Una caramella nello zaino: l’impegno dei Carabinieri ad Haiti

Nello zaino del marito carabiniere, in partenza per la Missione Caravella, aveva messo di nascosto una busta di caramelle con un biglietto: «Per i bambini di Haiti».
All’arrivo il luogotenente apre il bagaglio e, tra un asciugamano, un calzino e una divisa, non crede ai suoi occhi, lucidi non solo per il caldo e la stanchezza. «Grazie Teresa», dice tra sé, commosso, «aiuteranno a far sorridere qualche bambino meno fortunato dei nostri figli».
Sentire vicina la famiglia rimasta in Italia: ecco una delle “armi” migliori con cui quel militare, e tanti altri come lui, affronta l’impegno nel nuovo teatro operativo, dove centinaia di migliaia di persone vivono ai confini della realtà, dopo il tremendo terremoto del 12 gennaio 2010, che ha causato almeno 220mila morti.
Siamo andati a Camp Delta, presso la base “Ultima Legio”, come l’hanno voluta ribattezzare i Carabinieri della 2ª Brigata Mobile di Livorno. «Come la Nona Legione romana in Britannia, l’ultima, la più lontana dalla Patria», ricorda subito il capitano Luigi Aquino, davanti all’insegna fuori dai recinti del campo. Sono oltre 8mila i chilometri tra l’Italia e Haiti, contro gli “appena” 5mila della distanza con l’Afghanistan, l’attuale più impegnativo teatro di missioni fuori area. Qui non siamo a Kabul o a Herat, ma le insidie quotidiane non sono certo da sottovalutare. A cominciare dal clima tropicale, che alterna il caldo torrido della mattina ai temporali del pomeriggio, rendendo tutto ancora più difficile: dalla già precaria viabilità su strade che sembrano un’enorme gruviera, al contatto con la gente che lotta contro fame e miseria. E soprattutto la sete, il nemico peggiore.
In questa cornice si svolge l’Operazione Caravella (Colombo, quando scoprì l’America nel 1492, sbarcò proprio nell’attuale Haiti), inserita nella Missione Onu Minustah del 2004 a sostegno delle riforme politiche e istituzionali di quella repubblica, la più povera dei Caraibi.
La tragedia del terremoto ha reso necessaria anche una maggiore presenza di forze multinazionali di polizia, a supporto di quella locale, per garantire ordine e sicurezza pubblica. Sono intervenute una decina di nazioni, ciascuna con uno speciale reparto chiamato Fpu (Formed Unit Police), derivato da un modello operativo creato proprio dai Carabinieri e recentemente adottato dall’Onu in base a un accordo firmato a New York tra l’Arma e le Nazioni Unite. Al “battesimo” operativo delle Fpu ad Haiti non potevano dunque mancare i Carabinieri, che qui curano anche la formazione – specie per la gestione dell’ordine pubblico – di unità di altri Paesi: dalla Nigeria all’India, dal Bangladesh al Pakistan e al Nepal.
La giornata scorre rapidamente, a Camp Delta. Già alle prime luci del giorno le pattuglie escono per il controllo del territorio lungo una delle fasce più povere della capitale Port-Au-Prince. È l’area di competenza italiana vicina al porto, dove in ogni momento si confrontano all’infinito miseria e voglia di sopravvivere della popolazione. I fuoristrada bianchi con la sigla dell’Onu (ma anche con la scritta “Carabinieri”, ché a quella non si rinuncia) si muovono a fatica nel traffico reso ancora più caotico da mancanza di regole e segnaletica. I militari indossano il basco blu delle Nazioni Unite, anche se sono in molti a giurare di portarsi sempre dietro anche quello nero dell’Arma: «Lo tengo sempre in tasca, è il mio portafortuna», sussurra qualcuno.
Posti di blocco, pattugliamenti, controlli e rastrellamenti nelle baraccopoli delle migliaia di terremotati, luogo stabile di raccordo tra malavita ed evasi dalle carceri crollate dopo il sisma. Sorveglianza esterna al Commissariato di Polizia, a pochi passi dal centro cittadino, ancora pieno di macerie ma anche di tanta gente che, con orgoglio e dignità, stringe i denti e va avanti. Questa l’attività svolta quotidianamente dai nostri militari. Un occhio alla sicurezza, un altro alla disperazione di tanti. Come nel caso del tenente Stefano Bortone, che non riesce a capire cosa desideri dirgli una giovane donna seduta per terra con un neonato in braccio. «Ti ha pregato di portarlo con te in Italia», gli dice l’interprete, «dove potrebbe avere una vita normale anziché soffrire qui». Bortone sa, suo malgrado, di non poter rispondere affermativamente: nell’emergenza le adozioni internazionali non sono una priorità ad Haiti e la legge è molto rigida, anche per fronteggiare il rischio del traffico di minori. «Mi sono vergognato di stare bene», confesserà poi il tenente ai commilitoni con ancora un nodo alla gola. L’ufficiale va a prendere la sua razione di cibo e acqua e la porta a quella giovane madre. Non è molto, ma almeno la vede sorridere per qualche momento. Per lui, caldo e sete possono aspettare.
Intanto nella base si pianificano le varie attività del giorno dopo, dalla logistica ai servizi esterni di polizia. Due sono in particolare le strutture che attirano l’attenzione del visitatore: la “tenda comando”, attrezzata di computer, e la mensa, punto di ritrovo obbligato per interni e ospiti, che fanno a gara per autoinvitarsi, specie quando è di turno la pizza. Molto frequenti gli scambi di visite con i limitrofi contingenti di Bangladesh, Filippine e Giordania. Il brigadiere capo Agatino Scuderi e il vice brigadiere Rosario Puleo passano le giornate tra cucine, self-service e sala mensa. «Il nostro obiettivo è il benessere dei colleghi», dicono, «che al rientro dal servizio devono potersi sentire quasi a casa e mangiare il meglio possibile».
Il contingente italiano è guidato dal tenente colonnello Nicola Mangialavori e composto – oltre che da personale del Comando della 2ª Brigata Mobile – da carabinieri del 7° Reggimento Trentino-Alto Adige e del 13° Friuli-Venezia Giulia, nonché da uomini del 5° Battaglione Emilia-Romagna e del 10° Campania. Con loro anche una Task Force C4 dell’Aeronautica militare italiana, con specialisti delle comunicazioni. Dalla fine di agosto si è poi aggiunta un’aliquota di poliziotti di Israele, guidata dal superintendent Mair Namir. È una novità di rilievo, perché è la prima volta che un contingente israeliano viene schierato in una forza multinazionale dell’Onu, che ha deciso di affiancarlo proprio ai Carabinieri.
La prima ricognizione per schierare un contingente dell’Arma a Port-au-Prince risale al 22 gennaio 2010, dieci giorni dopo il terremoto. In febbraio vengono inviati i primi materiali di scorta, cui fa seguito la partenza il 21 aprile dal porto di Livorno di una cinquantina di containers con ogni occorrenza logistica, dalle tende agli automezzi. Le prime aliquote del contingente – in base alle disposizioni dell’Onu – partono dall’aeroporto militare di Pisa nella prima metà di maggio, accompagnate dai sentiti auguri di buon lavoro del Comandante Generale dell’Arma, il generale di Corpo d’Armata Leonardo Gallitelli. Seguirà a ruota il main body del contingente. Ai primi di giugno escono da Camp Delta i primi servizi di pattugliamento del territorio.
La voce della presenza dei Carabinieri ad Haiti si sparge rapidamente, tra Ong e volontari che operano sull’isola. «Sono sempre di più i connazionali che ci contattano», dice il tenente colonnello Mangialavori, «non solo per richieste di supporto logistico e aiuto in materia di sicurezza, ma anche soltanto per conoscerci ed avere un punto di riferimento». Contatto e massima collaborazione con il volontariato italiano che vengono confermati anche dallo stesso Comandante del Coi (Comando Operativo di vertice Interforze), generale di Corpo d’Armata Giorgio Cornacchione, che in luglio incontra i rappresentanti delle ong Avsi e Cesvi, durante una visita alla base del contingente, accompagnato dal generale di Divisione Umberto Pinotti, Comandante delle Unità Mobili dell’Arma, e dal generale di Brigata Gaetano Maruccia, Capo del 2° Reparto del Comando Generale dei Carabinieri.
Tra le icone del volontariato con cui i Carabinieri sono in costante contatto c’è Suor Marcella, che dedica la sua vita alle oltre cento famiglie del Village italien, terra di frontiera vicina al porto che gli abitanti hanno voluto chiamare così proprio in suo onore. Da sola assiste non meno di ottocento anime, in particolare offrendo assistenza sanitaria ai bambini. In settembre, grazie alla solidarietà raccolta in Italia, vengono inaugurati oltre 120 alloggi per altrettante famiglie ospitate fino ad allora nelle tende messe rapidamente a disposizione, nel primo periodo dal post-terremoto, dai volontari della Protezione Civile italiana e dai militari della Missione White Crane, arrivati a bordo della portaerei Cavour e rimasti ad Haiti fino ad aprile. «La costante presenza dei Carabinieri», dice la religiosa francescana, «ci dà sicurezza e conforto. Quando vengono nella baraccopoli portano sempre qualcosa per i bambini, anche d’iniziativa personale. A volte basta poco, ma quel poco è tantissimo, per chi non ha nulla».
Davanti alla base “Ultima Legio” c’è un altro luogo dove i Carabinieri sono ormai di casa. L’ospedale pediatrico Saint Damien e l’orfanotrofio, collegati alla Fondazione Rava di Milano che, tra le tante iniziative per Haiti, ha curato anche l’avvio di un panificio e un pastificio: «Non solo per dar da mangiare alla gente, ma perché ci sia chi impari quel mestiere», dice Mariavittoria Rava. I nostri militari, fuori dal servizio, non si tirano indietro per aiutare l’ospedale: dalla vera e propria manovalanza per spianare un terreno e farvi sorgere un nuovo insediamento abitativo per gli orfani del terremoto, all’intrattenimento dei bambini anche con applauditissimi giochi di prestigio, all’aiuto tecnologico – curato dagli specialisti dell’Aeronautica – per inviare in tempo reale in Italia i referti degli elettroencefalogrammi di piccoli pazienti.
Il Direttore del Saint Damien, padre Rick, è un sacerdote cattolico statunitense presente ad Haiti da 23 anni, tutti dedicati all’assistenza all’infanzia. Non usa mezzi termini quando parla degli «amici carabinieri». «Concreti, immediati e generosi. Se fanno una cosa arrivano fino in fondo, con la testa e con il cuore», dice al termine della Messa del mattino, tappa frequente di militari italiani con gli alamari. E non solo di domenica.

Fonte: Carabinieri.it .

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