Archivi del mese: giugno 2010

Marea nera: cosa rischia il Mediterraneo?

Puo’ un incidente come il disastro petrolifero in atto nel Golfo del Messico accadere anche nel Mediterraneo? E’ l’interrogativo cui prova a dare risposta un articolo di Alessandro Candeloro che appare sul sito del PPRD South Programme, l’organismo europeo finanziato dall’Enpi per la cooperazione euromediterrana nella protezione civile. Evidenziando i punti critici e le misure di prevenzione poste in atto finora in particolare con la cooperazione internazionale.
In base al portale di settore Rigzone, scrive l’esperto, vi sono ad oggi 22 impianti estrattivi per il petrolio al largo delle coste mediterranee: sette in Egitto, cinque in Libia, quattro sia in Tunisia che in Italia, una in Croazia ed una a Malta. Le piu’ importanti riserve sottomarine di gas e petrolio si trovano lungo la costa adriatica italiana, nell’Egeo greco, nel golfo tunisino di Gabes e lungo le coste di Egitto e Libia. Sondaggi esplorativi sono anche in corso nelle acque di Marocco, Turchia ed Israele.
Oltre all’esplorazione, la causa piu’ importante di perdite nel Mediterraneo e’ rappresentata dal trasporto di petrolio grezzo di prodotti raffinati e residuali, tramite navigazione e condotti sottomarini. In base ai dati del Rempec – il Regional Marine Pollution Emergency Response Centre for the Mediterranean Sea gestito dall’International Maritime Organization (IMO) in cooperazione con l’UNEP Mediterranean Action Plan – tra il primo agosto 1977 ed il 31 dicembre 2007, circa 402 milioni di litri di petrolio si sono sversati nel Mediterraneo per effetto di incidenti (alcuni dei quali molto gravi, come quello della nave Haven nel golfo di Genova nel 1991) o di scarichi illeciti. L’autore cita anche il Blue Plan Report on Enviroment and Development in the Mediterranean del 2009, secondo il quale negli anni il rischio incidenti si e’ fatto piu’ marcato per quelli minori, come le collisioni in mare o gli inquinamenti di piccola scala.
Per le prime i punti piu’ a rischio sono negli stretti della Turchia e in quelli di Messina e di Gibilterrra, oltre che in tratti di mare ad alto traffico come nell’Italia del Nord e in Grecia e Francia del sud. Un’altra importante causa di inquinamento sono gli scarichi illeciti, nonostante la maggior parte dei Paesi mediterranei abbia ratificato la relativa convenzione di Marpol. Sempre secondo il Blue Plan Report, la maggior parte di tali Paesi ha siglato protocolli nazionali o regionali per la prevenzione dell’inquinamento, e sembra preparato ad affrontare emergenze, ma in alcuni casi mancherebbe ancora un’adeguata formazione del personale. Un ruolo utile puo’ dunque essere svolto dalla cooperazione regionale, quale quella offerta tramite il protocollo Unep/Map, i progetto SafeMed della Ue e le iniziative della European Maritime Safety Agency e del Mediterranean Oil Industry Group, che coinvolge le industrie. Sedici dei 22 Paesi dell’Unep Mediterranan Action Plan hanno firmato finora un protocollo specifico (ratificato da undici fino al 2009); nel 2006 e’ stato lanciato il progetto Safemed, gestito dal Rempec, mentre nel 2007 l’European Maritime Safety Agency ha acquistato cinque imbarcazioni specializzate.

Fonte: ANSAMed.

Orfani bianchi

Dopo la caduta del regime comunista in Romania, nel 1989, l’attenzione internazionale è stata catalizzata dalla situazione in cui vivevano numerosi bambini: chiusi in fatiscenti orfanotrofi, abbandonati a se stessi sulle strade e nei canali sotterranei della capitale Bucarest, vittime di abusi e del traffico di esseri umani.
A partire dal 2004, con l’intensificarsi del flusso migratorio di cittadini romeni verso altri paesi dell’Unione europea, grazie anche all’allargamento dello spazio Schengen, è cresciuto l’allarmismo per la presenza sulle strade delle principali capitali del Vecchio Continente (in particolare in Italia, Spagna e Francia) di un gran numero di minori stranieri non accompagnati di nazionalità romena, spesso coinvolti in attività illegali.
Mentre diversi paesi in Europa cercavano di capire come fare fronte a questa emergenza, in Romania l’attenzione e la preoccupazione si stava indirizzando invece ad un’altra categoria di minori in difficoltà: i cosiddetti orfani “bianchi”, ossia quei bambini figli di migranti costretti a crescere senza la presenza di uno o di entrambi i genitori.
Proprio a questo tema è stato dedicato il convegno “Left Behind” organizzato lo scorso 26 maggio a Milano dall’ Associazione L’Albero della Vita, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica italiana nei confronti di questo fenomeno.
Secondo uno studio nazionale condotto da Unicef e dall’associazione “Alternative Sociale”, nel 2008 sono 350mila i bambini romeni che hanno almeno un genitore all’estero, cioè il 7% della popolazione tra 0 e 18 anni. Di questi un terzo (126mila) hanno ambedue i genitori all’estero e hanno un’età inferiore ai 10 anni. Altri 400mila bambini hanno sperimentato l’assenza di uno dei genitori per periodi più o meno lunghi di tempo.
Le regioni romene più interessate al fenomeno sono quelle rurali ed in particolare la Moldova romena, che vede la presenza di 100mila “orfani bianchi” seguita da Transilvania, Oltenia, Muntenia.
L’Albero della vita sostiene ed è partner dell’associazione “Alternative Sociale” di Iaşi, città principale della Moldova romena. L’associazione da diversi anni si occupa di offrire sostegno psicologico ai minori che si trovano in difficoltà a causa dell’assenza dei genitori. Come spiega Alex Gulei, assistente sociale di Alternative Sociale, il problema è apparso in modo evidente nel 2004, quando la stessa polizia di Iaşi si è rivolta all’associazione trovandosi in difficoltà di fronte ad una nuova categoria di bambini e adolescenti problematici, spesso coinvolti in attività illegali.
Gli effetti della migrazione dei genitori sui bambini sono dei più vari, generalmente i bambini vivono uno stato di stress che può portare il minore da un calo della frequenza e del profitto scolastico fino al compimento di piccole attività delinquenziali; emotivamente il minore vive uno stato di frustrazione, senso di colpa e depressione che in alcuni casi ha portato all’atto estremo e drammatico del suicidio.
Lo stato romeno non è intervenuto direttamente con progetti e finanziamenti per arginare gli effetti del fenomeno, lasciando per gran parte la questione in mano alle Ong. Come nota Alex Gulei, la cosa positiva è che nel 2006 lo stato romeno ha esplicitamente riconosciuto l’esistenza del problema ed ha varato una legge che obbligava i genitori che partivano con un contratto di lavoro legale all’estero a nominare un rappresentante legale per i propri figli. Nella realtà dei fatti, però, la maggioranza dei genitori non partono dalla Romania con un contratto di lavoro e nella pratica i figli vengono semplicemente affidati a dei membri della famiglia allargata, senza preoccuparsi della loro rappresentanza legale.
In questi anni “Alternative Sociale” si è occupata del fenomeno mettendo in pratica una metodologia di intervento sociale che si rivolge non solo ai minori, ma anche ai genitori, alle famiglie allargate e all’intera comunità. L’associazione fornisce supporto psicologico a questi minori e svolge attività di informazione nei confronti della comunità, oltre che sensibilizzare i genitori con cui sono in contatto delle difficoltà incontrate dai figli lasciati soli a casa.
Il fenomeno degli “orfani bianchi” riguarda la Romania in modo particolare, poiché il flusso migratorio proveniente da questo paese si è intensificato significativamente negli ultimi anni. Si pensi che in Italia i romeni rappresentano la principale comunità di immigrati con 796.477 presenze (Istat 2009) su una popolazione totale del paese di origine di circa 22 milioni di abitanti.
Il fenomeno non riguarda solo la Romania, questo rappresenta solo una delle facce del più complesso e globale processo migratorio e che vede svilupparsi nuove dinamiche familiari nel contesto dell’ Europa allargata. La rilevanza del fenomeno è dimostrata anche da una recente risoluzione parlamentare in favore dei figli dei migranti d’Europa lasciati soli a casa, proposta dall’europarlamentare romena Rovana Plumb ed approvata nel marzo 2009, con una maggioranza di 579 voti favorevoli, 21 contrari, 13 astenuti.
Antonio Bancora dell’associazione Albero per la Vita mette in evidenza come sia indispensabile affrontare il fenomeno in chiave europea e soprattutto non concentrandosi unicamente sul problema dei bambini lasciati soli in Romania e in altri paesi, ma considerando anche le vite dei genitori che vivono distanti dai propri figli. E’ importante comprendere che siamo di fronte ad un nuovo modello familiare che è stato favorito dal processo di allargamento dell’Unione Europea, ossia quello della famiglia transnazionale. Il processo migratorio all’interno dell’UE continuerà nei prossimi anni; migrare per cercare un futuro migliore per sé e per i propri figli è una libertà fondamentale che non può e non deve essere limitata, risulta quindi importante capire come affrontare il fenomeno cercando di ridurre le conseguenze negative per le fasce più vulnerabili della popolazione, quali i bambini.
Il convegno “Left Behind”, organizzato dall’associazione Albero della Vita e dalla Commissione Europea – Rappresentanza di Milano, ha voluto dare voce, all’interno dell’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale alle categorie svantaggiate degli “orfani bianchi” e delle loro famiglie.
Al convegno erano presenti anche numerosi genitori romeni che vivono in Italia lontani dai loro figli, che hanno manifestato il loro interesse a continuare il dibattito, organizzando durante il convegno una raccolta di firme per richiedere che anche a livello europeo si continui a porre l’attenzione su questo tema.
Come nota Antonio Bancora, in questo momento sarebbe necessario procedere con la raccolta e l’analisi di dati empirici, visto che il fenomeno non è stato fino ad ora sufficientemente studiato.
Proprio perché questo processo migratorio non può e non deve essere limitato è importante capire quale sia l’entità del fenomeno e quali possono essere le possibili soluzioni e buone prassi da applicare nei sempre più numerosi casi di famiglie transnazionali presenti sul territorio dell’Europa allargata.

Fonte: Osservatorio Balcani Caucaso.

Disastro e responsabilità

“Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare…”

Albert Einstein

Da eroe del basket a voce del Sudan: addio a Manute Bol

Sul campo di basket era sensazionale. Non era un talento, ma dalla sommità dei suoi 2 metri e 31, uno dei due giocatori più alti nella storia della Nba, riusciva a fermare l’impossibile, battendo ogni record di stoppate. Era così magro e sottile, che uno dei suoi allenatori lo paragonò a un gigantesco grillo e Woody Allen a un fax.
Ma di Manute Bol, morto l’altra sera a soli 47 anni per una rara malattia cutanea e complicazioni renali in un ospedale di Charlottesville, in Virginia, sono altri i talenti che hanno reso straordinario il suo passaggio terreno, facendone, com’è stato giustamente osservato, «un eroe e un esempio per il Sudan e il mondo».
Era nel martoriato Paese africano, infatti, che Bol aveva iniziato il suo improbabile viaggio verso la fama cestistica americana. Lì era nato, nel 1962, figlio del popolo Dinka, discendente di capi tribali, passato attraverso tutti o quasi i riti d’iniziazione: volentieri uccise un leone con una lancia, malvolentieri si sottopose ai rituali sfregi sul cuoio capelluto e all’ asportazione di sei denti. La sua vita era cambiata nel 1982, quando Don Feeley, allenatore in cerca di campioni africani, lo vide a Khartoum e lo convinse a seguirlo in America.
Bol fino a quel momento aveva soltanto fatto il guardiano di mucche e non aveva mai toccato un pallone. Ma su suggerimento di Feeley, l’anno dopo i San Diego Clippers gli fecero un contratto. Fu la prima di dieci stagioni, attraverso la University of Connecticut, Rhode Island, Washington, Miami, Philadelphia, Golden State. Dopo gli Stati Uniti, fece anche un brevissimo passaggio in Italia. Ma mai dimenticò il Sudan, di cui aveva sposato in prime nozze una figlia, Atong, dopo averne convinto la famiglia con il dono di 80 mucche. Soprattutto non dimenticò il Paese devastato dalle guerre civili tra l’élite musulmana del Nord e la popolazione cristiana animista del Sud. Anzi, tutta la sua carriera e gran parte dei soldi guadagnati da cestista li spese per aiutare rifugiati e poveri sudanesi. Manute Bol era in testa nei sit-in di protesta davanti all’ambasciata sudanese di Washington, visitava i campi dei profughi, raccoglieva fondi per alleviare la sofferenza dei suoi connazionali. «Dio mi ha guidato in America dandomi un buon lavoro, ma mi ha dato anche un cuore per guardare indietro», diceva Bol, che era cristiano. Nel 1998 era tornato in Sudan, rimanendo vittima delle dispute interne al regime. Rifiutò il posto di ministro dello Sport, respingendo la pre-condizione di convertirsi all’Islam. Lo accusarono di finanziare i ribelli cristiani Dinka, la sua tribù.
Diventò esule nel suo Paese.
Solo nel 2002 gli fu accordato l’espatrio, accolto nuovamente negli USA, questa volta come rifugiato per motivi religiosi. Il Sudan che si lasciò alle spalle sprofondava nuovamente verso il baratro della guerra civile e il genocidio nel Darfur. Bol giocò anche a hockey sul ghiaccio per raccogliere fondi. Nel 2006 partecipò alla marcia di tre settimane da New York a Washington per la libertà del Sudan, organizzata da Simon Deng, ex nuotatore sudanese suo amico.
Divenne perfino uno dei personaggi di What is the What (tradotto in italiano da Mondadori con il titolo Erano solo ragazzi in cammino), il romanzo di Dave Eggers ispirato alla vita di Valentino Achak Deng, uno dei «Lost Boys of Sudan » che fuggirono a piedi dall’ inferno e furono tra i 3800 rifugiati che vennero accolti negli Stati Uniti. «Se ognuno nel mondo fosse come Manute Bol – ha detto Charles Barkley, suo ex compagno di squadra a Philadelphia – questo sarebbe il mondo nel quale vorrei vivere». Requiem per l’uomo dei buoni canestri.

Fonte: Corriere della Sera.

Ad Herat una scuola dedicata a Maria Grazia

«Da quando sono in Afghanistan mi sembra di sentire più forte la presenza di Maria Grazia. È la prima volta dalla morte di mia sorella che un Cutuli viene qui».
Mario Cutuli, il «fratello piccolo» della giornalista del Corriere uccisa il 19 novembre del 2001, parla in un microfono che rimanda la sua voce in un’eco. Prima di lui l’hanno sperimentato il mullah e capo villaggio, le autorità del distretto e della provincia, i militari italiani, il rappresentante della Farnesina e anche un coro di bimbe hazara in foularino bianco. Ognuno a suo modo ha ringraziato gli altri per la costruzione della nuova scuola dedicata a Maria Grazia Cutuli.
Il sole è implacabile e l’ospitalità afghana fa il possibile: ai notabili col turbante arrivano cetrioli e pesche, agli stranieri si offrono bibite in lattina, da un pentolone i bambini a turno bevono limonata con un’unica tazza gialla. Mario Cutuli è commosso. Ha lavorato tanto per queste future otto classi, progettate con i criteri della bioedilizia e del risparmio energetico, immerse in un orto-giardino che servirà anche per le lezioni di un agronomo. «Otto architetti hanno contribuito gratuitamente per onorare ciò che Maria Grazia amava di più di questo Paese: il paesaggio e i bambini». È il giorno della posa della prima pietra. Ci sono stati mesi di trattative, la ricerca del villaggio, degli ok dalla politica e dalla burocrazia afghana. È una festa, ma tutt’attorno ci sono alpini, marò del San Marco, carabinieri in giubbetto anti proiettile ed elmetto, un cordone di sicurezza fatto da blindati anti mina e Land Cruiser corazzate e senza targa. La storia della scuola che verrà può già raccontare tanto dell’Afghanistan. Anche perché questa sarà la seconda scuola dedicata a Maria Grazia. La prima è a Maimanà, in un’area lontana da ogni base militare dove, nel 2004, potevano vivere senza protezione i cooperanti di Intersos che la fecero con fondi Rcs. Il villaggio di Kush Rod, invece, è a 15 chilometri da Herat dove hanno la loro caserma principale 4600 soldati internazionali di cui 3.600 italiani. Il villaggio è stato scelto, tra le altre cose, anche per le garanzie di sicurezza per chi dovrà seguire i lavori, portare 50 computer e garantire il rispetto degli accordi. Perché qui, dice orgoglioso Said Ahmad, il capo villaggio, «siamo tutti mujaheddin, nemici dei talebani. Quando il mullah Omar conquistò Herat, su 3.000 abitanti, 2.500 scapparono in Iran con il comandante Ismail Khan».
Il distretto di Injil dove si trova il paesino è uno di più amichevoli nei confronti della Coalizione anche grazie ai buoni uffici dello stesso Ismail Khan che oggi è ministro dell’Energia. I pashtun, l’etnia che ha sorretto il movimento talebano, qui è solo il 10-20 per cento. Con le fornaci per i mattoni e i canali d’irrigazione per l’agricoltura è tra i distretti più ricchi della provincia che è la più ricca del Paese. Sempre secondo gli standard afghani, naturalmente. L’unica scuola del villaggio è un tugurio di terra battuta, caldo d’estate e freddo d’inverno, troppo piccolo per i 600 studenti. La maggioranza sono femmine visto che i maschi, spiega Jamal Sha, capo della shura, il consiglio degli anziani, «possono anche camminare un po’ di più per arrivare in altre scuole». Attenzione a rallegrarsi, è sempre Afghanistan. «Da noi i bambini non lavorano» si vanta, infatti, Haji Sufi Gulasha, proprietario di due fornaci. «Cominciamo ad assumerli solo dai 10 anni». «Tentiamo di portare il buon governo, non siamo un semplice imbuto attraverso il quale passano i soldi per scuole, ospedali, strade». Chi parla è il colonnello Emanuele Aresu, comandante del Prt di Herat (la squadra di ricostruzione provinciale della Coalizione). È grazie al suo lavoro se, dall’Italia, la Fondazione Cutuli ha potuto preparare l’iniziativa che così, al di là o meno delle intenzioni, rientra nella strategia del generale americano McChrystal: premiare le aree favorevoli al governo di Kabul, invogliare quelle ostili a cambiare alleanza attraverso il pugno di ferro e aiuti concreti.
Un esempio viene dalla provincia di Farah, dove a comandare il distaccamento italiano è il colonnello Franco Federici. «L’anno scorso il villaggio di Shewan sulla strada 517 — racconta — era infestato di “insorgenti”». Truppe speciali Usa e afghane li hanno sconfitti in autunno. «Ora sulla strada ci sono i check point della polizia afghana e noi italiani abbiamo concordato con gli anziani la costruzione di una scuola di quattro classi». Solo maschile, certo, perché dopo 9 anni di presenza internazionale, l’obbiettivo non è più quello di cambiare la mentalità, ma solo di convincere la gente che è più conveniente stare con Karzai e l’Occidente piuttosto che con il mullah Omar. La prima scuola «Maria Grazia Cutuli», quella a Maimanà, oggi non ha più assistenza internazionale diretta. La provincia è diventata troppo pericolosa per degli stranieri disarmati. La seconda sorgerà alle porte di Herat dove il Prt italiano è uno dei rari esempi di successo. «È solo una goccia, ma mi auguro che possa contribuire a riportare pace e sviluppo in questo Paese che mia sorella amava tanto» ha detto Mario Cutuli mescolando di nuovo il proprio dramma familiare con quello di una nazione intera. «Inshallah», a Dio piacendo, hanno replicato i notabili applaudendo.

Fonte: Il Corriere della Sera.

Il Ciad è al limite della sopravvivenza

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) è profondamente preoccupata per il drammatico intensificarsi della carestia nel Sahel che colpisce violentemente le popolazioni dedite alla pastorizia del Ciad. Il 75% dei pastori del Ciad soffre la fame.
L’estrema siccità ha bruciato i pascoli e prosciugato le poche fonti di acqua. La conseguenza è la moria di bestiame, che costituisce spesso l’unica fonte redditizia e alimentare per i pastori nomadi della regione. Le popolazioni indigene del Ciad centrale hanno perso in un solo anno circa il 40% del loro bestiame e sono quindi al limite della loro capacità di sopravvivenza. I pastori necessitano urgentemente di mangime per il bestiame.
Particolarmente colpiti dalla siccità sono i circa 300.000 Daza nelle regioni centrali di Kanem e Bahr El Ghazal. I Daza fanno parte della popolazione dei Toubou, che accanto ai Tuareg costituiscono la popolazione più numerosa del Sahara. Oltre il 70% dei Daza ha già perso il proprio bestiame a causa della siccità. In alcune regioni i contadini hanno perso l’intero raccolto con un ulteriore inasprimento della mancanza di cibo.
I Daza sono semi-nomadi e oltre che del bestiame vivono di un’agricoltura itinerante (transumante). Durante la stagione secca si spostano dal nord verso le regioni meridionali più umide per tornare poi all’inizio della stagione delle piogge. A causa della siccità e della mancanza di cibo degli ultimi due anni, i Daza hanno lasciato i loro accampamenti invernali molto prima del solito, il che ha però comportato l’eccessivo sfruttamento e il conseguente inaridimento dei pascoli e dei terreni nel sud del paese.
La situazione è ancora peggiore per i circa 280.000 nomadi e semi-nomadi principalmente Toubou delle regioni settentrionali di Tibesti, Ennedi e Borkou. A causa della difficile situazione e della mancanza di sicurezza solo poche organizzazioni umanitarie raggiungono la zona e gli aiuti alimentari sono insufficienti a coprire il bisogno della popolazione. Il territorio è disseminato di oltre un milione di mine antiuomo che rendono il lavoro dei cooperanti difficile e pericoloso. Le sollevazioni e gli scontri militari tra la Libia e il Ciad degli ultimi dieci anni hanno infine fortemente limitato il lavoro umanitario.
Le popolazioni nomadi e semi-nomadi costituiscono il 32% della popolazione rurale del Ciad. Essi posseggono il 75% del bestiame del paese. L’economia di allevamento (manzi, mucche, dromedari, polli e capre) fornisce il 40% degli introiti da esportazioni del paese centrafricano. Il Ciad è considerato uno dei paesi più poveri del mondo posizionandosi al 170esimo posto nella lista dei 177 paesi sviluppati.

Fonte: APM.

Che pena, la mia azione umanitaria usurpata adesso dai barbari…

Evidentemente non ho cambiato posizione. Continuo a giudicare «stupido», come dissi il giorno stesso a Tel Aviv in un acceso dibattito con un ministro di Netanyahu, il modo in cui è stato condotto l’assalto, al largo di Gaza, contro la Mavi Marmara e la sua flottiglia. E se ancora avessi avuto un minimo dubbio, l’abbordaggio della settima nave, quel sabato mattina, senza alcuna violenza, avrebbe finito col convincermi che esistevano altri modi di operare per evitare che la trappola tattica e mediatica tesa a Israele dai provocatori di Free Gaza si richiudesse così, nel sangue. Detto e ridetto questo, nemmeno si può accettare l’ondata di ipocrisia, di malafede e, in ultimo, di disinformazione che sembrava aspettare solo un pretesto per dilagare nei mass media del mondo intero, come ogni volta che lo Stato ebraico commette un errore.

Disinformazione. La formula, ripetuta fino alla nausea, del blocco di Gaza imposto «da Israele», mentre la più elementare onestà vorrebbe già che si precisasse: da Israele e dall’Egitto; congiuntamente, dai due lati, dai due Paesi che distano in maniera identica dalle frontiere di Gaza; e questo con la benedizione, appena velata, di tutti i regimi arabi moderati, ben felici che altri arginino, per conto e con soddisfazione di tutti, l’influenza nella regione di un braccio armato, di una base avanzata, un giorno forse di una portaerei, dell’ Iran.

Disinformazione. L’idea stessa di un blocco «totale e spietato» (Laurent Joffrin, editoriale del quotidiano francese Libération del 5 giugno) che prende «in ostaggio» (espressione dell’ex Primo ministro Dominique de Villepin, su Le Monde dello stesso giorno) «l’umanità in pericolo» di Gaza: il blocco — non dobbiamo stancarci di ricordarlo— riguarda soltanto armi e materiali per fabbricarne; non impedisce il passaggio, tutti i giorni, in provenienza da Israele, di 100, 120 camion carichi di viveri, medicinali, materiale umanitario di ogni genere; l’umanità non è «in pericolo» a Gaza; dire che «si muore di fame» nelle strade di Gaza-City significa mentire. Che il blocco militare sia o non sia la buona opzione per indebolire e un giorno abbattere il governo islamo-fascista di Ismaïl Haniyeh, se ne può discutere. Ma un fatto è indiscutibile: gli israeliani che operano, giorno e notte, ai posti di controllo fra i due territori sono i primi a fare l’elementare ma essenziale distinzione fra il regime (che occorre tentare di isolare) e la popolazione (che si guardano bene dal confondere con questo regime e, ancor meno, di penalizzare, poiché gli aiuti, ripeto, non hanno mai smesso di passare). Disinformazione. Il silenzio, o quasi, nel mondo intero, sull’incredibile atteggiamento di Hamas: infatti, ora che il carico della flottiglia ha riempito la sua funzione simbolica, ora che quest’atteggiamento ha permesso di cogliere in fallo lo Stato ebraico e di rilanciare come mai prima d’ora il meccanismo della sua demonizzazione, ora che sono gli israeliani, fatta l’ispezione, a voler inoltrare gli aiuti verso i suoi presunti destinatari, Hamas blocca i suddetti aiuti al check point di Kerem Shalom e ve li lascia pian piano marcire. Al diavolo le merci passate fra le mani dei doganieri ebrei! Visto che i bambini di Gaza non sono mai stati altro, per la gang di integralisti islamici andati al potere tre anni fa con la forza, che scudi umani, carne da cannone o vignette mediatiche, i loro giocattoli o i loro desideri sono l’ultima cosa di cui laggiù ci si preoccupi. Ma chi osa dirlo? Chi si indigna per questo? Chi si da martiri» ( Guardian del 3 giugno, Al Aqsa del 30 maggio). Come ha potuto, uno scrittore della tempra dello svedese Henning Mankell lasciarsi ingannare così? Come può, quando ci dice di voler forse vietare la traduzione dei suoi libri in ebraico, dimenticare d’un tratto la sacrosanta distinzione fra un governo colpevole o stupido e la folla di coloro che non si riconoscono affatto in esso e che pure egli associa nello stesso progetto di boicottaggio insensato? Come può, la catena di sale cinematografiche «Utopia», in Francia, esattamente nello stesso modo, decidere di cancellare l’uscita di un film («A cinq heures de Paris») solo perché l’autore (Leonid Prudovsky) è cittadino israeliano?

Disinformatori, infine, i battaglioni di ipocriti dispiaciuti che Israele si sottragga alle esigenze di un’inchiesta internazionale quando la verità è, di nuovo, talmente più semplice e più logica: Israele rifiuta l’inchiesta sollecitata da un Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite dove regnano grandi democratici come i cubani, i pachistani e gli iraniani.

Un’ultima parola. Per un uomo come me, per qualcuno che è orgoglioso di avere aiutato, con altri, a inventare il principio di questo tipo di azioni simboliche (boat-people per il Vietnam, marcia per la sopravvivenza in Cambogia nel 1979, vari e diversi boicottaggi antitotalitari; o ancora, più di recente, violazione deliberata della frontiera sudanese per spezzare il blocco al cui riparo si perpetravano i massacri di massa nel Darfur), per un militante, in altri termini, dell’ingerenza umanitaria e dello scalpore che l’accompagna, c’è in questa epopea miserabile una sorta di caricatura, o una lugubre smorfia, del destino. Ragione di più per non cedere. Ragione di più per resistere alla deviazione di senso che mette al servizio dei barbari lo spirito stesso di una politica che fu concepita per contrastarli. Miseria della dialettica antitotalitaria e dei suoi rovesciamenti mimetici. Confusione di un’epoca in cui si combattono le democrazie come se si trattasse di dittature o di Stati fascisti. In questo turbine di odio e di follia c’è Israele, ma in pericolo sono anche, stiamo attenti, alcune delle conquiste più preziose, per la sinistra in particolare, del movimento di idee da trent’anni a questa parte. A buon intenditor, poche parole. assume il rischio di spiegare che, se a Gaza c’è un sequestratore di ostaggi, un profittatore senza scrupoli e freddo davanti alla sofferenza della gente e, in particolare, dei bambini, questi non è Israele ma Hamas?

Ancora disinformazione, ridicola, ma, tenuto conto del contesto strategico, catastrofica: il discorso, a Konyan, nel centro della Turchia, di un Primo ministro che fa gettare in prigione chiunque osi evocare pubblicamente il genocidio degli armeni, ma che ha la faccia tosta, di fronte a migliaia di manifestanti eccitati e che gridano slogan antisemiti, di denunciare il «terrorismo di Stato» israeliano.

Disinformazione: il lamento degli utili idioti caduti, prima di Israele, nella trappola di quegli strani individui «umanitari» che sono, per esempio nella Ong turca Ihh, adepti della Jihad, fanatici dell’apocalisse anti-israeliana e anti-ebraica, alcuni dei quali, qualche giorno prima dell’assalto, dicevano di volere «morire da martiri» (Guardian del 3giugno, Al Aqsa deI 30maggio). Come ha potuto, uno scrittore della tempra delio svedese Henning Mankell lasciarsi ingànnare così? Come può , quando ci dice di voler forse vietare la traduzione dei suoi libri in ebraico, dimenticare d’un tratto la sacrosanta distinzione fra un governo colpevole o stupido e la folla di coloro che non si riconoscono affatto in esso e che pure egli associa nello stesso progetto di boicottaggio insensato? Come può , la catena di sale cinematografiche «Utopia», in Francia, esattamente nello stesso’ modo, decidere di cancellare l’uscita di un film («A cinq heures, de Paris») solo perché l’autore (Leonid Prudovsky) è cittadino israeliano?, Disinformatori, infine, i battaglioni di ipocriti dispiaciuti che Israele si sottragga alle esigenze di un’inchiesta internazionale quando la verità è, di nuovo, talmente più semplice e più logica: Israele rifiuta l’inchiesta soliecitata da un’ Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite dove regnano grandi democratici come i cubani, i pachistani e gli iraniani. Un’ultima parola. Per un uomo – come me, per qualcuno che è orgoglioso di avere aiutato, con altri, a inventare il principio di que sto tipo di azioni simboliche (boat-people per ll Vietnam, marcia per la sopravvivenza in Cambogia nel 1979, vari e diversi boicottaggi antitotalitari; o ancora, più di recente, violazione deliberata della frontiera sudanese per spezzare il blocco al cui riparo si perpettavano i massacri di massa nel Darfur), per un militante, in altri termini, dell’ingerenza umanitaria e dello scalpore che l’accompagna, c’è in questa epopea miserabile una sorta di caricatura, o una lugubre smorfia, del destino. Ragione di più per non cedere. Ragione di più per resistere alla deviazione di senso che mette al servizio dei barbari lo spirito stesso di una politica che fu concepita per contrastarll. Miseria della dialettica antitotalitaria e dei’ suoi rovesciamenti mimetici. Confusione di un’epoca in cui si combattono le democrazie come se si trattasse di dittature o di Stati fascisti. In questo turbine di odio e di follia c’è Israele, ma in pericolo sono anche, stiamo attenti, alcune delle conquiste più preziose, per la sinistra in particolare, del movimento di idee da trent’anni a questa parte. A buon intenditor, poche parole.

Fonte: Bernard-Heni Lévy per Il Corriere della Sera.