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Cose di questo Mondo

La storia di Jamal e del cugino Enayat ripercorre una tragedia quotidiana che passa davanti a noi ogni giorno, senza che quasi i nostri occhi riescano a coglierla.
Nel Mondo ci sono quattordici milioni e mezzo di profughi.
Quasi cinque milioni vivono in Asia.
Uno a Peshawar, punto di partenza di questa pellicola.
Ogni anno un milione di persone mette la propria vita in mano ai trafficanti di uomini.
Alcuni arrivano, molti vengono catturati dalle autorità, altri muoiono durante il viaggio.

Questo film parla di fuga.
Correr via dalla miseria senza mai voltarsi indietro, ed anche senza sapere cosa si troverà dietro l’angolo.
Ed in tutto questo il campo profughi di Shamshatoo, è come se fosse sia in mezzo che lontano dalla guerra.
Non si vedono divise, non si vedono bombe.
Ma tanti bambini sorridenti che giocano: nel loro rincorrersi però ci accompagnano, quasi a volerci far osservare meglio le condizioni in cui le loro famiglie sono costrette a vivere.
Proprio per garantire un futuro a questa nuova generazione, molti investono anche quello che non hanno per scappare da una terra tanto martoriata.

Il campo in questione è alla frontiera nord occidentale del Pakistan vivono rifugiati 53.000 profughi afghani.
I primi nel ‘79 dopo invasione sovietica.
I più recenti dai bombardamenti USA del 2001.

Jamal ha sedici anni, ed è un’orfano che lavora in una fabbrica di mattoni all’interno del campo. E’ un ragazzino gracile, ma sveglio ed intelligente.
La sua facilità nel parlare in inglese lo rende benvoluto dagli anziani del campo: grazie a lui è più facile comunicare sia con i militari che con le associazioni che portano gli aiuti alimentari e farmaceutici.
Ed è proprio la conoscenza della lingua che lo spinge ad una richiesta inusuale per la sua giovane età.
Il cugino Enayat ha deciso di partire: vuole andare a Londra per cercare lavoro e fortuna. Ed il piccolo Jamal si propone di accompagnarlo: sia come interprete ed insegnante che per trovare a sua volta un’occupazione che gli consenta di inviare un po’ di denaro ai fratelli più piccoli.
Decidono di intraprendere il percorso più rischioso, quello via terra.
Dopo un primo contatto a Peshawar, e dietro un cospicuo pagamento da parte del padre di Enayat, riescono a partire.
Tutto il loro percorso sarà su gomma.
Pullman.
Camion carichi di frutta.
Camion carichi di animali.
Camion vuoti.
E tanta, tantissima suola di scarpe.

Il viaggio sarà tremendo.
La scomodità, la mancanza di cibo ed acqua per rifocillarsi, il continuo terrore di essere scoperti e rispediti indietro, vanificando così soldi e fatica.
Ma lascio a voi il piacere di scoprire come terminerà la loro avventura.
Di scrutare i visi delle persone che incontrano, per capire se fidarsi o meno di chi si propone per aiutarli.
Di seguirli mentre abbandonano la loro terra spoglia e monocolore per addentrarsi in città lontane, piene di luci e di grandi palazzi.

Ci sono un paio di scelte stilistiche molto interessanti.
La prima è rubata al Cinema Classico: riusciamo a seguire il cammino dei ragazzi anche grazie alle cartine geografiche dinamiche che segnano il percorso lungo il quale si snoda la storia.
Un’attenzione importante: spesso si da per scontato che tutti conoscano alla perfezione la geografia del Medio Oriente. Ma così non è. Ben venga quindi un supporto come questo.
Altra soluzione notevole è l’utilizzo di differenti tecniche di ripresa.
Quasi tutta l’opera è girata con la camera a spalla, utile per descrivere allo spettatore la confusione dei protagonisti per tutte le novità che stanno affrontando.
In alcuni punti il regista sceglie di mettere da parte i colori e lasciare la scena al bianco e nero. Succede nelle scene notturne, dove il buio aumenta le paure del viaggio.
In una sequenza particolare a questo si aggiunge la slow motion.
I ragazzi, con un aiuto, devono passare a piedi la frontiera per entrare in Turchia.
Il percorso è difficoltoso a causa della neve e del freddo, che si aggiungono al buio ed al terreno impervio e sconosciuto. Il rallentare le immagini ci rende in qualche modo parte delle angosce e della stanchezza dei protagonisti.

Ricordate i bambini che giocavano all’inizio del film?
In qualche modo il gioco viene usato come filo di Arianna lungo tutta la pellicola.
Un mezzo per far sentire meno la nostalgia di casa.
Anche se ricorda i fratelli e gli amici che, sempre più lontani, attendono notizie.

E’ un film semplice, nella sua crudeltà.
Serve soprattutto per riflettere.
Non passa giorno che i telegiornali siano privi di notizie sull’arrivo di immigrati irregolari nel nostro Paese.
Forse anche per questo siamo disabituati all’emozione.
Vedere gli arrivi di massa fa ormai lo stesso effetto delle partite di cibo avariato.
Anzi, il cibo forse ci interessa maggiormente.

A mio avviso questo è più di un film.
Lo ritengo un documento prezioso: per far capire a tutti chi e cosa si nasconda davvero dietro a queste persone.
Che cercano solo di conquistare la dignità che ogni uomo ha il diritto di possedere.

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