Perché in Afghanistan non stiamo perdendo la guerra

Sergio Romano – uno dei più acuti osservatori della realtà nazionale e internazionale – stavolta cade vittima di un abbaglio.
Dà un’occhiata ad un libro d’immagini scattate dal fotografo Mohammad Qayoumi nella Kabul anni Settanta e sancisce, sulla prima pagina del Corriere, che la partita afghana è definitivamente perduta, che l’attuale Medioevo afghano è il frutto dei nostri irreparabili errori.
Quelle foto ritraggono donne senza velo e ragazzotti vestiti all’Occidentale in una rilassata e tranquilla Kabul anni Settanta. Foto simili le troviamo su libri dedicati alla Palestina del “Mandato britannico”, al Congo belga o all’Eritrea italiana. Ma quelle foto ritraggono solo il ristretto spicchio di realtà dove arriva la macchina fotografica del tempo. Quando nel 1983, in piena invasione sovietica, misi per la prima volta piede nelle provincie tra il confine pakistano e Kabul mi ritrovai sprofondato nello stesso “Medioevo” odierno. Quel Medioevo ha sempre caratterizzato l’Afghanistan al di fuori di Kabul, Herat e pochi altri grandi centri. In quel Medioevo l’unica fotografia – appesa ai muri di fango d’ogni abitazione – era quella di Zahir Sha, sovrano di un’epoca d’oro durata dagli anni Trenta al 1975. Il segreto di quel quarantennio felice non era la sovranità, bensì la frammentazione nazionale. Il paese stava in piedi grazie ad un sistema di contrappesi e “laissez-faire”. Il re governava Kabul e i vari signori tribali estendevano il loro potere fin dove iniziava quello più energico dei vicini concorrenti. Qualcuno potrebbe dire «andiamocene, lasciamo che il Paese ritorni naturalmente a quell’equilibrio». Sbagliato.
Quell’equilibrio non si può più ricreare.
È stato spazzato via dall’invasione sovietica, dal fondamentalismo, dalla fine delle grandi potenze che assicuravano all’Afghanistan il ruolo di Stato cuscinetto, dall’emergere di potenze locali come Iran, Pakistan, nazioni ex sovietiche, India. E oggi anche dalla presenza sempre più ingombrante della nuova potenza cinese. Tutti questi attori – assai poco disinteressati – guardano all’Afghanistan come ad un territorio da spartire. Ma c’è di più. Nel 1960 i potenti di Herat o di Mazar-e–Sharif, della Paktia o del Nuristan erano signorotti locali privi di connessioni con i grandi burattinai dell’area o con le grandi correnti del narcotraffico globale. Cercar di ricreare quell’equilibrio porterebbe alla disintegrazione del Paese e alla nascita di micro potentati del crimine e/o del terrorismo generando una situazione ancor più complessa di quella precedente all’11 settembre. Certo dal 2001 ad oggi si è sbagliato per almeno sette anni. Si continua a sbagliare quando in corso d’opera si sostituisce il generale Stanley McChrystal con David Petraeus (anche se alla fine potrebbe rivelarsi un affare) o quando un giorno si difende il presidente Karzai e un altro lo si liquida come campione della corruzione. Negli ultimi due anni qualcosa però si è fatto e le elezioni di domenica lo dimostrano. Non perché si sia votato (voto e democrazia sono elementi ininfluenti se non dannosi per la stabilità afghana), ma perché per la prima volta i talebani non sono riusciti a rompere la cerchia di sicurezza creata intorno alle grandi città. I razzi e le mine esplosi qui e là sull’immenso territorio afghano e usati per riproporre l’immagine di un imminente vittoria talebana sono bazzecole. Quel che conta è il successo della nuova strategia rivolta a difendere non l’ultima dimenticata vallata, ma le zone in cui si concentrano popolazione civile e nuove istituzioni. In quest’ottica le elezioni sono state un successo perché i talebani non sono riusciti a penetrare né a Kabul, né nel cuore di altre grande città. Qualcuno obietterà che anche i sovietici controllavano i grandi centri urbani e null’altro. La differenza c’è. I sovietici puntavano a dominare il paese e a schiacciare la resistenza. La Nato partendo da quelle aree punta a sviluppare nuove istituzioni capaci di creare un collante tra Kabul e il resto del paese contenendo l’endemica corruzione e coltivando nuove autorità provinciali. La Nato non sogna di restare nel Paese, né di sconfiggere i talebani, ma di cooptarli nel discorso di ricostruzione indebolendoli militarmente e dividendoli localmente. Certo la partita, a 9 anni dal 2001, resta all’inizio, ma potremo vincerla solo se avremo la forza di sopportarne il tributo di sangue e di denaro per altri lunghi anni. Altrimenti possiamo andarcene subito e abbandonare l’Afghanistan al futuro arbitrio di Pakistan, Russia, Iran, India e Cina.
Con buona pace nostra, ma anche di tanti illusi fondamentalisti pronti a morire per un Califfato che sarà solo lo strumento di poteri estranei all’Afghanistan e alla sua popolazione.

Fonte: Gian Micalessin per “Il Giornale”.

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