Archivi del mese: luglio 2010

Terra e cenere

Atiq Rahimi descrive una manciata di ore durante una polverosa giornata afghana.
Ma non del Paese che conosciamo dal 2001.
Racconta della guerra con l’Unione Sovietica attraverso una microstoria, quella del vecchio Dastghìr e del nipotino Yassìn.

Devono raggiungere la cava dove lavora il loro figlio e padre, Moràd.
Un bombardamento ha distrutto parte del loro villaggio, polverizzato la loro casa, dato sepolcro istantaneo agli altri membri della famiglia.
E Moràd non sa.
Ed il vecchio attende il passaggio per la cava con una pazienza messa a dura prova dal mezzo che non passa, dal nulla intorno a lui e dall’insistenza di Yassìn.

E’ un racconto che si beve in meno di un’ora di lettura.
Ho impiegato di più.
Perché è straziante.
Dastghìr non sa come potrebbe reagire il figlio.
E negli occhi ancora l’immagine della nuora che fugge tra fiamme e macerie.
Tale è lo strazio da domandarsi più volte perché sia sopravvissuto per esser testimone di tanto orrore.
Ma non ha ancora elaborato il lutto: il dolore è ancora troppo vivo dentro di lui, non riesce a piangere, a metabolizzare. E sono troppe le fotografie che si inseguono nella sua mente. Senza concedergli nemmeno un briciolo di sonno ristoratore.

La stanchezza e l’insonnia ti spingono ogni istante tra le braccia del sonno, un sonno pieno di immagini.
Sembra che tu viva soltanto per queste immagini.
Le immagini ed i sogni di ciò che hai visto, ma che non volevi vedere.
O di ciò che devi vedere, ma non vuoi vedere.

Yassìn è diventato sordo a causa del bombardamento.
Non sente più. Ma non lo sa.
E’ convinto che i russi abbiano rubato la voce a tutti e strappato via ogni suono.
Ed il nonno non sa come spiegare, come consolare perché:

La tua lingua non ha la forza di muoversi.
O, meglio, ha la forza ma sono le parole che si sono appesantite.
Anche le parole, come l’aria, sono diventate dense e voluminose.

Uno scritto breve, scarno, essenziale.
Come il paesaggio che fa da sfondo alle figure appena accennate.
Con la polvere che uniforma ogni colore, ad eccezione del rosso e bianco del gol-e-sib dove sono avvolte le mele.
Non vado avanti oltre nella mia recensione: rischio di privarvi del piacere di scoprire alcune pagine drammaticamente commoventi.
Lo consiglierei a tutti.
In misura maggiore a giornalisti, opinionisti e spettatori che spesso, in contesto bellico, perdono di vista le tante, troppe storie come questa.
Perché ormai siamo assuefatti dai grandi numeri: 100, 200, 1000 morti.
Numeri che quasi non impressionano più.
E pochissime volte ci fermiamo a pensare cosa succederà a chi sopravvive, perché:

Le parole non ascoltate non sono parole.
Sono lacrime.

Titolo: Terra e Cenere
Autore: Atiq Rahimi
Ed: Einaudi, 82 pagine, 9 euro.

Un nuovo mandato per le truppe UNAMID nel Sudan occidentale

Dopo sette anni di scontri violenti non accenna a migliorare la situazione nel Sudan occidentale e le condizioni di vita della popolazione civile sono sempre più catastrofiche. Da maggio 2010 ad oggi, in soli 3 mesi, sono morte più di 1.221 persone durante combattimenti nel Darfur. Da febbraio 2010 più di 110.000 persone hanno abbandonato le proprie case e sono fuggite dalle violenze mentre gli scontri impediscono un’adeguata assistenza alla popolazione civile e ai profughi.
L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si appella dunque ai paesi membri del Consiglio di Sicurezza che giovedì dovranno decidere sull’approvazione di un nuovo mandato per i Caschi Blu dell’UNAMID in Darfur. L’APM chiede che venga innanzitutto garantita la sicurezza della popolazione civile e le truppe non si occupino invece, come chiesto dai paesi arabi, principalmente della ricostruzione del paese. In particolare l’APM chiede che cessi ogni tolleranza per il reiterato ostacolamento del lavoro dell’UNAMID e delle organizzazioni umanitarie in generale da parte delle autorità sudanesi.
Negli scorsi mesi le autorità sudanesi hanno sistematicamente impedito ai Caschi Blu di svolgere il loro mandato. I voli ricognitori degli elicotteri UNAMID, svolti per predisporre un’efficace tutela della popolazione civile, continuano ad essere impediti con appositi divieti di voli. Tra marzo e giugno 2010 l’UNAMID è riuscita a effettuare solo 94 voli mentre sono stati annullati i permessi per più di 90 voli. L’ONU lamenta già da tempo le crescenti restrizioni imposte dalle autorità e infatti, secondo i dati forniti dall’ONU, i divieti di volo imposti dalle autorità sudanesi riguardavano in maggio il 21% dei voli UNAMID ma hanno raggiunto in giugno il 77% di tutti i voli.
Nel primo semestre 2010 il numero dei morti in Darfur ha sensibilmente superato il numero delle vittime del 2009, durante il quale morirono nei combattimenti 832 persone.
La popolazione del Darfur è profondamente delusa dall’operato dell’UNAMID che però, senza un’attrezzatura tecnica adeguata e sufficienti mezzi finanziari, può difficilmente garantire la tutela della popolazione. Nonostante i cinque elicotteri messi a disposizione dal governo etiope continuano a mancare 18 elicotteri senza i quali è quasi impossibile controllare una regione, il Darfur, grande come la Francia. La questione degli elicotteri dell’UNAMID riflette bene la mancanza di interesse della Comunità Internazionale per la situazione nel Sudan Occidentale.
A tre anni dall’inizio del mandato, alle truppe UNAMID continuano a mancare 4.000 soldati e poliziotti per raggiungere le 25.987 unità decise nel mandato.

Fonte: APM .

Trentacinque anni al compagno Duch

Kaing Guek Eav, 67 anni, meglio noto come il «compagno Duch», direttore del famigerato carcere Tuol Sleng S-21 in cui morirono almeno 14 mila cambogiani sotto il regime dei Khmer Rossi, è stato condannato a 35 anni di carcere. La procura aveva chiesto 40 anni di carcere.
Duch ha già scontato undici anni di prigione e si è visto ridurre la pena di cinque anni per la sua collaborazione con la Corte sotto l’egida delle Nazioni Unite.
Si tratta della prima sentenza contro un rappresentante di alto livello del regime degli Khmer rossi. Kaing Guek dirigeva il penitenziario di Phnom Penh, un ex liceo trasformato in centro di torture.
Ex professore di matematica, il compagno Duch durante il processo ha ammesso di aver ucciso detenuti e torturato personalmente; ma ha detto – come i nazisti al processo di Norimberga – che obbediva agli ordini, ha affermato di essersi pentito, di essere diventato cristiano e chiesto perdono ai sopravvissuti e ai famigliari delle vittime. Aveva chiesto quindi l’assoluzione e di essere rimesso in libertà.
Non è stata fissata ancora alcuna data, invece. per il processo a carico di Khieu Samphan, 77 anni, ex capo di Stato; Ieng Sary, 83, ministro degli Esteri del regime di Pol Pot; Ieng Thirith, 76, moglie di Sary e ministro per gli Affari sociali; e Nuon Chea, 82, ideologo del regime e soprannominato «fratello numero 2». Il tribunale è stato molto criticato per l’enorme burocrazia, i costi elevati e gli scarsi passi in avanti. Dalla sua creazione nel 2005, è costato 100 milioni di dollari (arrivati da donazioni straniere), è costantemente a corto di fondi.

Fonte: Corriere della Sera.

Gli 007 italiani lanciano l’allarme cybercrime

In teoria, con un attacco informatico si possono scatenare danni enormi per uno Stato. Le minacce alla sicurezza nazionale del cybercrime, dunque, devono trovare un’adeguata risposta in termini di prevenzione e di velocità di reazione.
Ma in Italia, che pure ha fatto sforzi straordinari e può vantare alcuni livelli di eccellenza internazionale, manca un centro di coordinamento. Così la pluralità di soggetti che si impegnano contro i crimini informatici può rappresentare «un limite per la sicurezza della Nazione».
È il Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) a lanciare l’allarme in un documento di circa 70 pagine – «Possibili implicazioni e minacce per la sicurezza nazionale derivanti dall’utilizzo dello spazio cibernetico» – approvato il 7 luglio, relatore Francesco Rutelli, predecessore di Massimo D’Alema alla guida del comitato. Un testo frutto di una lunga indagine che porta a conclusioni molto chiare: ci sono, certo, «risorse e strumenti idonei» per il contrasto al cybercrime svolto finora dallo Stato, in particolare, con gli apparati di intelligence e, soprattutto, dal ministero dell’Interno attraverso il servizio di Polizia Postale e delle telecomunicazioni. Ma sono attività servite soprattutto «a colmare singoli vuoti organizzativi» mentre serve «una pianificazione strategica di contrasto alla minaccia cibernetica» che il Copasir ritiene «assente» così come è limitata, dice il documento, la «dimensione della prevenzione della minaccia». Per fare un caso concreto, basta leggere che «i processi ad alta criticità nel sistema finanziario italiano, se intaccati o manipolati», dice la relazione, possono arrivare fino a «colpire l’operatività dell’intera piazza finanziaria nazionale». Con questo quadro, il Copasir raccomanda perciò al Governo «di dotarsi di un impianto strategico organizzativo che assicuri una leadership adeguata e predisponga chiare linee politiche per il contrasto alla minaccia e il coordinamento tra gli attori interessati». Un po’ come il “cyber zar” Howard Smith, la figura inventata dal presidente Usa Barack Obama come consigliere della Casa Bianca per la sicurezza cibernetica.
Il Copasir lo dice in modo esplicito: il riferimento istituzionale dove collocare il centro di coordinamento è il Dis, il dipartimento informazioni e sicurezza guidato dal prefetto Gianni De Gennaro. Il documento, tra l’altro, analizza e apprezza il lavoro svolto dalla Polizia Postale ma rivela anche le attività e le strutture messe in piedi dai servizi di sicurezza e informazione contro i crimini informatici. C’è dunque la divisione Infosec dell’Aise, l’agenzia informazioni e sicurezza esterna diretta dal generale Adriano Santini. Ma anche la Sezione controingerenza telematica dell’Aisi, l’agenzia informazioni e sicurezza interna guidata dal generale Giorgio Piccirillo.
E lo stesso Dis, attraverso l’Ucse (ufficio centrale per la segretezza) lavora sulla sicurezza delle comunicazioni classificate e delle strutture che gestiscono informazioni riservate. Di recente, ricorda la relazione, «è stata istituita una segreteria tecnica dipendente funzionalmente dal consigliere militare del presidente del Consiglio, per favorire il coordinamento intermininisteriale delle attività nazionali, anche in consessi internazionali, sulle problematiche relative alle infrastrutture critiche comprese quelle di natura informatica». Una segreteria «distaccata presso il nucleo di Difesa civile del dipartimento della Protezione civile».
Appare evidente, insomma, come i soggetti siano molti e un punto di coordinamento diventi, a questo punto, urgente e indispensabile. E poiché il timore è che «le prossime guerre tra Stati non verranno più iniziate dalle Forze Armate, ma saranno concentrate su un massiccio utilizzo di attacchi informatici», il Copasir chiede al Governo che l’Italia si faccia promotrice, in sede internazionale, di un «Trattato per il contrasto alle minacce cibernetiche statuali».

Fonte: Il Sole 24 Ore.

Movimento culturale e morale

“La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità…”

Paolo Borsellino
(Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo, 19 luglio 1992)

Amiri di nuovo in Iran

Ne avevo parlato qui .

E’ ritornato a casa.
Come da copione, due versioni per una stessa storia.

Lo scienziato nucleare iraniano Shahram Amiri è atterrato alle 5 del mattino (le 3 ora italiana) a Teheran, dopo un’assenza durata 13 mesi. Amiri ha ribadito che la sua scomparsa è legata ad un rapimento orchestrato dalla Cia e dai servizi segreti dell’Arabia Saudita. Il sequestro, secondo il suo racconto, sarebbe avvenuto durante un pellegrinaggio alla Mecca e Medina nel giugno del 2009.
Amiri, parlando con i cronisti dopo lo sbarco, ha ringraziato gli iraniani per avere avuto fiducia in lui nonostante quelle che ha definito «le menzogne che sono state diffuse». Vale a dire le notizie circolate sulla stampa regionale e americana secondo le quali aveva fatto defezione negli Stati Uniti. Amiri è stato accolto all’aeroporto dalla moglie, dal figlio e dal vice ministro degli Esteri per gli affari legali e consolari, Hassan Qashqavi. Quanto alla sua permanenza negli Usa, lo scienziato l’ha descritta come una esperienza drammatica. «Nei primi due mesi dopo il sequestro sono stato sottoposto a torture», ha affermato, aggiungendo di essere stato minacciato di essere consegnato a Israele se non avesse cooperato e affermando che agenti dell’intelligence israeliani erano presenti ad alcuni degli interrogatori. Amiri ha aggiunto che la Cia gli ha offerto anche una somma di denaro ingente per cercare di indurlo a rimanere negli Usa e dichiarare che aveva fatto defezione. Amiri ha concluso ringraziando le autorità iraniane per quella che ha definito la sua «liberazione».
Dagli Stati Uniti, tuttavia, viene ribadita una diversa versione, ovvero che lo scienziato si sarebbe allontanato volontariamente dal suo Paese e che negli Usa avrebbe collaborato con il Pentagono e l’intelligence. Secondo il Washington Post, che cita funzionari americani, avrebbe ricevuto dalla Cia 5 milioni di dollari in cambio di informazioni sul programma nucleare iraniano. L’uomo, hanno precisato le fonti interpellate dal quotidiano, non è tenuto a restituire la somma percepita, ma avrà comunque difficoltà ad accedere a quel denaro: «Tutto ciò che ha avuto non è più alla sua portata, grazie alle sanzioni finanziarie contro l’Iran». «Se ne è andato ma non è stato così per il suo denaro. Abbiamo le sue informazioni, e gli iraniani hanno lui». Quanto alla scelta di Amiri di rientrare in Iran – scelta che ha stupito i suoi interlocutori americani secondo i funzionari citati dal Washington Post, che parlano di una collaborazione durata oltre un anno con lo scienziato, essa può essere legata, spiegano ancora le fonti, al timore di rappresaglie da parte del governo di Teheran contro la sua famiglia.

Amiri, che era svanito nel nulla durante un pellegrinaggio in Arabia Saudita nel giugno del 2009, è ricomparso misteriosamente martedì nella sezione d’interessi iraniana a Washington (l’ufficio che fa le veci di una ambasciata). Le autorità americane hanno affermato che lo scienziato era arrivato negli Stati Uniti di sua iniziativa e che liberamente ha deciso di fare rientro in Iran. Una fonte dell’amministrazione di Washington ha tuttavia detto che gli Stati Uniti hanno ottenuto da Amiri informazioni «utili». Ma Amiri, ricercatore presso l’università Malek Ashtar di Teheran, legata ai Guardiani della rivoluzione, ha negato di lavorare nel programma nucleare. «Non ho niente a che fare con Natanz o Fordo», ha affermato, riferendosi ai due siti del Paese per l’arricchimento dell’uranio, il primo già attivo e il secondo in costruzione. I lavori presso il sito di Fordo erano stati ammessi nel settembre dello scorso anno da Teheran dopo che alcuni servizi d’Intelligence occidentali avevano detto di esserne già venuti a conoscenza.

Fonte: Corriere della Sera.

Gaza: attacco alla modernità

Chiede ai pacifisti stranieri che promettono la ripresa dei loro viaggi sulle navi di portare, assieme agli aiuti per i palestinesi, anche un mixer per il suo gruppo musicale. Ma lo fa in contrasto con quello stesso regime nella striscia di Gaza che i pacifisti più o meno indirettamente aiutano contro l’embargo imposto da Israele. «Il nostro vecchio mixer è stato sequestrato dalla polizia di Hamas», spiega, con il timore che anche quello nuovo subisca la stessa sorte del primo. «Siamo vittime di una teocrazia repressiva che in nome della sua lettura distorta dell’Islam vieta la musica libera. Il loro Allah in verde non ci piace per nulla». E’ l’ironico paradosso vissuto dal ventenne Basher Bseiso, cantante molto popolare del “Gruppo della pace” (Fariq Salam) tra i giovani di Gaza amanti del “rap”. Ben riassunto dall’appello che lancia dalla sua casa Jamal Abu Al Qumsan, 43enne direttore della più nota galleria d’arte nella “striscia della disperazione”: «Grazie ai democratici di tutto il mondo che lottano contro l’embargo israeliano su Gaza. Però, per favore, potete in parallelo denunciare anche la repressione di Hamas contro le libertà intellettuali?».
Le loro sono solo due storie tra le infinite che si possono trovare nella regione. La più scottante ultimamente è quella degli attacchi contro le organizzazioni giovanili. E’ avvenuto il 23 maggio e il 28 giugno, quando una ventina di militanti armati e mascherati di Hamas hanno dato fuoco al campo estivo organizzato per gli studenti sul lungomare dalle Nazioni Unite. E alla fine di maggio, proprio il giorno del blitz dei commando israeliani contro la flottiglia pacifista che ha causato 9 morti, la polizia di Hamas qui ha chiuso ben cinque organizzazioni non governative locali. La più nota, Sharek (17 filiali nei territori palestinesi, di cui 5 nella striscia di Gaza), a sua volta si è vista bruciare due campi estivi studenteschi sulla spiaggia. Accusa uno dei dirigenti, Mohammad Aruki: «Vogliono obbligarci a chiudere i campeggi misti. Ci dicono che ragazzi e ragazze vanno separati. Così mirano a sradicare la cultura laica, cercano il monopolio sull’educazione». E’ l’ennesimo capitolo della guerra culturale in atto da tempo. Le ali più oltranziste del fronte religioso vogliono fermare la spiaggia alle ragazze, vietano la privacy alle coppiette non sposate, vedono la musica e le mode occidentali come un pericolo per la “moralità” pubblica. A chiedere spiegazioni agli esponenti di Hamas la risposta è in genere la stessa: «I ministeri, le nostre autorità civili, non c’entrano. Occorre rivolgersi alla polizia». Ma dagli agenti impera il no comment. Il più esplicito è stato Ahmed Yussef, vice ministro degli Esteri e presidente del Comitato contro l’embargo: «Israele ha il monopolio della forza. Hamas è molto più debole e cerca unicamente di imporre una sola sovranità nella striscia».
Il problema maggiore è che i testimoni, le stesse vittime, hanno paura a parlarne. Hamas è ormai un regime padre-padrone della sua gente. Punizione non vuole solo dire prigione, o persino tortura, ma piuttosto ostracismo, perdita del posto di lavoro, denigrazione, isolamento sociale. Bseiso parla con rabbia del pestaggio subito lo scorso 28 aprile. «Mi stavo spostando in moto, quando sono stato affiancato da un gruppo di miliziani delle Ezzedin Al Qassam, che mi hanno buttato a terra e picchiato con bastoni. Pochi giorni prima avevano fatto irruzione nel nostro studio e sequestrato video, telecamere, cassette. Ora, con mezzi di fortuna sto preparando una canzone di accusa contro la repressione di Hamas», dice. Il suo compagno nel gruppo, Ibrahim Ghonem, ricorda che sino al 2005, quando a Gaza e in Cisgiordania governava la stessa autorità dell’Olp costituita da Yasser Arafat nel 1994, la situazione era molto migliore: «In quel periodo nacquero almeno cinque gruppi rap a Gaza. Nessuno interferiva. Ora ci dicono che siamo agenti del Satana americano, corruttori di giovani. E il risultato è che chiunque può se ne va, emigra. Addirittura so di alcuni amici di altri gruppi rap che hanno approfittato di inviti a concerti all’estero per imboscarsi e non tornare più». A Jamal Abu Al Qumsan è andata peggio. Sino a qualche giorno fa non poteva sedere o sdraiarsi sulla schiena per le frustate subite a intermittenza tra il 5 e 12 maggio. Una punizione curiosa e molto diffusa la sua. Vieni convocato alla polizia nei centri carcerari. Non c’è molta scelta. La famigerata Saraya, nel cuore di Gaza city, è stata rasa al suolo dai bombardamenti israeliani della “Piombo Fuso” nel gennaio 2009. Restano però i Mashtal, i cinque carceri provinciali, e Ansar, dove si trovano i capi dei servizi di sicurezza. Qui inizia l’interrogatorio. «Dalle sette di mattina a sera tarda, talvolta oltre mezzanotte. La punizione più comune è tenerti conto un muro tutto il pomeriggio in pieno sole e obbligarti a esercizi assurdi. Per esempio viene ordinato di fare il ciclista, per ore e ore costretto a fingere di pedalare. Poi ti rimandano a casa. Così non figuri nell’elenco dei prigionieri, non devono neppure sfamarti. Solo ogni tanto un bicchier d’acqua. E la mattina devi essere puntuale di fronte al portone», racconta Jamal. A lui comunque è andata male. «Mi hanno accusato di corrompere le ragazze, di lasciar loro fumare il narghilè nei locali della mia galleria, addirittura di abusi sessuali. Così hanno usato cinghie e bastoni».
Ma poteva andar peggio. Fosse finito nella ex villa sul lungomare del presidente dell’Autorità palestinese a Ramallah, Abu Mazen, sarebbe restato in isolamento per mesi. Qui raccontano che le cantine sono adibite a stanze per la tortura dei “nemici dell’Islam”. Sono tecniche raffinate. Ci sono spie mischiate ai prigionieri. Meccanismi imparati direttamente dai carceri israeliani. Non esiste militante palestinese sopra i trent’anni che non li abbia sperimentati sulla sua pelle. La pressione psicologica è spesso molto più efficace di quella fisica. Fin qui tutto normale. Nei carceri del Fatah in Cisgiordania, dove la caccia ai militanti di Hamas resta aperta, le tecniche persecutorie sono molto simili. «La novità di Gaza sta nella crescente influenza dei sistemi utilizzati dai Basiji iraniani. Le teste di cuoio tra i gruppi scelti delle Ezzedin Al Qassam sono stati direttamente istruiti da loro. Il fine è quello di imporre una sorta di totale e totalizzante conformismo politico e culturale. Chiunque non si omogeneizza deve sapere che è a rischio. E pochi sono gli eroi. Spesso bastano alcune velate minacce per ottenere l’effetto voluto», sottolinea un noto commentatore locale, che parla sotto la promessa del più assoluto anonimato. Asma Al Ghuol, giornalista impegnata nella difesa delle libertà intellettuali, si è vista di recente sequestrare il computer e minacciare personalmente di essere “amorale” per la sua denuncia pubblica contro la censura a musicisti e scrittori. Una sua collega che collabora con la tv Al Arabya è stata arrestata pochi giorni fa perché scoperta dagli agenti viaggiare in auto in compagnia di un ragazzo che non era membro della sua famiglia.
Abu Omar (è un nome finto), anziano militante del Fronte per la Liberazione della Palestina, esprime la sua dissidenza in privato: produce vino di nascosto nel campo profughi di Jabalia e ne vende 100 litri l’anno. «E’ la mia sfida contro il divieto dell’alcool imposto dagli islamici, contro le ingerenze nel nostro privato, come se fossimo sotto i talebani», dice mostrando la foto di Hassan Mohammad Hajazi, suo amico e attivista assassinato da Hamas nel gennaio 2009 approfittando del caos generato dall’attacco israeliano. «Il dramma è che se mostro questa foto per la strada vengo arrestato». Sono gli effetti perversi dell’embargo israeliano. Uno scenario che ricorda da vicino quello imposto contro l’Iraq di Saddam Hussein negli anni Novanta sino alla guerra del 2003. Il blocco economico, l’isolamento, la messa all’indice generano enormi difficoltà sul piano internazionale per il regime colpito, ma lo rafforzano internamente e gli forniscono indirettamente la legittimazione agli abusi anche più gravi nei confronti delle proprie popolazioni. Sostiene Atef Abu Saief, brillante docente di scienze politiche alla locale università Al Azhar: «Hamas controlla Gaza molto meglio che un paio d’anni fa. Anche se la sua popolarità è in diminuzione. Ma questo non lo potremo verificare. Le libere elezioni, così come nel 2006, sono ormai impossibili. Al meglio, nel caso si torni alle urne, vedremo un accordo sottobanco per la spartizione dei voti con Fatah. La teocrazia di Hamas segna la fine del sogno democratico». Commenta un noto giornalista assunto dalle agenzie stampa straniere che assolutamente chiede di restare anonimo: «La differenza con l’Iraq è che nei territori palestinesi occupati da Israele nel 1967 le elezioni parlamentari del gennaio 2006 sono state stravinte in modo pulito da Hamas contro Fatah. Tra le sinistre occidentali fanno bene a puntare il dito contro i loro governi che rifiutano quel voto. Non è possibile accettare in democrazia solo i risultati che ci piacciono e rifiutare quelli sgraditi. Però adesso non ci si accorge che la popolarità di Hamas a Gaza è in caduta libera. E’ una situazione curiosa e riflette l’antica propensione palestinese a schierarsi sempre contro chi vince. Se oggi si andasse alle urne, in Cisgiordania potrebbe ottenere la maggioranza Hamas, ma a Gaza il Fatah». «Hamas come Hitler, o meglio, come gli islamici in Algeria», rincara Saief. «Ecco perché Yasser Arafat, sino alla sua morte nel novembre 2004, si rifiutò sempre di tenere elezioni con Hamas. Sapeva che un voto libero con gli islamici al governo non avrebbe mai più potuto aver luogo per il fatto molto evidente che la dottrina dei Fratelli Musulmani non dà alcun valore alla democrazia». A suo dire qui sta la debolezza di Abu Mazen: aver permesso ad Hamas di presentarsi al voto del 2006. «Si illudeva di battere il suo avversario nell’Olp locale, Mahmoud Dahlan, che in veste di capo della polizia di Arafat a Gaza e a causa dei suoi stretti legami con la Cia era fortemente impopolare. Ma non ha capito che apriva le porte a Hamas. Ora si dovrebbe tornare alle urne. Ma non avverrà più in modo pulito».
Saief ripete la teoria che va per la maggiore da Gaza al Cairo: Hamas non ha alcun interesse a mettere a rischio lo status quo, non cerca un vero accordo con Abu Mazen, non vuole il voto e neppure contatti con Israele. «Hamas è legata ai Fratelli Musulmani e l’Iran. Controlla una base territoriale, ha un progetto più pan-islamico e molto meno nazionalista. Non cerca il compromesso, vede Gaza come il rilancio della guerra santa globale. Ecco perché a farne le spese sono ora gli intellettuali e qualsiasi entità indipendente nelle zone sotto il suo controllo», aggiunge. Non è da nascondere che i perseguitati sono in genere militanti dell’Olp, o comunque legati al vecchio fronte laico della sinistra palestinese. «Atef non è credibile. E’ un intellettuale organico del Fatah, nostro nemico ideologico per eccellenza», replica per esempio Taher Al Nunu, portavoce di Hamas. E infatti Atef nel giugno 2009 si è fatto oltre una settimana di “carcere giornaliero”. Ricorda: «Non c’era violenza vera. Solo fastidio, tanta sete al sole, grande perdita di tempo e interrogatori spossanti». Ora è preoccupato. Ai primi di giugno è stato riconvocato alla polizia per 24 ore. Teme censurino il suo libro di short stories appena pubblicato in arabo: «Natura morta. Storie dal tempo di Gaza». La censura è strisciante, minacciosa, immanente. Ne parla Mohammad Aruki mostrando la zona del suo campo di tende devastato dal fuoco. Tra i capi di accusa nei loro confronti c’è anche un sondaggio condotto tra i giovani di Gaza in cui si conclude che almeno il 41% spera di emigrare all’estero. E il motivo portante di tanta disaffezione è la crescita delle accuse contro la corruzione e il nepotismo dei dirigenti islamici. I toni sono simili a quelli che imperavano contro i capi di Fatah prima del voto del 2006. Lo stesso leader di Hamas, il cinquantenne Ismail Haniyeh, si vede messo in dubbio tra l’altro per aver sposato come seconda moglie la vedova 22enne di una delle guardie del corpo di Said Siam, noto militante ucciso dalle bombe israeliane nel 2009. Sottolinea Aruki: «Per Hamas il nostro sondaggio è una grande debacle. Dimostra che i giovani non vogliono più lottare. L’embargo israeliano è terribile, ci impedisce ogni movimento, siamo in una grande prigione a cielo aperto. Però è morto lo spirito delle due intifade. Si vuole fuggire nel privato, stare bene individualmente. Una volta c’erano studenti che rifiutavano le rare borse di studio all’estero pur di restare a combattere collettivamente l’occupazione sionista. Oggi tutti vorrebbero emigrare e a bloccarci non è solo Israele. L’Egitto fa passare con il contagocce la gente da Rafah. E Hamas concede il permesso di emigrazione unicamente ai suoi militanti. Gli altri sono solo sudditi da convertire alla sua lettura dell’Islam».

Fonte: Corriere della Sera.