Archivi del mese: agosto 2010

Somalia: il ruolo dell’Italia per la stabilita’ della regione

Ferma condanna ma anche un appello alla comunità internazionale ad affrontare con determinazione la sfida del terrorismo fondamentalista islamico Al-Shabaab anche per evitare gravi conseguenze nel Corno d’Africa: sono stati espressi dal Ministro Franco Frattini dopo il “vile attacco” terroristico all’hotel Muna di Mogadiscio.

L’Italia sostiene con convinzione l’azione dell’Unione Africana che con i suoi 6mila uomini di Amison combatte le milizie islamiche fondamentaliste per evitare il collasso delle istituzioni somale e per la stabilita’ della regione. Il governo italiano continuerà nella sua attività di assistenza al consolidamento delle strutture governativo-ministeriali somale e alla formazione delle forze di pubblica sicurezza, di polizia di frontiera e andando incontro ai bisogni della popolazione con aiuti umanitari e riattivando strutture ospedaliere della capitale.

Un milione di euro sono stati stanziati a favore delle forze di sicurezza somale mentre e’ in corso un programma di formazione di funzionari polizia di frontiera a cura della nostra Guardia di Finanza, ed è in fase di definizione un programma di addestramento in Kenya, tramite l’UA, di poliziotti somali a cura dei nostri Carabinieri. L’Italia e’ impegnata proprio in questi giorni in passi congiunti UE/USA/UA in numerose capitali, africane e non, per sollecitare aiuti per il rafforzamento di AMISOM e TFG.

L’ammontare complessivo dell’aiuto finanziario dell’Italia dal 2009 ad oggi in favore delle istituzioni transitorie somale è pari a 27,2 milioni di euro. Le somme gia’ erogate sono cosi’ ripartite: 4 milioni a favore delle forze di sicurezza somale; 5 milioni di euro a favore della missione di pace dell’Unione Africana (AMISOM); 1,7 milioni di euro a favore del Governo somalo (Ufficio Primo Ministro e Ministeri degli Esteri, dell’Interno, delle Finanze e della Sicurezza Nazionale); 8,3 milioni di euro di aiuti umanitari tramite le Agenzie ONU e sul canale dell’emergenza.
Nonostante la situazione d’instabilità politica e lo stato delle condizioni di sicurezza, la Somalia permane un Paese prioritario nell’azione della Cooperazione italiana. La Cooperazione ha, infatti, ritenuto opportuno assegnare la massima attenzione ad un Paese nel quale, alla fine del 2009, circa 3 milioni di individui necessitavano di assistenza umanitaria e gli sfollati erano circa 1,2 milioni, e verso il quale tra il 1981 ed il 2009 l’Italia ha elargito contributi a dono per un totale di circa 755 milioni di euro.

La strategia della Cooperazione italiana cerca di seguire il duplice approccio di fornire assistenza, da un lato, la popolazione, e sostenere, dall’altro, le fragili istituzioni governative, in coordinamento con gli interventi della comunità internazionale. Sul medio-lungo termine rilevano i due documenti programmatici, il Reconstruction Development Programme, redatto da UNDP e World Bank, ed il Joint Strategy Paper, redatto insieme ai membri più attivi della Commissione Europea in Somalia e con la Norvegia.

La Somalia è uno dei Paesi che beneficiano dei fondi del Decreto Missioni, in base al quale il Governo italiano autorizza iniziative di cooperazione in aree di crisi umanitaria e di conflitto; nel 2009 sono stati assegnati per Mogadiscio circa 5,5 milioni di euro. Quanto al 2010, le risorse finora deliberate sono state pari a circa 3 milioni di Euro e verranno utilizzate per iniziative che contribuiscono ad alleviare le criticità somale nei settori shelter, acqua, salute ed educazione.

Particolarmente significativa l’assistenza fornita dalla Cooperazione Italiana al sistema sanitario con la prosecuzione, tramite UNOPS, del sostegno a 12 ospedali in Somalia, distribuiti in Somaliland, Puntland e Somalia centro-meridionale, con l’obiettivo di contribuire alla fornitura di servizi e migliorare la disponibilità e l’accesso all’assistenza sanitaria nelle aree selezionate per la popolazione stanziale e sfollata.

Fonte: MaE.

Olocausto

Due letture, dal mio blog parallelo.

Il piccolo Adolf non aveva le ciglia

La lista di carbone

Sono depresso…

“Sono depresso.
Nessuno intercetta le mie telefonate…”

Francesco Cossiga

Cose di questo Mondo

La storia di Jamal e del cugino Enayat ripercorre una tragedia quotidiana che passa davanti a noi ogni giorno, senza che quasi i nostri occhi riescano a coglierla.
Nel Mondo ci sono quattordici milioni e mezzo di profughi.
Quasi cinque milioni vivono in Asia.
Uno a Peshawar, punto di partenza di questa pellicola.
Ogni anno un milione di persone mette la propria vita in mano ai trafficanti di uomini.
Alcuni arrivano, molti vengono catturati dalle autorità, altri muoiono durante il viaggio.

Questo film parla di fuga.
Correr via dalla miseria senza mai voltarsi indietro, ed anche senza sapere cosa si troverà dietro l’angolo.
Ed in tutto questo il campo profughi di Shamshatoo, è come se fosse sia in mezzo che lontano dalla guerra.
Non si vedono divise, non si vedono bombe.
Ma tanti bambini sorridenti che giocano: nel loro rincorrersi però ci accompagnano, quasi a volerci far osservare meglio le condizioni in cui le loro famiglie sono costrette a vivere.
Proprio per garantire un futuro a questa nuova generazione, molti investono anche quello che non hanno per scappare da una terra tanto martoriata.

Il campo in questione è alla frontiera nord occidentale del Pakistan vivono rifugiati 53.000 profughi afghani.
I primi nel ‘79 dopo invasione sovietica.
I più recenti dai bombardamenti USA del 2001.

Jamal ha sedici anni, ed è un’orfano che lavora in una fabbrica di mattoni all’interno del campo. E’ un ragazzino gracile, ma sveglio ed intelligente.
La sua facilità nel parlare in inglese lo rende benvoluto dagli anziani del campo: grazie a lui è più facile comunicare sia con i militari che con le associazioni che portano gli aiuti alimentari e farmaceutici.
Ed è proprio la conoscenza della lingua che lo spinge ad una richiesta inusuale per la sua giovane età.
Il cugino Enayat ha deciso di partire: vuole andare a Londra per cercare lavoro e fortuna. Ed il piccolo Jamal si propone di accompagnarlo: sia come interprete ed insegnante che per trovare a sua volta un’occupazione che gli consenta di inviare un po’ di denaro ai fratelli più piccoli.
Decidono di intraprendere il percorso più rischioso, quello via terra.
Dopo un primo contatto a Peshawar, e dietro un cospicuo pagamento da parte del padre di Enayat, riescono a partire.
Tutto il loro percorso sarà su gomma.
Pullman.
Camion carichi di frutta.
Camion carichi di animali.
Camion vuoti.
E tanta, tantissima suola di scarpe.

Il viaggio sarà tremendo.
La scomodità, la mancanza di cibo ed acqua per rifocillarsi, il continuo terrore di essere scoperti e rispediti indietro, vanificando così soldi e fatica.
Ma lascio a voi il piacere di scoprire come terminerà la loro avventura.
Di scrutare i visi delle persone che incontrano, per capire se fidarsi o meno di chi si propone per aiutarli.
Di seguirli mentre abbandonano la loro terra spoglia e monocolore per addentrarsi in città lontane, piene di luci e di grandi palazzi.

Ci sono un paio di scelte stilistiche molto interessanti.
La prima è rubata al Cinema Classico: riusciamo a seguire il cammino dei ragazzi anche grazie alle cartine geografiche dinamiche che segnano il percorso lungo il quale si snoda la storia.
Un’attenzione importante: spesso si da per scontato che tutti conoscano alla perfezione la geografia del Medio Oriente. Ma così non è. Ben venga quindi un supporto come questo.
Altra soluzione notevole è l’utilizzo di differenti tecniche di ripresa.
Quasi tutta l’opera è girata con la camera a spalla, utile per descrivere allo spettatore la confusione dei protagonisti per tutte le novità che stanno affrontando.
In alcuni punti il regista sceglie di mettere da parte i colori e lasciare la scena al bianco e nero. Succede nelle scene notturne, dove il buio aumenta le paure del viaggio.
In una sequenza particolare a questo si aggiunge la slow motion.
I ragazzi, con un aiuto, devono passare a piedi la frontiera per entrare in Turchia.
Il percorso è difficoltoso a causa della neve e del freddo, che si aggiungono al buio ed al terreno impervio e sconosciuto. Il rallentare le immagini ci rende in qualche modo parte delle angosce e della stanchezza dei protagonisti.

Ricordate i bambini che giocavano all’inizio del film?
In qualche modo il gioco viene usato come filo di Arianna lungo tutta la pellicola.
Un mezzo per far sentire meno la nostalgia di casa.
Anche se ricorda i fratelli e gli amici che, sempre più lontani, attendono notizie.

E’ un film semplice, nella sua crudeltà.
Serve soprattutto per riflettere.
Non passa giorno che i telegiornali siano privi di notizie sull’arrivo di immigrati irregolari nel nostro Paese.
Forse anche per questo siamo disabituati all’emozione.
Vedere gli arrivi di massa fa ormai lo stesso effetto delle partite di cibo avariato.
Anzi, il cibo forse ci interessa maggiormente.

A mio avviso questo è più di un film.
Lo ritengo un documento prezioso: per far capire a tutti chi e cosa si nasconda davvero dietro a queste persone.
Che cercano solo di conquistare la dignità che ogni uomo ha il diritto di possedere.

Una giornata nell’antica Roma

Devo ammetterlo.
Per questo libro partivo decisamente prevenuta.
E ricredersi è stato tutto, fuorché spiacevole.

Ho intrapreso la lettura spinta da un amico che ben conosce i miei gusti riguardo alla Storia.
Il mio essere scettica deriva da un’atavica avversione per i volti televisivi (anche se di tutto rispetto) che si propongono su carta.

I miei dubbi hanno iniziato a rarefarsi sbirciando l’introduzione in libreria:

La grande Storia raccontata da tante piccole storie.
Mi sono reso conto che queste preziose informazioni sul mondo romano non arrivano quasi mai alla gente e spesso rimangono “prigioniere” nelle pubblicazioni specialistiche o nei siti archeologici. Ho quindi provato a raccontarle.
Il modo migliore per ordinare tutte queste informazioni è stato quello di seguire lo scorrere di una giornata. A ogni ora corrisponde un luogo e un volto della Città eterna con le sue attività. E così, momento dopo momento, si scopre la vita quotidiana nell’antica Roma.
[…]
Rimane un’ultima domanda: perché un libro su Roma?
Perché il nostro modo di vivere è figlio di quello romano.
Immaginate, oggi, di mettere assieme le popolazioni della Cina, degli Stati Uniti e della Russia: l’Impero romano aveva una proporzione persino superiore rispetto alla popolazione mondiale di allora…
Roma era diventata la città più popolosa del pianeta: quasi un milione e mezzo di abitanti. Qualcosa che non s’era mai visto da quando era comparso Homo sapiens…
Come riuscivano a vivere tutti assieme?
Questo libro vuole scoprire quale fosse la vita di tutti i giorni nella Roma imperiale, al momento della massima espansione del suo dominio sul mondo antico.
La vita di decine di milioni di persone in tutto l’Impero dipendeva da quello che si decideva a Roma. Ma, a sua volta, la vita di Roma da cosa dipendeva?
Era il frutto di una ragnatela intricata di rapporti tra i suoi abitanti. Un universo sorprendente e irripetibile nella storia, che conosceremo esplorando una giornata qualsiasi.

Da qui si ha un quadro chiarissimo della struttura del saggio.
Pagine godibilissime che ci conducono lungo tutte le ore di una giornata qualsiasi nella Roma antica.
Tre fattori mi hanno fatto apprezzare ogni capitolo:
– le descrizioni sono minuziose ma mai pedanti: il dettaglio dei cibi consumati nei vari pasti, la struttura degli edifici, il cambio delle monete rispetto a quello attuale, i divertimenti, il lavoro…è tutto tratteggiato in maniera precisa ma vivace, senza mai annoiare;
– tutte le raffigurazioni sono poi proposte al lettore in duplice lettura: quella dal punto di vista delle classi più agiate, e la prospettiva di quelle più umili, schiavi compresi;
– anche un’appassionata di Storia come la sottoscritta si è imbattuta in molte nuove rifiniture , ed inoltre la descrizione del “già visto” è resa particolare grazie alla prospettiva insolita scelta dall’io narrante, che non segue una persona per tutta la giornata. Ma lascia invece che il suo sguardo venga attirato ora da questo, poi dall’altro soggetto che gli passa accanto.

Si inizia allora con il risveglio, la colazione e la preparazione per uscire di casa.
Il caos delle vie, delle botteghe, della vendita del bestiame e di quella degli schiavi per poi scendere fino al Foro, alle terme e al Colosseo per lo spettacolo. Una descrizione che non ha bisogno di cadere nello splatter perché è accurata e cruda nei particolari così come si mostrava agli occhi degli spettatori.
Con la stessa mancanza di voli pindarici viene mostrato in che modo vengono trattati gli schiavi, a meno che non possiedano padroni particolarmente giusti.
Ci si muove poi rapidi, per rincasare in fretta ed evitare il buio di una notte che arriva troppo velocemente su Roma.
Ma la giornata non è al suo termine: è l’ora di cena, momento per rifocillarsi e continuare a chiacchierare di lavoro ed interessi tra le varie portate e l’intrattenimento degli schiavi.
E poi addentrarsi nell’oscurità a scrutare le camere da letto, per carpire le abitudini sessuali del tempo. Così diverse dalle nostre, ma così ben regolate.

Questa mia piccola recensione è volutamente molto breve.
Continuando ad elencare ulteriori dettagli, rischio di vanificare il piacere della vostra personale lettura.
Perché confrontandomi con altri fruitori di questo testo ho notato come diversi occhi riescano a cogliere differenti sfumature. Che è un po’ l’obiettivo di Alberto Angela: non seguirmi in modo passivo, ma guardati intorno e cogli quel che io non riesco a vedere.
A mio parere è un’ottima opera che si legge comodamente in un paio di pomeriggi.
E sono convinta che l’autore sia riuscito nel suo intento principale: fare in modo che certi minuti particolari possano essere conosciuti anche dal grande pubblico.
Per arricchire la formazione di chi già è appassionato della materia, così come per avvicinare alla Storia tutti quelli che ancora la ritengono un argomento soporifero.

Titolo: Una giornata nell’antica Roma. Vita quotidiana, segreti e curiosità
Autore: Alberto Angela
Ed: Mondadori, 331 pagine, 12euro

Giornata Internazionale del Popoli Indigeni

Mai come oggi i popoli indigeni in ogni angolo della terra sono messi con le spalle al muro. Questa è, in poche parole, la conclusione di un rapporto dell’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) stilato in occasione della Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni (9 agosto).
La documentazione raccolta sulla situazione dei popoli indigeni in Africa, Asia e America Latina dimostra le catastrofiche conseguenze della brama per l’oro, il rame, il petrolio, il gas e l’uranio, del disboscamento delle foreste e del mutamento dei corsi di fiumi dovuti a progetti idroelettrici. Le miniere situate in territori indigeni contaminano le fonti di acqua potabile e la progressiva perdita di territorio impedisce alle comunità indigene di procurarsi sufficiente cibo grazie alla caccia, alla pesca o all’agricoltura. Le comunità indigene del mondo perlopiù chiedono semplicemente di poter continuare a vivere dignitosamente e indisturbati sulla loro terra ancestrale, secondo le loro millenarie tradizioni.
Le conseguenze del cambio climatico rendono ancora più drammatica la situazione delle popolazioni indigene. I circa 32.000 indigeni Kuna dell’isola di San Blas al largo delle coste di Panama stanno infatti valutando di migrare verso la terra ferma a causa delle sempre più frequenti inondazioni delle loro terre che in alcuni casi emergono solo di un metro dal livello del mare. Particolarmente drammatica risulta essere la situazione dei circa 25.000 indigeni del bacino del fiume Xingu in Brasile. La costruzione della diga di Belo Monte nello stato brasiliano del Pará cambierà il flusso d’acqua del fiume privando la maggior parte delle comunità indigene della loro base esistenziale. Il prossimo 9 agosto i diversi popoli indigeni dello Xingu si sono dati appuntamento presso il cantiere della diga ad Altamira per un’azione di protesta.
E’ peggiorata anche la situazione degli Yanomami dell’Amazzonia brasiliana. Il governo brasiliano intende facilitare lo sfruttamento dei giacimenti di uranio presenti nella loro terra, ma si assiste però anche al ritorno dei cercatori d’oro illegali che dalla fine degli anni ’80 hanno pesantemente contaminato con il mercurio il territorio e i fiumi degli Yanomami con la conseguente morte di 1.500 persone.
La situazione non è migliore per i Pigmei Baganga del Gabon nell’Africa centrale. La fiorente industria del legname distrugge indiscriminatamente i loro boschi, la fame delle città centrafricane per “carne del bush” ha comportato la caccia intensiva senza rispetto per i tempi di riproduzione e ha lasciato le popolazioni indigene alla fame per la progressiva mancanza di selvaggina. Ciò che aspetta i Baganga, che vivono nei e dei boschi, è per i Penan nella provincia malese di Sarawak una triste realtà: dopo la completa distruzione dei loro boschi la popolazione nomade è stata costretta alla sedentarietà ed è passata da una vita dignitosa ad una vita di privazioni in cui deve ancora superare lo shock legato alla perdita di ogni riferimento culturale. Le popolazioni Papua della Papua-Nuova Guinea presto costituiranno una minoranza in casa propria a causa dei progetti indonesiani di istituire enormi piantagioni di olio di palma, riso, mais, soia e canna da zucchero sui loro territori e allo scopo trasferire sull’isola circa 600.000 Indonesiani.
I miglioramenti legali raggiunti a partire dal 1994 con il primo decennio ONU per i Popoli Indigeni sono finora rimasti solo sulla carta.
Di fatto la maggior parte degli stati nazionali non rispetta gli impegni internazionali presi e fintanto che le popolazioni indigene non verranno incluse come partner paritetici in tutte le decisioni che vanno a toccare le loro condizioni di vita, la loro situazione non solo non migliorerà ma andrà inesorabilmente peggiorando.

Fonte: APM.

L’Europa deve serrare i ranghi

Il 2010 potrebbe essere un anno cruciale per il futuro della difesa eurpea.
I paesi impegnati nella guerra ai taliban in Afganistan devono valutare l’efficacia della nuova strategia sul campo.
Nel frattempo, l’attrito diplomatico tra Nato e Ue sulla divisione di Cipro è ancora in bilico tra risoluzione e stallo a tempo indeterminato. I prossimi mesi saranno fondamentali: i membri delle due alleanze hanno molti punti di convergenza e al momento la “questione Cipro” è il più grosso impedimento ad una cooperazione più stretta e distesa.
Gli Usa e la Gran Bretagna sono impegnati ad elaborare una controffensiva efficace agli elementi che minacciano i loro interessi. Allo stesso tempo la Nato, forte del ritorno nei ranghi della Francia, cercherà una nuova concezione strategica che aumenti la sua efficacia sul campo.
Dal canto suo l’Europa dovrà capire se i nuovi meccanismi di politica estera e sicurezza introdotti con il trattato di Lisbona sono davvero in grado di agevolare e semplificare l’azione militare. Dalla fine della guerra fredda, ormai vent’anni fa, gli stati membri dell’Ue hanno provato più volte a rinnovare i protocolli strategici con la promessa di un cambiamento radicale.
Ma il risultato è stato ogni volta impalpabile, sia a livello nazionale che comunitario.
L’European union battle group, concepito nel 2004, avrebbe dovuto aumentare la rapidità dell’Europa nel raggiungere le aree di crisi nel mondo. Finora non è stato schierato neanche un battaglione.
Questa volta però è diverso, e la differenza si riassume in due parole: Afghanistan e budget.
In Afganistan è ormai lampante che né la Nato né l’Europa e i suoi membri hanno i mezzi necessari a combattere il tipo di guerra in cui sono stati trascinati dai taliban. Per vincere bisognerà adattarsi. L’aumento delle spese militari va giustificato con una maggiore efficienza. Il budget totale dei 27 stati membri della Ue è al momento quasi la metà di quello degli Usa.
L’impegno economico europeo è però frammentato, dato che ogni singolo stato deve mantenere un esercito indipendente. Di conseguenza gli investimenti, compresi quelli per la ricerca tecnologica e lo sviluppo, sono molto minori rispetto a quelli americani: 42 milioni di euro contro 166, secondo un rapporto del 2008 dell’Eda (Agenzia europea per la difesa). Di contro, i 26 stati membri dell’Eda – tutti i paesi Ue tranne la Danimarca – spendono più degli Usa in termini di personale, 106 milioni contro 93.
Gli eserciti d’Europa abbondano insomma di soldati, ma equipaggiati in modo insoddisfacente. La situazione attuale rende impellente la messa in atto della logica alla base dell’Eda: aumento della cooperazione, ricerca e sviluppo tecnologico comuni e, nel lungo periodo, creazione di un’unica economia militare interna. Al momento però l’azione dell’Eda è soffocata dall’abitudine dei 27 mebri Ue di affrontare singolarmente ogni valutazione e pianificazione strategica, un po’ come accade in generale a tutti i progetti di cooperazione. La Strategia europea di sicurezza del 2003, aggiornata nel dicembre 2008, è ancora troppo generica per essere tatticamente utile.
Gli stati europei hanno urgente bisogno di un coordinamento, perché la molteplicità e la varietà delle aree d’azione non lasciano spazio a singole valutazioni di complementarietà ed economia di scala.
Al momento, alcuni stati si concentrano sulla difesa del territorio contro un nemico immaginario, altri indirizzano le loro risorse contro nuove minacce, come gli attacchi cibernetici, altri ancora vedono le proprie forze armate esclusivamente come corpi di pace e impiegano i fondi per aumentarne le competenze più “soft”.
Lo sviluppo della Politica europea di sicurezza e difesa (Pesd) negli ultimi anni è stato guidato dai singoli stati. In assenza di una stima complessiva delle potenzialità militari dei paesi membri e delle loro complementarità, la Pesd sarà sempre meno efficace di quanto potrebbe essere, impantanata tra soluzioni ad-hoc e approcci nazionali.
L’Afghanistan è proprio il tipo di problema che mette a nudo i limiti e i costi di un groviglio del genere.

Fonte: PressEurope.