Archivi del mese: ottobre 2010

Una caramella nello zaino: l’impegno dei Carabinieri ad Haiti

Nello zaino del marito carabiniere, in partenza per la Missione Caravella, aveva messo di nascosto una busta di caramelle con un biglietto: «Per i bambini di Haiti».
All’arrivo il luogotenente apre il bagaglio e, tra un asciugamano, un calzino e una divisa, non crede ai suoi occhi, lucidi non solo per il caldo e la stanchezza. «Grazie Teresa», dice tra sé, commosso, «aiuteranno a far sorridere qualche bambino meno fortunato dei nostri figli».
Sentire vicina la famiglia rimasta in Italia: ecco una delle “armi” migliori con cui quel militare, e tanti altri come lui, affronta l’impegno nel nuovo teatro operativo, dove centinaia di migliaia di persone vivono ai confini della realtà, dopo il tremendo terremoto del 12 gennaio 2010, che ha causato almeno 220mila morti.
Siamo andati a Camp Delta, presso la base “Ultima Legio”, come l’hanno voluta ribattezzare i Carabinieri della 2ª Brigata Mobile di Livorno. «Come la Nona Legione romana in Britannia, l’ultima, la più lontana dalla Patria», ricorda subito il capitano Luigi Aquino, davanti all’insegna fuori dai recinti del campo. Sono oltre 8mila i chilometri tra l’Italia e Haiti, contro gli “appena” 5mila della distanza con l’Afghanistan, l’attuale più impegnativo teatro di missioni fuori area. Qui non siamo a Kabul o a Herat, ma le insidie quotidiane non sono certo da sottovalutare. A cominciare dal clima tropicale, che alterna il caldo torrido della mattina ai temporali del pomeriggio, rendendo tutto ancora più difficile: dalla già precaria viabilità su strade che sembrano un’enorme gruviera, al contatto con la gente che lotta contro fame e miseria. E soprattutto la sete, il nemico peggiore.
In questa cornice si svolge l’Operazione Caravella (Colombo, quando scoprì l’America nel 1492, sbarcò proprio nell’attuale Haiti), inserita nella Missione Onu Minustah del 2004 a sostegno delle riforme politiche e istituzionali di quella repubblica, la più povera dei Caraibi.
La tragedia del terremoto ha reso necessaria anche una maggiore presenza di forze multinazionali di polizia, a supporto di quella locale, per garantire ordine e sicurezza pubblica. Sono intervenute una decina di nazioni, ciascuna con uno speciale reparto chiamato Fpu (Formed Unit Police), derivato da un modello operativo creato proprio dai Carabinieri e recentemente adottato dall’Onu in base a un accordo firmato a New York tra l’Arma e le Nazioni Unite. Al “battesimo” operativo delle Fpu ad Haiti non potevano dunque mancare i Carabinieri, che qui curano anche la formazione – specie per la gestione dell’ordine pubblico – di unità di altri Paesi: dalla Nigeria all’India, dal Bangladesh al Pakistan e al Nepal.
La giornata scorre rapidamente, a Camp Delta. Già alle prime luci del giorno le pattuglie escono per il controllo del territorio lungo una delle fasce più povere della capitale Port-Au-Prince. È l’area di competenza italiana vicina al porto, dove in ogni momento si confrontano all’infinito miseria e voglia di sopravvivere della popolazione. I fuoristrada bianchi con la sigla dell’Onu (ma anche con la scritta “Carabinieri”, ché a quella non si rinuncia) si muovono a fatica nel traffico reso ancora più caotico da mancanza di regole e segnaletica. I militari indossano il basco blu delle Nazioni Unite, anche se sono in molti a giurare di portarsi sempre dietro anche quello nero dell’Arma: «Lo tengo sempre in tasca, è il mio portafortuna», sussurra qualcuno.
Posti di blocco, pattugliamenti, controlli e rastrellamenti nelle baraccopoli delle migliaia di terremotati, luogo stabile di raccordo tra malavita ed evasi dalle carceri crollate dopo il sisma. Sorveglianza esterna al Commissariato di Polizia, a pochi passi dal centro cittadino, ancora pieno di macerie ma anche di tanta gente che, con orgoglio e dignità, stringe i denti e va avanti. Questa l’attività svolta quotidianamente dai nostri militari. Un occhio alla sicurezza, un altro alla disperazione di tanti. Come nel caso del tenente Stefano Bortone, che non riesce a capire cosa desideri dirgli una giovane donna seduta per terra con un neonato in braccio. «Ti ha pregato di portarlo con te in Italia», gli dice l’interprete, «dove potrebbe avere una vita normale anziché soffrire qui». Bortone sa, suo malgrado, di non poter rispondere affermativamente: nell’emergenza le adozioni internazionali non sono una priorità ad Haiti e la legge è molto rigida, anche per fronteggiare il rischio del traffico di minori. «Mi sono vergognato di stare bene», confesserà poi il tenente ai commilitoni con ancora un nodo alla gola. L’ufficiale va a prendere la sua razione di cibo e acqua e la porta a quella giovane madre. Non è molto, ma almeno la vede sorridere per qualche momento. Per lui, caldo e sete possono aspettare.
Intanto nella base si pianificano le varie attività del giorno dopo, dalla logistica ai servizi esterni di polizia. Due sono in particolare le strutture che attirano l’attenzione del visitatore: la “tenda comando”, attrezzata di computer, e la mensa, punto di ritrovo obbligato per interni e ospiti, che fanno a gara per autoinvitarsi, specie quando è di turno la pizza. Molto frequenti gli scambi di visite con i limitrofi contingenti di Bangladesh, Filippine e Giordania. Il brigadiere capo Agatino Scuderi e il vice brigadiere Rosario Puleo passano le giornate tra cucine, self-service e sala mensa. «Il nostro obiettivo è il benessere dei colleghi», dicono, «che al rientro dal servizio devono potersi sentire quasi a casa e mangiare il meglio possibile».
Il contingente italiano è guidato dal tenente colonnello Nicola Mangialavori e composto – oltre che da personale del Comando della 2ª Brigata Mobile – da carabinieri del 7° Reggimento Trentino-Alto Adige e del 13° Friuli-Venezia Giulia, nonché da uomini del 5° Battaglione Emilia-Romagna e del 10° Campania. Con loro anche una Task Force C4 dell’Aeronautica militare italiana, con specialisti delle comunicazioni. Dalla fine di agosto si è poi aggiunta un’aliquota di poliziotti di Israele, guidata dal superintendent Mair Namir. È una novità di rilievo, perché è la prima volta che un contingente israeliano viene schierato in una forza multinazionale dell’Onu, che ha deciso di affiancarlo proprio ai Carabinieri.
La prima ricognizione per schierare un contingente dell’Arma a Port-au-Prince risale al 22 gennaio 2010, dieci giorni dopo il terremoto. In febbraio vengono inviati i primi materiali di scorta, cui fa seguito la partenza il 21 aprile dal porto di Livorno di una cinquantina di containers con ogni occorrenza logistica, dalle tende agli automezzi. Le prime aliquote del contingente – in base alle disposizioni dell’Onu – partono dall’aeroporto militare di Pisa nella prima metà di maggio, accompagnate dai sentiti auguri di buon lavoro del Comandante Generale dell’Arma, il generale di Corpo d’Armata Leonardo Gallitelli. Seguirà a ruota il main body del contingente. Ai primi di giugno escono da Camp Delta i primi servizi di pattugliamento del territorio.
La voce della presenza dei Carabinieri ad Haiti si sparge rapidamente, tra Ong e volontari che operano sull’isola. «Sono sempre di più i connazionali che ci contattano», dice il tenente colonnello Mangialavori, «non solo per richieste di supporto logistico e aiuto in materia di sicurezza, ma anche soltanto per conoscerci ed avere un punto di riferimento». Contatto e massima collaborazione con il volontariato italiano che vengono confermati anche dallo stesso Comandante del Coi (Comando Operativo di vertice Interforze), generale di Corpo d’Armata Giorgio Cornacchione, che in luglio incontra i rappresentanti delle ong Avsi e Cesvi, durante una visita alla base del contingente, accompagnato dal generale di Divisione Umberto Pinotti, Comandante delle Unità Mobili dell’Arma, e dal generale di Brigata Gaetano Maruccia, Capo del 2° Reparto del Comando Generale dei Carabinieri.
Tra le icone del volontariato con cui i Carabinieri sono in costante contatto c’è Suor Marcella, che dedica la sua vita alle oltre cento famiglie del Village italien, terra di frontiera vicina al porto che gli abitanti hanno voluto chiamare così proprio in suo onore. Da sola assiste non meno di ottocento anime, in particolare offrendo assistenza sanitaria ai bambini. In settembre, grazie alla solidarietà raccolta in Italia, vengono inaugurati oltre 120 alloggi per altrettante famiglie ospitate fino ad allora nelle tende messe rapidamente a disposizione, nel primo periodo dal post-terremoto, dai volontari della Protezione Civile italiana e dai militari della Missione White Crane, arrivati a bordo della portaerei Cavour e rimasti ad Haiti fino ad aprile. «La costante presenza dei Carabinieri», dice la religiosa francescana, «ci dà sicurezza e conforto. Quando vengono nella baraccopoli portano sempre qualcosa per i bambini, anche d’iniziativa personale. A volte basta poco, ma quel poco è tantissimo, per chi non ha nulla».
Davanti alla base “Ultima Legio” c’è un altro luogo dove i Carabinieri sono ormai di casa. L’ospedale pediatrico Saint Damien e l’orfanotrofio, collegati alla Fondazione Rava di Milano che, tra le tante iniziative per Haiti, ha curato anche l’avvio di un panificio e un pastificio: «Non solo per dar da mangiare alla gente, ma perché ci sia chi impari quel mestiere», dice Mariavittoria Rava. I nostri militari, fuori dal servizio, non si tirano indietro per aiutare l’ospedale: dalla vera e propria manovalanza per spianare un terreno e farvi sorgere un nuovo insediamento abitativo per gli orfani del terremoto, all’intrattenimento dei bambini anche con applauditissimi giochi di prestigio, all’aiuto tecnologico – curato dagli specialisti dell’Aeronautica – per inviare in tempo reale in Italia i referti degli elettroencefalogrammi di piccoli pazienti.
Il Direttore del Saint Damien, padre Rick, è un sacerdote cattolico statunitense presente ad Haiti da 23 anni, tutti dedicati all’assistenza all’infanzia. Non usa mezzi termini quando parla degli «amici carabinieri». «Concreti, immediati e generosi. Se fanno una cosa arrivano fino in fondo, con la testa e con il cuore», dice al termine della Messa del mattino, tappa frequente di militari italiani con gli alamari. E non solo di domenica.

Fonte: Carabinieri.it .

Naja breve incostituzionale, il partito dei militari: disparità fra il personale di leva e i professionisti

Figli della lupa, Balilla, Avanguardisti o Giovani Fascisti? In attesa che il Governo risponda all’interrogazione del deputato radicale Maurizio Turco, che ritiene incostituzionali alcune norme che introducono una “disparità fra il personale di leva e i professionisti”, il Ministro della Difesa Ignazio La Russa se la gode: i primi esperimenti di ferma breve hanno dato, secondo lui, risultati esaltanti.
Il Ministro sostiene che qualcuno degli ottomila giovani che hanno indossato o indosseranno per tre settimane la divisa per farsi quattro o cinque “pompate” con i professionisti del settore presto faranno parte della spina dorsale dell’Esercito. Una vertebra, insomma.
Dichiarazioni contestate perfino dagli gli antichi “marmittoni” che hanno risposto alla chiamata di leva fino al fatidico luglio 1995: anche loro sanno che “sta naia” brevissima non serve neppure per capire come si smonta e si rimonta lo schioppo, lanciare la solita SRCM (ma si usano ancora?), fare il cubo o annodarsi le scarpe senza che all’esterno si noti il fiocco. Tutto bello, comunque, se le scampagnate dei guerrieri in erba non costassero “euro 6.599.720 per l’anno 2010, euro 5.846.720 per l’anno 2011 ed euro 7.500.000 per l’anno 2012”, recita l’articolo 5 della legge numero 122 approvata il 30 luglio 2010.
Tremonti tace.
Non se la sentono di tacere però Luca Comellini, il segretario del partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia (Pdm) e gli esponenti radicali che hanno firmato insieme a Maurizio Turco, deputato e cofondatore del PdM, un’interrogazione con la quale si chiede al Ministro “se non ritenga di dover sospendere lo svolgimento dei corsi citati in premessa al fine impedire che si possano verificare situazioni di illegittimità, ovvero penalmente rilevanti, con grave pregiudizio per l’istituzione militare o i suoi appartenenti, ivi compresi i frequentatori dei corsi”. Un argomento scottante che ha interessato anche Radio Radicale.
Cos’è successo?
Sembra che le norme succitate da un lato attribuiscono ai giovani volontari “lo status di militare e dall’altro non gli assicura alcuna delle tutele e della garanzie offerte dall’ordinamento militare al personale in servizio permanente”, spiega Comellini. Il che creerebbe, difatti, “oggettive situazioni di disparità” tra i soldati professionisti e i soldati di leva. Per Comellini è evidente che il Ministro La Russa, nell’eccitazione di “poter avviare la sua restaurazione dei Campi Dux, cogliendo l’occasione del voto di fiducia posto sulla manovra finanziaria approvata prima della pausa estiva, non ha attentamente valutato i molteplici aspetti negativi e sulle imprevedibili conseguenze che potrebbero ricadere sia sulle forze armate sia sui giovani naia”.
Ad ognuno il suo giocattolo.
Solo che il giocattolo costruito dal duo Gelmini-La Russa per avvicinare i ragazzi delle scuole superiori all’esercito costa, come detto, 20 milioni di euro.
L’obiettivo è chiaro: si vuole aumentare la base di ricambio, perché costa meno far firmare una ferma breve che consolidare la professione di chi già ha giurato fedeltà all’Italia: avere dei professionisti a tempo pieno costa troppo, meglio avere gente nuova piuttosto che raffermare la posizione dei precari che sono in servizio. La Russa, però, continua a credere che per temprare i giovani italiani sia necessaria un’esperienza atletico-culturale militare. Così qualche settimana fa è andato a seguire le gesta dei “Fulmini”, il plotone che a Sabaudia ha esordito nella mini – leva. “La vicenda è ridicola solo all’apparenza perché potrebbe essere il prologo del ripristino del servizio di leva obbligatorio, in controtendenza rispetto a tutto quello che accade in Europa”, ha commentato Turco. Un altro rischio vero è che questo caos possa fare il gioco della Lega Nord che più volte ha sostenuto necessario istituire “un servizio militare federale” dove i “nordisti possano vivere separati dai sudisti”. Soluzioni che “lasciano il tempo che trovano”, ha spiegato ancora Turco.
Qualche dubbio sull’utilità della mini–naia, ma con qualche importante distinguo rispetto all’esponente radicale, lo pone anche Andrea Margelletti, il presidente del Centro Studi Internazionali (Ce.S.I): “Tutto quello che può permettere ai cittadini giovani di conoscere meglio lo Stato e le sue diverse realtà è sempre un fatto positivo. Le forze armate, però, hanno un bilancio debolissimo: per questo ritengo che sarebbe meglio focalizzare le poche risorse a disposizione per dare ai nostri militari che tornano da Afghanistan, Libano, o ovunque siano, una migliore qualità di vita in Italia”, commenta Margelletti. Che sintetizza: “Le nostre caserme sono fatiscenti”. Lo studioso peraltro tiene a sottolineare che “i nostri soldati hanno l’equipaggiamento migliore di tutti i reparti utilizzati nei teatri di guerra, ed eccezione, è ovvio, degli americani”.

Fonte: Tiscali Interviste.

Quando gli italiani danno il meglio di sé

Una sera d’estate in una terrazza romana a parlare con un amico, capitano di ritorno dall’Afghanistan: la moglie aspetta un bambino e lui ha rinunciato a tutte le ferie intermedie per poter rientrare con un mese di anticipo e assistere alla nascita del figlio.
Negli occhi il cielo di Kabul, quello vero, più intenso di quello che abbiamo vagheggiato inseguendo con la fantasia «il cacciatore di aquiloni».
Si capisce subito che ripartirebbe domani. Per guadagnare di più? Sono 100 dollari al giorno in busta paga, una settantina di euro, chi pensa che questo sia il motivo che spinge un ufficiale di trentacinque anni a partire e a rischiare di morire è uno sciocco. Si parte per fare al meglio il proprio lavoro, per vivere un’esperienza irripetibile, per incrociare mondi che non avresti mai pensato di conoscere, per sentirsi utili, per provare emozioni, per vivere la speranza di ritornare, per stare nel cuore della storia. Si parte perché si è un soldato dell’esercito italiano, che preferisce vivere sei mesi a Kabul che non passare carte a Roma.
In Afghanistan ha lavorato all’Isaf. Ogni mattina usciva armato e col giubbotto antiproiettile per incontrare i rappresentanti delle tribù locali e organizzare con loro l’amministrazione della giustizia, l’approvvigionamento idrico, l’istruzione, la sanità, la ricostruzione. Appena arrivato rimase impressionato dal discorso che gli fece un sergente inglese prima di affrontare il viaggio dall’aeroporto alla cittadella fortificata della Nato dove avrebbe vissuto in quei mesi: «Ci possono attaccare in ogni momento, se i tuoi compagni di viaggio morissero, tu dovrai comportarti in questo modo». Si guardarono tutti negli occhi e scoprirono di provenire da ogni parte del mondo. Gli affetti di ciascuno divennero improvvisamente lontani, il rimpianto per la quiete ministeriale pure: hai paura, ma sei in ballo e che Dio te la mandi buona. Lo pensò lui, lo pensarono gli altri e partirono in colonna con il dito tremante sul grilletto.
La situazione è complicata come in tutti i luoghi ove pulsano la guerra e la storia: il controllo del territorio è a macchia di leopardo, la corruzione è dilagante, ci sono zone tranquille e altre in mano ai talebani che avanzano. Rispetto agli schemi imparati a scuola ha capito che è necessario ripristinare e rispettare un tessuto tribale locale, l’unico riconosciuto dagli abitanti; un impasto di vita e di saggezza millenarie, fatto di anziani e capi tribù, la sola sovranità legittimata che la guerra ha lacerato nel tentativo di forzarla dall’esterno pensando di creare sulla carta uno Stato con una logica e una struttura occidentali.
Lo ascolto e penso a quanto siano lontani gli stereotipi in cui siamo cresciuti: l’Italia dei marmittoni, della leva obbligatoria, dei modi escogitati per evitarla. Forse è vero quello che si dice: il soldato italiano quando è all’estero offre il meglio di sé perché nello zaino si porta dentro oltre duemila anni di storia. E sì, perché c’è anche dell’orgoglio patriottico che condividiamo: lì a Kabul ci sono eserciti Nato di tutti i paesi del mondo, ma noi siamo considerati fra i migliori, i più efficaci, stimati, flessibili, rispettati. Il generale David Petraeus sa bene che degli italiani può fidarsi.
Nessuno sa se e quando lasceremo l’Afghanistan, è divisa perfino la Casa Bianca, ma una cosa è certa: se andare via significherà abbandonare quel paese nelle mani talebane, sarà la peggiore delle sconfitte.
Pensavo a quella sera di agosto quando ho appreso la notizia della morte di quattro soldati italiani e del ferimento di altri due. Vedo i loro volti tranquilli di ragazzi, lo sguardo pulito, scopro dove sono nati questi «caporal maggiori» di vent’anni: Lentini, Gagliano del Capo, Pescina, Aradeo, Alghero, Pisa. Una geografia di centro-sud, abitata da campanili sconosciuti, di cui ci accorgiamo solo tra un morto e l’altro. Che sia un’alluvione, una vittima della camorra o della mafia, un militare in missione. E per contrasto il pensiero corre all’Italia di oggi e agli spettacoli indecorosi cui siamo costretti ad assistere da ormai troppo tempo con un misto di assuefazione e di apatia, animati da «astratti furori» e da un sentimento di «quiete nella non speranza» che dominano le nostre incivili conversazioni: alle volgarità e alle ipocrisie populiste, alle bombe di carta e di veleno di questi mesi, lanciate a orologeria agli ordini per interessi di parte.
Ci sono poi le bombe vere, che irrompono tra le cronache di ricatti e irresponsabilità e colpiscono l’Italia silenziosa e migliore.
Da una parte lo svilimento, dall’altro la necessità di dare speranza e riscatto al presente e al futuro di questo paese.
Da una parte la politica che ha perduto ogni ideale, dall’altra gli alpini caduti a Farah.
Non è difficile decidere qual è la parte giusta.

Fonte: Il Sole 24 Ore.

Emergenza in Nigeria: centinaia i bambini morti avvelenati

Una strage di bambini si sta consumando dall’inizio dell’anno in Nigeria nella regione settentrionale di Zamfara: per avvelenamento da piombo legato all’estrazione dell’oro sono già più di 400 i piccoli morti dal mese di marzo. Lo rivela Medici senza frontiere (Msf), che lo scorso giugno avevano parlato di 160 morti.
«Il numero delle vittime è molto più alto di quello stimato finora – dice Gautam Chatterjee, di Msf, all’agenzia Ansa – Abbiamo fatto rilevamenti solo in alcuni villaggi, mentre nella maggior parte degli agglomerati non siamo riusciti ad arrivare per diversi problemi, quindi stimiamo che il numero dei bambini morti da marzo sia intorno a 400». L’emergenza era emersa all’inizio dell’anno quando era stato osservato un eccesso di decessi e malattie nello Stato di Zamfara e le indagini condotte avevano poi identificato la causa nell’avvelenamento da piombo legato all’estrazione di oro conpiuta con metodi artigianali. In molti di questi siti infatti le falde acquifere sono contaminate da metalli pesanti che appestano gli attrezzi e infettano l’ambiente circostante.
L’avvelenamento è dovuto alla ricerca manuale e artigianale dell’oro. Spesso si scava con le mani nella terra e nelle pozzanghere alla ricerca di una vena del prezioso minerale e si respira il piombo rimanendo contaminati. «A rischio sono soprattuto i piccoli, che hanno un sistema immunitario più debole degli adulti», spiega Chatterjee. Nello Stato di Zamfara gli «uomini cercano l’oro, poi lo portano alle loro donne che lo puliscono dalla sabbia, ma spesso accade che queste donne abbiamo a loro fianco dei bambini che respirano il piombo», continua Msf. Oltre a Medici senza frontiere lavora in questa zona anche la Ong (Oraganizzazione non governativa) Terra Graphic che negli ultimi mesi ha monitorato sette villaggi e che parla di migliaia di persone contaminate, di cui almeno 3.600 bambini sotto i cinque anni a rischio. La ong ha riferito di non essere riuscita a controllare altri villaggi che si stima siano contaminati, a causa delle difficile condizioni meteorologiche e delle forti piogge.
L’Onu ha stimato in settembre che circa 18.000 persone potrebbero essere rimaste contaminate. Un’emergenza che non è facile definire numericamente anche perchè molti luoghi dove si estrae l’oro sono per illegali. Il commercio di questo minerale è considerato una delle attività più remunerate: basti pensare che ci vogliono «circa due ore per estrarre un grammo del minerale che viene venduto a 23 dollari – dice Umaru Na-Taala del villaggio di Kirsa dove sono morti 50 bambini – mentre per coltivare il miglio ci vogliono 4 mesi e lo si vende a 40 dollari». Secondo gli studiosi, una eccessiva quantità di piombo nel sangue può provocare nei minori di 14 anni anemia, debolezza muscolare e, nei casi più gravi, danni irreversibili al cervello e morte.

Fonte: La Stampa.

Pakistan: meno povertà, più sviluppo e istruzione nelle aree rurali

Il successo delle strategie mirate alla diminuzione della povertà, allo sviluppo economico e all’incremento dell’istruzione nelle aree rurali del Gilgit-Baltisan, in Pakistan, potrebbe fungere da volano per la pianificazione dello sviluppo nel resto del Paese.
Con la fine del sistema feudale agli inizi degli anni ’70 e la costituzione del Consiglio delle aree settentrionali (Northern Areas), la popolazione del Gilgit-Baltistan ottenne per la prima volta il diritto di eleggere i propri leader politici. Finalmente fu loro concessa l’opportunità di partecipare attivamente allo sviluppo.
Diverse organizzazioni non governative presero a offrire sostegno alla popolazione tramite interventi per la riduzione della povertà e l’incremento dell’istruzione. Agli inizi degli anni ’80, grazie alle donazioni di diverse istituzioni finanziarie internazionali e del governo, emerse un nuovo sistema socio-politico, composto da ONG, enti governativi e gli stessi villaggi, mirato alla pianificazione dello sviluppo nella regione.
La prima sfida consisteva nel motivare e organizzare gli abitanti dei villaggi. Scopo raggiungibile solo tramite organizzazioni base che potevano garantire la loro partecipazione in modo democratico, trasparente e responsabile, per identificarne i problemi e fornire soluzioni con la collaborazione del governo e delle ONG.
Gli stessi abitanti dei villaggi hanno contribuito alla metà dei costi necessari per il progetto di sviluppo. L’idea era quella di garantire la loro partecipazione e infondere un senso di proprietà rispetto al progetto, visto che poi avrebbero dovuto proseguirlo in maniera autonoma.
Vennero ampliati i tradizionali canali di irrigazione, sostituendo gli argini pericolosamente instabili con calcestruzzo e canali in cemento relativamente sostenibili. Con la fornitura di acqua ai villaggi, le tradizionali coltivazioni e piantagioni di frutta a basso rendimento furono sostituite da colture più resistenti e con una produttività relativamente alta, come le ciliegie delle Alpi francesi, le mele delle alture meridionali di Beirut, le patate delle Ande sudamericane e il frumento canadese.
Tra gli animali domestici, vennero poi introdotte e diffuse nell’intera regione le pecore del Kashmir e del Shimshal, nonché le capre del Chilas, note per la loro carne e l’elevata produzione di latte. Un’iniziativa interessante è stato l’incrocio tra il bovino domestico e gli yak di Hisper, Shimshal e delle vallate superiori di Baltistan, per ottenere un animale ibrido, adatto ai pascoli ad altitudini elevate e a basse temperature come gli yak, ma facilmente addomesticabile come un comune bovino. È seguito un lungo processo di ibridazione diviso in cinque fasi per la selezione delle caratteristiche migliori di entrambe le specie.
Nella prima fase un maschio di yak viene incrociato con un bovino domestico per ottenere uno zo (se maschio) o zomo (se femmina). Per ricavare la seconda generazione, lo zomo viene accoppiato con un maschio di yak, da questa unione nasce un tol (se maschio) o tolmo (se femmina). Nella terza fase, il tolmo viene di nuovo incrociato con un maschio di yak per ottenere un gar (se maschio) o garmo (se femmina). Infine, l’incrocio tra un garmo e il maschio produce un hulk (se maschio) o hulkmo (se femmina), che è considerato l’ibridazione migliore tra lo yak e il bovino domestico per la produzione di latte e carne.
Il latte dell’hulkmo è grasso e di colore giallastro, mentre la carne è una via di mezzo tra quella di yak e di vacca. L’hulkmo può pascolare ad altitudini elevate e vive in ambienti freddi. Essendo relativamente meno selvatico delle generazioni precedenti, risulta adatto per l’allevamento.
Poiché lo yak è una specie endemica dei pascoli montani di Hisper e Shimshal nel distretto di Hunza Nagar e nei terreni rocciosi della regione di Baltisan, c’è voluto del tempo prima che i contadini della regione li sostituissero con gli hulkmo, dopo che alcuni di loro ne avevano sperimentato l’introduzione.
Adesso i villaggi di Shinaki e Minapin producono il latte giallastro degli hulkmo, che la gente del posto chiama bepeye zaat (una razza di yak nelle lingue brushasky e shina).
Sono stati introdotti anche dei programmi per fornire un valore aggiunto all’imballaggio della frutta. In passato, le albicocche venivano sparse sui tetti o su grandi rocce per l’essicazione, ma il vento e la pioggia le annerivano. Adesso vengono essiccate con diossido di zolfo e coperte con plastica, per proteggerle da insetti e polvere, mantenendone il colore originale.
Le piantagioni di mele e ciliegie sono estese su centinaia di ettari. Dopo essere essiccate e impacchettate igienicamente, le albicocche e le ciliegie del Gilgit-Baltistan oggi sono destinate ai mercati nazionali e internazionali. Recentemente in un super-mercato di Berlino ho acquistato con orgoglio un pacchetto da 100g di albicocche essiccate del marchio “Hunza-Apricot” al prezzo di 2,50 euro. È indescrivibile la felicità che ho provato nel vedere un prodotto del mio villaggio competere nel mercato globale, addirittura in Germania.

Fonte: La Stampa.

L’Esercito USA punta sulle energie rinnovabili

Alla fine di settembre 150 soldati della compagnia 1, terzo battaglione del 5° reggimento Marines provenienti dalla California sono arrivati nella remota provincia afghana di Helmand con un nuovo equipaggiamento: pannelli solari piegabili che possono essere trasportati in valige, lampade a basso consumo, protezioni solari per tende che offrono ombra e producono corrente, ricariche solari per computer e per altri apparecchi di comunicazione. Lo riporta il New York Times (Nyt) nella sua edizione del 5 ottobre. Dopo i recenti attacchi dei talebani in Pakistan contro convogli Nato che trasportano carburanti diretti alle truppe schierate in Afghanistan, l’esercito americano ha deciso di diminuire la dipendenza da combustibili fossili nelle zone di guerra. Uno studio ha infatti evidenziato che in Iraq e in Afghanistan, su ogni 24 convogli di carburanti c’è almeno una vittima tra i civili che guidano le autocisterne o i militari che le scortano. Negli scorsi tre mesi sono sei i Marines morti in questo modo in Afghanistan.
«I carburanti sono la materia numero uno che importiamo in Afghanistan», ha detto RayMabus, ministro della Marina ed ex ambasciatore americano in Arabia Saudita. Le forze armate Usa comprano il carburante a un dollaro a gallone (0,20 euro al litro), ma portarlo nelle basi più remote può costare sino a 400 dollari (76 euro al litro), secondo il Nyt. Il materiale fornito alla compagnia 1 dei Marines vale 50-70 mila dollari, mentre un generatore diesel costa molte migliaia di dollari, senza contare però il costo del trasporto del carburante.
Lo scorso anno la Marina militare ha introdotto il primo natante a energia ibrida: la Makin Island, una nave da sbarco anfibio di classe Wasp, che sotto i 10 nodi funziona a energia elettrica e che nel viaggio inaugurale dal Mississippi a San Diego ha fatto risparmiare 900 mila galloni (3,4 milioni di litri) di carburante rispetto a una nave convenzionale analoga. L’Aviazione nel 2011 avrà la sua intera flotta certificare per volare con biocarburanti e ha già fatto test di volo con carburanti misti al 50%; la Marina la scorsa estate ha ottenuto la prima forniture di biocarburante derivato dalle alghe. Le Forze armate hanno emanato bandi per concorsi per nuovi materiali e tecnologie per energie rinnovabili, che sono in via di sperimentazione. «Se per la Marina vanno bene, saranno impiegati», ha detto Mabus. «E a qual punto i prezzi crolleranno».

Fonte: Corriere della Sera.