Il dolore di un Paese e il suo lutto infinito

Pieno di incognite il tentativo di un negoziato coi Talebani, rimane incerta la data di un eventuale ritiro dall’Afghanistan del contingente americano e di quello dei suoi alleati che secondo un’incauta previsione della Casa Bianca dovrebbe avvenire entro il luglio del 2011.
In realtà le ultime notizie confermano che i 140 mila uomini delle forze Nato impegnate nel conflitto stanno tuttora combattendo (e vincendo, secondo alcune fonti) nel Sud-Ovest del Paese, particolarmente nelle province di Herat e Kandahar. Per il generale Petraeus, comandante in capo americano dell’operazione, nessun ritiro è prevedibile prima del 2015, tenendo conto dei risultati finora conseguiti. Dai bollettini ufficiali risulta che dall’inizio di quest’anno sono stati uccisi 572 soldati «stranieri», mentre fra i belligeranti afghani le vittime sono, in un solo mese, 618 militari, 124 agenti della polizia e 229 civili.
Contabilità dolorosa per un piccolo Paese afflitto da un lutto infinito. Quanto segue è semplicemente il diario di un cronista che per anni le ha percorse – non di rado a piedi – anche nelle contrade più remote e ha assistito alla sua lenta, implacabile agonia. Concordo con Terzani – il mai abbastanza compianto amico e collega Tiziano – quando, riferendosi alla guerra afghana, scrive che essa ha aggiunto «nuovo dolore e miseria al già stracarico fardello di disperazione della gente più magra e affamata del pianeta».
Per i giornalisti non era facile l’ingresso in Afghanistan dopo che a fine dicembre del ’79 l’Armata Rossa s’era installata fragorosamente a Kabul per ordine di Breznev. Occorreva un visto che veniva direttamente concesso con vigore e parsimonia moscovite: e il sottoscritto, insieme a moltissimi altri, ne era sprovvisto. Facevo parte della variopinta truppa di «clandestini» che in quegli anni sciamava su Peshawar, città di frontiere lungo il confine afghano-pakistano dove stavano annidati i quartieri generali dei sei e sette partiti della resistenza islamica impegnati nella Jihad, la guerra santa, che lottava contro il governo filosovietico di Kabul e poteva contare su migliaia di mujaheddin, i guerriglieri di Allah dislocati sull’intero territorio afghano. Ma secondo i dati più recenti, questo territorio sarebbe oggi sotto il controllo dei Talebani nella misura del 74 per cento.
A Peshawar, sei mesi prima dell’intervento sovietico in Afghanistan, feci la conoscenza con Gulbuddin Hekmatyar, capo dello Hezb-i-Isiami (il maggiore partito della resistenza islamica) che si atteggiava a salvatore della patria e attribuiva a se stesso e al suo gruppo ogni priorità, sia in campo politico che militare. Bell’uomo, alto, elegante, aveva un’estrema cura della sua persona, non parlava, sentenziava. Sulla sua scrivania il Corano e una pistola: evidentemente in stretto rapporto l’uomo con l’altra. Lo capii parecchi anni dopo, quando, nel ’94, fece massacrare un giovane giornalista afghano della Bbc di Kabul, che aveva osato criticarlo (blandamente) sul teleschermo. Nessuna sorpresa, quindi, quando è giunta notizia che l’eroe Hekmatyar si troverebbe ora in qualche spelonca di confine insieme ad Osama Bin Laden.
Succube di un’ambizione smisurata, Gulbuddin non tollerava i suoi rivali politici, fossero Massoud o Rabbani, Babrak Karmal e Younis Khalis o il sovrano di Mazar-i-Sharif, il generale Dostum, un barbaro. Per ammorbidirlo, i suoi «nemici» gli aveva proposto un incarico importantissimo: ma lui lo respinse e col suo carico d’odio andò a rifugiarsi sulla collina di Sharasiab, da dove, per un paio d’anni, continuò a scaricare missili su Kabul, massacrando la sua gente: tanti erano i morti – secondo le cronache del tempo – che «non c’erano più cimiteri per seppellirli degnamente».
Da Peshawar, che ospitava già allora (estate del ’79) un milione di profughi afgani, raggiunsi Kabul su una piccola, ansimante corriera azzurra, stipata al limite anche di pecore e capre. Ero comunque curioso di visitare a conoscere la capitale afgana, questa remota Cenerentola dell’Asia Centrale di cui ben poco si sapeva: avevo nello zaino un elzeviro di Alberto Moravia che, sulla terza pagina del Corriere parlava di Kabul e del suo arcano Re (che anni dopo avrei incontrato), da tempo esule in Italia. Il giorno prima di salire su quella corriera azzurra, Gulbuddin mi aveva detto, col solito piglio autoritario: «Se vai a Kabul, salutami Taraki. Digli che i miei ragazzi possono anche andare scalzi in montagna, con un tirasassi invece del fucile, ma si lasceranno ammazzare piuttosto che arrendersi. Digli che il giorno della resa dei conti è vicino. Allah akbar, che Iddio li assista». Non riuscii a vedere Taraki, che in quei giorni, se ben ricordo, era in visita nell’Unione Sovietica e che qualche tempo dopo scomparve di scena (cioè venne eliminato) ma ebbi l’opportunità di conoscere e conversare col suo successore Hafizullah Amin, amabile persona, cui chiesi – col più innocente dei sorrisi – se temesse di finire i suoi giorni come Taraki, dal momento che, come quest’ultimo, apparteneva al regime dei «senza Dio», ferocemente avverso alla prospettiva di una repubblica Teocratica nel Paese, simile a quella iraniana dell’Ayatollah. In realtà venne ucciso quello stesso anno, nella notte fra Natale e Santo Stefano, quando i carri armati sovietici entrarono sferragliando a Kabul scatenando quella che sarebbe stata definita l’ultima guerra coloniale del secolo.
Nella sua autobiografia, il presidente Karzai descrive la Kabul degli anni Cinquanta come «una città pulita, ordinata e discretamente cosmopolita, con lunghe strade a tre corsie…, il luogo favorito per i diplomatici occidentali, davanti alle spettacolari cime dell’Hindu Kush». Ma neanche quella ho visto subito dopo l’intervento dei russi appariva particolarmente «marziale» o «militare». La presenza sovietica era confermata con discrezione da robuste camionette senza targa o con targa non afghana, gremite di soldati dell’Armata Rossa, infagottati e silenziosi, la testa avvolta nel colbacco nero pochi i carri armati in città, minacciosamente immobili nel giardino della sede tv; ma centinaia di blindati stavano dislocati e occultati nella periferia tutta intorno, livida e bianca di neve, o lungo i contorcimenti della carrozzabile per Jalalabad.
Da un’altura a ovest della capitale, reparti di «sciuravi», i russi, tenevano sotto tiro un campo militare afghano, segno evidente che l’Armata Rossa non si fidava più degli uomini che avevano combattuto contro i mujaheddin sotto il regime di Taraki e Amin. Molti di loro s’erano rapidamente sbarazzati della divisa passando dalla parte dei guerriglieri islamici. Defezioni a catena. Era ormai chiaro per tutti che l’ordine interno e la sopravvivenza del nuovo governo «moscovita» dipendevano esclusivamente dall’esercito sovietico, padrone assoluto.
Qualcuno s’illudeva che una lunga permanenza sovietica in Afghanistan avrebbe trascinato il popolo afghano nel 2000, mentre la conferma di un regime islamico l’avrebbe tenuto inchiodato all’Ottocento. Ma quando, il 15 febbraio del 1989, il generale Gromov, ultimo uomo dell’Armata Rossa a lasciare il Paese, varca il ponte dell’Amu Darya, è il canto lamentoso del muezzin a diffondersi nell’aria. Una delle più gravi conseguenze dell’occupazione sovietica (durata nove anni) fu l’esodo di cinque milioni di afghani che abbandonarono precipitosamente il Paese per trovare rifugio nelle tendopoli e baraccopoli germinate appena oltre frontiera, soprattutto in Pakistan, nelle fiere comunità autonome pashtun della North-West Frontier.
I guai veri sarebbero arrivati subito dopo con lo scoppio della guerra civile tra le due forze rivali dei mujaheddin: quella di Gulbuddin Hekmatyar, che poteva contare sull’appoggio economico del «principe delle tenebre» Osama Bin Laden; e quella, non meno indomita, di Ahmad Shah Massud, «il leone del Panshir», ancor oggi celebrato come il vero «eroe nazionale». Ed è a quella guerra fratricida che sono da attribuirsi le ferite, le voragini, la devastazione, le macerie dell’odierna Kabul. Il tema urgente della ricostruzione, che prevede cospicui investimenti e contributi internazionali, cede però il posto a quello, sempre attuale e penoso, dei Talebani, tornati alla ribalta dopo l’attentato al presidente Karzai, che per fortuna ne è uscito illeso. Già nell’autunno del 1998, questi ragazzi indottrinati nella madrasse agricole di confine e zelanti discepoli dell’integralismo usque ad mortem controllavano il 90 per cento del territorio afghano.
Ma l’argomento su cui si continua a discutere e polemizzare oggigiorno in Afghanistan è la massiccia presenza dei contingenti stranieri sul territorio nazionale. C’è però chi vede nell’allontanamento delle forze Nato un grave rischio: quello di lasciare nelle mani dei Talebani il controllo esclusivo della situazione. Lo pensa anche Massoud Khalili, braccio destro del Comandante, che rimase gravemente ferito nell’attentato che costò la vita al «leone del Panshir» il 9 settembre del 2001. «Io ora seguo la carriera diplomatica e mi trovo all’ambasciata afghana di Istanbul – mi dice al telefono – ogni volta che rientro a Kabul mi piange il cuore a vedere nella mia città tutti quegli schieramenti. Però dobbiamo usare il cervello e non il cuore. E tutti immaginano cosa potrebbe succedere se lasciassimo l’Afghanistan in mano agli integralisti islamici del Mullah Omar e di Osama Bin Laden».

Fonte: Ettore Mo per Il Corriere della Sera.

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2 risposte a “Il dolore di un Paese e il suo lutto infinito

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  2. Purtroppo non sarà l’uscita dal paese del contingente americano a sanare questo dolore infinito….fame e miseria sopravviveranno……..

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