Archivi del mese: settembre 2010

Eroi, imbroglioni ed impostori

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Stop ai body scanners: costosi e non funzionano a dovere

Non hanno superato l’esame dei sei mesi di sperimentazione negli aeroporti italiani.
Così, i body scanner presto saranno congedati.
I tecnici di Enac ed Enav, gli enti che si occupano dell’assistenza in volo, sono orientati per un parere negativo nella riunione di Cisa, il comitato interministariale sulla sicurezza.
I macchinari, costati due milioni, allungano i tempi dei controlli e non sono sicuri perché non esplorano aree sensibili.
Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, i body scanner richiedono troppo tempo per esaminare una persona, più di quanto ne occorra per l’ispezione manuale. Inoltre, per il rispetto della privacy, vi sono alcune parti del corpo che vengono tenute non visibili.
Ma, proprio in quelle, eventuali terroristi potrebbero nascondere armi. E’ già successo a Natale, sul volo Amsterdam-New York della Delta Airlines, quando un nigeriano riuscì ad eludere i controlli e si imbarcò con un ordigno rudimentale nelle mutande.
Lo stop definitivo negli scali italiani non è ancora prevedibile.
Tuttavia, a Venezia e a Palermo il macchinario è già stato spento.
A Roma la decisione di non utilizzarlo più è già stata presa e ci si aspetta che anche Milano seguirà lo stesso orientamento.

Fonte: TGCom.

Sakineh vista dagli iraniani non è un’eroina

La campagna contro la lapidazione di Sakineh, la bomba atomica che da 10 anni è sempre a un anno dalla sua realizzazione, la retorica infuocata contro Israele, i dissidenti in prigione.
Così, spesso in modo riflesso, i nostri occhi sono abituati a vedere il paese degli ayatollah. L’Iran, però, non si lascia rinchiudere facilmente in un pugno di definizioni.
La sua mancanza di democrazia e trasparenza, insieme con lo sguardo talvolta ideologico dell’Occidente ne fanno un oggetto opaco, imperscrutabile. Com’è l’Iran attraverso gli occhi degli iraniani? Il quesito è cruciale ma difficile, perché parlare di politica con un iraniano è diventato quasi impossibile: i vecchi interlocutori a Teheran mettono giù il telefono appena capiscono che la chiamata arriva dall’estero, e chi accetta di parlare chiede di non essere citato. Dal voto presidenziale contestato di oltre un anno fa, la repressione è diventata soffocante.
Ironizza un professore universitario che non vuol essere nominato: «Da noi c’è libertà di espressione ma chi la esprime perde la libertà». Un’altra domanda fondamentale è quanto consenso abbia il regime e, specularmente, se il movimento verde sia ancora vivo oppure sia stato stritolato dalla repressione. Negli ultimi giorni, la discussione che anima di più gli esperti è su quanto sia profondo o apparente il dissidio del presidente Ahmadinejad con la Guida Suprema Khamenei. Con l’intrepida superficialità del reporter tentiamo qualche risposta.
L’altro giorno all’Onu, il presidente Ahmadinejad ha detto che Sakineh Asthiani, la donna che rischia la lapidazione, non è mai stata condannata, che la sentenza è ancora da stabilire. È falso, ma non è questo il punto. Ahmadinejad in formato esportazione usa un argomento caro all’Occidente che sta conducendo una campagna mediatica per salvare la donna, in modo da dimostrare a costo zero la sua volontà di apertura. Ahmadinejad in formato nazionale invece è ben contento della campagna mediatica in favore di Sakineh, che in Iran è generalmente vista come una criminale qualsiasi: gli serve per dimostrare al suo pubblico quanto sia squilibrato e fazioso il giudizio degli occidentali che trasformano un’adultera e complice di un omicidio in un’eroina della libertà. Di più, gli serve per accomunare i condannati per motivi politici ai criminali.
«Di fatto – dice un esponente del fronte riformatore che chiede di restare anonimo – in Iran la vicenda di Sakineh ha contribuito a far dimenticare decine di condannati politici imprigionati senza accusa così come i molti condannati a morte». Alcuni prigionieri politici si sono chiesti in una lettera pubblica: «Noi innocenti ogni giorno veniamo “lapidati”, perché non viene intrapresa per noi questo tipo di campagna mondiale?».
Dice un giornalista della capitale, niente nomi prego: «Qui, a causa della forte sensibilità religiosa che arriva facilmente al fanatismo, si è molto sensibili al tema dei rapporti illeciti di una donna sposata. E Sakineh è una persona che ha avuto questo tipo di rapporti. Inoltre è stata complice del suo amante nell’omicidio del marito. Immagino che molti disapprovino la lapidazione, ma certo il giudizio sul caso non è favorevole». Secondo Golnaz Esfandiari, corrispondente di radio Free Europe/Radio Liberty, una delle giornaliste più informate sull’Iran: «È difficile parlare con intellettuali e attivisti critici del regime. Loro sono ovviamente contro quella sentenza barbarica, ma è probabile che nelle piccole città la gente non abbia mai sentito parlare della vicenda. A Teheran, anche tra chi è lontano dal regime, c’è la percezione che qualcuno abbia usato il caso di Sakineh per promuovere se stesso più che la giustizia».
Spiega uno scrittore, anche lui in anonimo: «I demagoghi che governano in Iran ne approfittano per dire alla gente: vedete, per i difensori della democrazia e coloro che sono contrari alla pena di morte, il significato dei diritti umani è che una donna sposata può avere rapporti illeciti e anche partecipare all’omicidio del marito e diventare un’eroina». Ma allora bisogna assistere alla lapidazione senza battere ciglio? «No, sarebbe sufficiente che i difensori dei diritti umani distinguessero tra crimine e inaccettabilità della pena di morte. Il nostro problema non è la difesa del crimine di una persona ma la difesa dei suoi diritti. Sakineh ha violato i diritti umani (ha partecipato all’omicidio di una persona), nonostante ciò si deve difendere il suo diritto alla vita».
Parlando di Iran, la madre di tutti gli interrogativi, sia per il lettore curioso che per l’analista del Dipartimento di Stato è: che fine ha fatto il movimento verde? Stephenz Kinzer, autore del recente «All the Shah’s men» sul colpo di Stato del 1953 contro Mossadeq, ha scritto qualche settimana fa sull’Huffington Post: «Le proteste antigovernative dello scorso anno sono finite, almeno per il momento». La repressione ha funzionato: «Molta gente è infelice (è impossibile stabilire numeri esatti) ma nessuna delle persone che ho incontrato in Iran prevedeva nuove proteste nel breve periodo». Flynt e Hillary Leverett sono gli analisti che più di ogni altro hanno scritto l’epitaffio del movimento verde dalle colonne del loro sito «RaceforIran.com». La loro tesi è che dopo le elezioni contestate, il presidente Ahmadinejad ha subito sì un contraccolpo politico, ma limitato a quel segmento delle società che i media identificano con l’élite di Teheran Nord. Il governo insomma non avrebbe mai perso il consenso delle masse. Nella mancanza di dati attendibili, la visione dei Leverett ha il pregio della semplicità: la débâcle dei verdi è davanti agli occhi di tutti.
«E’ vero che le dimostrazioni sono state stroncate, che si percepisce un sentimento di rassegnazione – dice Esfandiari – ma resta tra la gente un forte senso di insoddisfazione nei confronti del governo. Credo che il regime lo sappia che si tratta di una vittoria a breve termine: lo si vede dal fatto che continua a tenere alta la pressione contro i leader riformisti come Karroubi». L’esponente riformista che vuole restare anonimo spiega: «La società vive nella paura, ma sotto le ceneri il fuoco brucia ancora. C’è ormai un grande fossato tra una grossa parte del popolo iraniano e il governo».
Il nemico principale in questo momento è la crisi economica. Ancora Esfandiari: «Quando parli con un iraniano, la prima cosa che cita è la crisi. Inflazione e disoccupazione sono la disperazione dei giovani, l’obiettivo di molti è lasciare il paese». A giorni dovrebbe passare in parlamento una legge che abolirà parte dei 100 miliardi di sussidi statali all’economia: soldi che verranno a mancare alle tasche della gente. È questo oggi il fronte più caldo per il governo, dove l’incendio potrebbe scoppiare da un momento all’altro e unire sotto un’unica bandiera tutti i segmenti insoddisfatti della società.

Fonte: La Stampa.

USA: non passa la legge sui soldati gay

Per quattro voti non è passata al Senato americano la proposta di abrogare la norma «don’t ask don’t tell» che vieta agli omosessuali dichiarati di prestare servizio nelle forze armate.
Per vincere l’ostruzionismo dei repubblicani i democratici avevano bisogno di 60 sì. Ne hanno ottenuti solo 56, mentre i no sono stati 43.
Il voto in Senato ha deluso la Casa Bianca. «Siamo delusi di non poter fare avanzare questo testo – ha detto il portavoce, Robert Gibbs – ma continueremo a cercare di farlo».
Con il voto espresso, i senatori repubblicani – adottando il cosiddetto «filibustering» (che prevede una maggioranza qualificata di 60 voti) – hanno bloccato la proposta democratica di aprire un dibattito sulla legge. I repubblicani hanno votato in modo compatto.
Si sono espresse contro la legge anche le due senatrici repubblicane del Maine Susan Collins e Olympia Snowe, che fino alla vigilia si erano dette «indecise».
I democratici si sono detti convinti che il testo sarà ripresentato entro la fine dell’anno (

Fonte: Corriere della Sera.

L’Europa e il contagio della paura

Il risultato del voto svedese assume un significato che fa della Svezia il campione dei profondi mutamenti che, da qualche anno, stanno sconvolgendo il panorama politico dell’Europa nordica un tempo immune da tempeste, nevrosi e paure endemicamente diffuse nelle regioni meridionali e orientali del Vecchio Continente. Il significato storico ed emblematico di quanto è emerso dalle urne scandinave va ben al di là di un semplice regolamento o spostamento di conti elettorali da sinistra e destra.
Gli svedesi, assuefatti da quasi un secolo a vivere in un clima di welfare blindato, abbiente, pressoché infinito, hanno determinato col loro voto una sorta d’eutanasia rivoluzionaria: hanno staccato la presa dell’ossigeno al già indebolito partito socialdemocratico, infliggendogli, per la prima volta in ottant’anni, un catastrofico calo di oltre il 4 per cento. Sempre per la prima volta una coalizione moderata di centrodestra, guidata con accortezza dal premier Fredrik Reinfeldt ed elevata alla notevole percentuale del 49,1 (un passo dalla maggioranza assoluta), è riuscita non solo a portare a termine il mandato governativo, ma potrà e dovrà impegnarsi sia pure con qualche spinosa difficoltà nella formazione di un secondo esecutivo.
Nella lineare e neutrale vicenda della Svezia contemporanea, sostanzialmente modellata e condizionata dal predominio socialdemocratico, non era ancora successo dalla fine della guerra che i conservatori crescessero al punto di conquistare due mandati di seguito.
Il primo dato impressionante emerso dalle urne è infatti la conferma di quella che l’Economist, con icasticità clinica, definisce oggi «la strana morte della socialdemocrazia svedese». Basti pensare che solo cinque anni prima il severo Guardian, influente negli ambienti laburisti, vedeva nella Svezia forgiata dai governi di Olof Palme «la migliore delle società che il mondo avesse mai conosciuto». Per anni i socialisti europei, e non solo europei, avevano ammirato e contemplato nella nazione guida della Scandinavia un socialismo democratico austero e generoso insieme, capace di combinare un fisco esigentissimo e una spesa pubblica massiccia con un’economia robusta e un’alta qualità della vita. I Paesi vicini e consimili, Finlandia, Danimarca, Norvegia, perfino l’Olanda, cercavano d’imitarne con successo la lezione che conteneva in sé anche una notevole e talora ardita tolleranza nel settore dei diritti civili, concessi sia ai concittadini sia agli stranieri immigrati.
Dopo l’enigmatico assassinio di Palme nel 1986, mai chiarito fino in fondo, le prime ombre cominciarono a oscurare il paradiso socialdemocratico di Stoccolma. Iniziò a turbarsi la sostanziale stabilità politica, presero ad aprirsi parentesi governative gestite dai conservatori, la Svezia nel 1994 siglò gli accordi per l’ingresso nell’Unione Europea. Con il progressivo allargamento verso l’Europa orientale postcomunista si profilarono, anche per gli svedesi, ormai stanchi del modello socialista, troppo fiscale con i compatrioti e troppo indulgente con gli stranieri, i due problemi insidiosi che l’Europa intera conosce da alcuni anni: la crisi economica combinata con la crisi dell’immigrazione incontrollata. Sul piano economico il governo dei conservatori moderati, eletto nel 2006, capeggiato dal primo ministro Reinfeldt e amministrato dal responsabile delle Finanze Borg, ha saputo affrontare con sagacia e competenza la crisi, senza smantellare le fondamenta del sistema socialdemocratico ma correggendone gli eccessi ideologici e ammorbidendo con interventi liberisti e maggiore elasticità gli spazi operativi dell’industria privata. Il compromesso è riuscito, il prodotto lordo è aumentato, la disoccupazione è calata. Oggi la Svezia occupa un posto d’avanguardia nell’economia mondiale. Il contrasto con la situazione stentata di non pochi Paesi europei è più che notevole: è quasi schiacciante.
Alla fine, anche su questa Svezia economicamente risanata e ristabilizzata incombe lo stesso pericolo che oggi travaglia, assieme alle regioni scandinave, tanti altri Paesi europei. Esso incombe però con forza particolarmente nevrotica a Stoccolma, a Helsinki, a Copenaghen, ad Amsterdam, nelle parti fiamminghe del Belgio: cioè proprio nei vivai delle civiltà nordiche più evolute, fino all’altroieri culturalmente più aperte alla tolleranza e alla convivenza con il diverso, con l’esule, con l’immigrato in cerca di pane e di protezione. Il retaggio di tolleranza, di carità umana, depositato in quelle gelide terre settentrionali dal protestantesimo e dalle socialdemocrazie, si è come rovesciato nella grande paura dei diversi che oggi vagano e premono a tutte le porte del continente. Il cortocircuito prodotto dalla paura per la calata in massa dei dissimili, paura ancestrale, che per facile retorica definiamo troppo sbrigativamente «xenofobia», sta fomentando perfino nella civilissima Svezia una contropartita politica. Qui, difatti, si è verificata un’ennesima «prima volta» con la rottura dello sbarramento elettorale del 4 per cento e l’entrata imbarazzante in scena dell’estrema destra del giovanissimo Jimmie Akesson. Esorcizzati non solo dai perdenti socialdemocratici di Mona Sahlin, ma anche dal vincente conservatore Reinfeldt, i «Democratici svedesi» capitanati da Akesson hanno raggiunto, pare, più del 6,5 percento dei voti al grido «restituiamo la Svezia alla Svezia». La situazione è poco piacevole soprattutto per Reinfeldt che, dopo aver annunciato che non toccherà Akesson «neppure con le pinze», potrebbe vedersi costretto a trattare una scandalosa coalizione proprio con l’intoccabile. La vittoria del centrodestra moderato è stata purtroppo incompleta: alla coalizione manca una manciata di voti per formare un esecutivo da soli.
Non sappiamo quello che potrà succedere a giorni a Stoccolma. Sappiamo invece che la paura sta dilagando per il Nord. In Finlandia stanno correndo forte i cosiddetti «Veri finlandesi» che esaltano la «dignità delle tradizioni silvane». In Danimarca sta crescendo il «Partito del popolo» che basa la sua campagna sul «pericolo immigrati». In Olanda il «Partito della libertà» di Geert Wilders ha già 24 seggi in Parlamento e intrattiene contatti sempre più stretti con i consanguinei nazionalisti fiamminghi di Vlaams Belang. Tutti, compresi i nazionalradicali di Budapest e di Bucarest, si riuniranno a fine ottobre ad Amsterdam per festeggiare l’ormai leggendario Wilders.
Si vede, insomma, che il caso svedese è tutt’altro che isolato. L’Europa si è fatta più piccola, mentre la paura, che andrebbe studiata e non solo respinta con anemica «correttezza politica», si va facendo sempre più grande e più ubiqua. Non basta condannare alla rinfusa i «cattivi». Bisognerebbe anche sforzarsi di spiegare come e capire perché sono diventati tali dal Baltico fino al Danubio.

Fonte: Enzo Bettiza per “La Stampa”.

Perché in Afghanistan non stiamo perdendo la guerra

Sergio Romano – uno dei più acuti osservatori della realtà nazionale e internazionale – stavolta cade vittima di un abbaglio.
Dà un’occhiata ad un libro d’immagini scattate dal fotografo Mohammad Qayoumi nella Kabul anni Settanta e sancisce, sulla prima pagina del Corriere, che la partita afghana è definitivamente perduta, che l’attuale Medioevo afghano è il frutto dei nostri irreparabili errori.
Quelle foto ritraggono donne senza velo e ragazzotti vestiti all’Occidentale in una rilassata e tranquilla Kabul anni Settanta. Foto simili le troviamo su libri dedicati alla Palestina del “Mandato britannico”, al Congo belga o all’Eritrea italiana. Ma quelle foto ritraggono solo il ristretto spicchio di realtà dove arriva la macchina fotografica del tempo. Quando nel 1983, in piena invasione sovietica, misi per la prima volta piede nelle provincie tra il confine pakistano e Kabul mi ritrovai sprofondato nello stesso “Medioevo” odierno. Quel Medioevo ha sempre caratterizzato l’Afghanistan al di fuori di Kabul, Herat e pochi altri grandi centri. In quel Medioevo l’unica fotografia – appesa ai muri di fango d’ogni abitazione – era quella di Zahir Sha, sovrano di un’epoca d’oro durata dagli anni Trenta al 1975. Il segreto di quel quarantennio felice non era la sovranità, bensì la frammentazione nazionale. Il paese stava in piedi grazie ad un sistema di contrappesi e “laissez-faire”. Il re governava Kabul e i vari signori tribali estendevano il loro potere fin dove iniziava quello più energico dei vicini concorrenti. Qualcuno potrebbe dire «andiamocene, lasciamo che il Paese ritorni naturalmente a quell’equilibrio». Sbagliato.
Quell’equilibrio non si può più ricreare.
È stato spazzato via dall’invasione sovietica, dal fondamentalismo, dalla fine delle grandi potenze che assicuravano all’Afghanistan il ruolo di Stato cuscinetto, dall’emergere di potenze locali come Iran, Pakistan, nazioni ex sovietiche, India. E oggi anche dalla presenza sempre più ingombrante della nuova potenza cinese. Tutti questi attori – assai poco disinteressati – guardano all’Afghanistan come ad un territorio da spartire. Ma c’è di più. Nel 1960 i potenti di Herat o di Mazar-e–Sharif, della Paktia o del Nuristan erano signorotti locali privi di connessioni con i grandi burattinai dell’area o con le grandi correnti del narcotraffico globale. Cercar di ricreare quell’equilibrio porterebbe alla disintegrazione del Paese e alla nascita di micro potentati del crimine e/o del terrorismo generando una situazione ancor più complessa di quella precedente all’11 settembre. Certo dal 2001 ad oggi si è sbagliato per almeno sette anni. Si continua a sbagliare quando in corso d’opera si sostituisce il generale Stanley McChrystal con David Petraeus (anche se alla fine potrebbe rivelarsi un affare) o quando un giorno si difende il presidente Karzai e un altro lo si liquida come campione della corruzione. Negli ultimi due anni qualcosa però si è fatto e le elezioni di domenica lo dimostrano. Non perché si sia votato (voto e democrazia sono elementi ininfluenti se non dannosi per la stabilità afghana), ma perché per la prima volta i talebani non sono riusciti a rompere la cerchia di sicurezza creata intorno alle grandi città. I razzi e le mine esplosi qui e là sull’immenso territorio afghano e usati per riproporre l’immagine di un imminente vittoria talebana sono bazzecole. Quel che conta è il successo della nuova strategia rivolta a difendere non l’ultima dimenticata vallata, ma le zone in cui si concentrano popolazione civile e nuove istituzioni. In quest’ottica le elezioni sono state un successo perché i talebani non sono riusciti a penetrare né a Kabul, né nel cuore di altre grande città. Qualcuno obietterà che anche i sovietici controllavano i grandi centri urbani e null’altro. La differenza c’è. I sovietici puntavano a dominare il paese e a schiacciare la resistenza. La Nato partendo da quelle aree punta a sviluppare nuove istituzioni capaci di creare un collante tra Kabul e il resto del paese contenendo l’endemica corruzione e coltivando nuove autorità provinciali. La Nato non sogna di restare nel Paese, né di sconfiggere i talebani, ma di cooptarli nel discorso di ricostruzione indebolendoli militarmente e dividendoli localmente. Certo la partita, a 9 anni dal 2001, resta all’inizio, ma potremo vincerla solo se avremo la forza di sopportarne il tributo di sangue e di denaro per altri lunghi anni. Altrimenti possiamo andarcene subito e abbandonare l’Afghanistan al futuro arbitrio di Pakistan, Russia, Iran, India e Cina.
Con buona pace nostra, ma anche di tanti illusi fondamentalisti pronti a morire per un Califfato che sarà solo lo strumento di poteri estranei all’Afghanistan e alla sua popolazione.

Fonte: Gian Micalessin per “Il Giornale”.

Mozambico: la guerra del pane

Manuel fa il sindacalista a Maputo, mestiere difficile in Africa. E dovrebbe essere ricco, o almeno in via di rapido sviluppo. Glielo assicurano tutti. Pazienza il governo del suo paese, il Mozambico, vecchi marxisti che promettendogli un radioso avvenire hanno fatto schiattare un milione di persone per anni in una sanguinosa guerra civile. L’imperialismo è sempre lì, e quelli gli ex del partito unico, sono sempre ricchi, prima perché erano l’avanguardia del socialismo africano e meritavano qualche riguardo, e adesso perché sono sempre al potere, in quanto avanguardia dell’efficienza capitalistica. Questi Manuel e i mozambicani li lasciano da parte, non credono più alle chiacchiere.
Ma alla Banca mondiale, al fondo monetario, agli economisti occidentali si dovrà pur credere!
E tutti dicono loro, da anni, che questo paese è uno dei nuovi miracoli dell’Africa: sottosviluppo in calo rapido, debito con l’estero saldato, tasso di crescita economica medio dell’otto per cento che lo sognano persino a Londra Roma e Parigi. Per non parlare degli ex colonialisti portoghesi. Non rimpiangevano, i signori dell’economia, nemmeno i 15 miliardi di dollari di aiuti versati dopo la fine della guerra civile; e la cancellazione di 1,3 miliardi di debiti. Soldi ben spesi! Il fatto che in cambio fossero state privatizzate 1200 imprese prima malmenate dalla inefficienza african-comunista e l’arrivo degli investitori stranieri alla ricerca rapace di manodopera a basso costo bastavano, eccome!, per definirlo il paese prediletto del fondo monetario. I sudafricani, gli ex razzisti, erano quelli che si ritagliavano gli affari migliori, assicurandosi le miniere di carbone del nord. Che il presidente che si chiama Guezeba sia soprannominato Guebussiness vorrà ben dire qualcosa.
E invece milioni di mozambicani in immancabile sviluppo verso gli obbiettivi del millennio soccombono sempre alla dieta rigorosa della miseria. Adesso fa piangere pensarci ma uno dei segni scelti da quelle eccellenze economiche per indicare che il paese era in pieno boom era la moltiplicazione delle biciclette! E’ bastato un aumento del prezzo del pane, diciassette per cento annunciato dal governo per scombinare tutto. Ed ecco che due settimane fa un paese intero, coccolato dalla globalizzazione virtuosa è sceso in strada. In rivolta i quartieri poveri di Maputo dove gli economisti del fondo monetario non sono mai venuti per non sporcarsi le scarpe, perché non ci sono fogne e i mercati sono sempre vuoti.
Hanno tirato fuori le pietre i bastoni i machete. Tre, quattro giorni di una bella rivoluzione all’africana con l’assalto ai negozi, le auto bruciate gli scontri con la polizia antisommossa. Che, anche lei, ha fatto un bel tuffo nella preistoria, dimenticando la democrazia fresca di vernice e sparando a altezza uomo. Tredici morti, forse di più… Rabbie eccessive? Ad agosto è aumentato il riso dal dieci al venticinque per cento a seconda delle regioni, la benzina è aumentata quattro volte in un anno, il governo che ci tiene ad avere i conti a posto, annuncia che aumenteranno l’acqua e la luce. Aveva tenuto finora i prezzi artificialmente bassi, per non avere guai politici, e aveva finto di ignorare una prima rivolta causata dell’aumento dei taxi collettivi che qui sono l’unico mezzo di trasporto.
Ma il Fondo monetario premeva, bisognava rispettare l’immagine di paese che sa rimborsare i debiti e sviluppare una economia ammodo. Adesso parlano tutti di nuovo del Mozambico come ai tempi in cui era la frontiera della eroica lotta contro il regime dell’apartheid. Perché l’occidente ha paura che faccia scuola, che sia solo l’inizio e che mezza Africa appena traghettata nella casella dello sviluppo grazie a internet e al petrolio si ritrovi in rivolta. Scoprono che nel paese del miracolo il 65 per cento dei 23 milioni di abitanti vive ancora sotto la soglia della povertà anche nella capitale, che nelle campagne e nei barrios poveri lo sviluppo non lo ha visto nessuno. E che su 600 mila tonnellate di riso consumate ogni anno la metà è di importazione.

Fonte: La Stampa.