preoccupata da queste azioni, ma alcuni ufficiali hanno notato un leggero spostamento del confine proprio a Shalamcheh, un punto di passaggio importante per gli scambi commerciali e per i fedeli sciiti che vanno in pellegrinaggio in Iraq. In quella zona gli iraniani avrebbero spostato in avanti il confine di qualche decina di metri.

Fonte: Internazionale.