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Perché l’Iran è diverso

Un interessante punto di vista, in questo articolo di RFE/RL.

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Iran: non si fermano le condanne a morte

Ed anzi, sono in continuo aumento.
Trovate i dettagli qui .

Sakineh vista dagli iraniani non è un’eroina

La campagna contro la lapidazione di Sakineh, la bomba atomica che da 10 anni è sempre a un anno dalla sua realizzazione, la retorica infuocata contro Israele, i dissidenti in prigione.
Così, spesso in modo riflesso, i nostri occhi sono abituati a vedere il paese degli ayatollah. L’Iran, però, non si lascia rinchiudere facilmente in un pugno di definizioni.
La sua mancanza di democrazia e trasparenza, insieme con lo sguardo talvolta ideologico dell’Occidente ne fanno un oggetto opaco, imperscrutabile. Com’è l’Iran attraverso gli occhi degli iraniani? Il quesito è cruciale ma difficile, perché parlare di politica con un iraniano è diventato quasi impossibile: i vecchi interlocutori a Teheran mettono giù il telefono appena capiscono che la chiamata arriva dall’estero, e chi accetta di parlare chiede di non essere citato. Dal voto presidenziale contestato di oltre un anno fa, la repressione è diventata soffocante.
Ironizza un professore universitario che non vuol essere nominato: «Da noi c’è libertà di espressione ma chi la esprime perde la libertà». Un’altra domanda fondamentale è quanto consenso abbia il regime e, specularmente, se il movimento verde sia ancora vivo oppure sia stato stritolato dalla repressione. Negli ultimi giorni, la discussione che anima di più gli esperti è su quanto sia profondo o apparente il dissidio del presidente Ahmadinejad con la Guida Suprema Khamenei. Con l’intrepida superficialità del reporter tentiamo qualche risposta.
L’altro giorno all’Onu, il presidente Ahmadinejad ha detto che Sakineh Asthiani, la donna che rischia la lapidazione, non è mai stata condannata, che la sentenza è ancora da stabilire. È falso, ma non è questo il punto. Ahmadinejad in formato esportazione usa un argomento caro all’Occidente che sta conducendo una campagna mediatica per salvare la donna, in modo da dimostrare a costo zero la sua volontà di apertura. Ahmadinejad in formato nazionale invece è ben contento della campagna mediatica in favore di Sakineh, che in Iran è generalmente vista come una criminale qualsiasi: gli serve per dimostrare al suo pubblico quanto sia squilibrato e fazioso il giudizio degli occidentali che trasformano un’adultera e complice di un omicidio in un’eroina della libertà. Di più, gli serve per accomunare i condannati per motivi politici ai criminali.
«Di fatto – dice un esponente del fronte riformatore che chiede di restare anonimo – in Iran la vicenda di Sakineh ha contribuito a far dimenticare decine di condannati politici imprigionati senza accusa così come i molti condannati a morte». Alcuni prigionieri politici si sono chiesti in una lettera pubblica: «Noi innocenti ogni giorno veniamo “lapidati”, perché non viene intrapresa per noi questo tipo di campagna mondiale?».
Dice un giornalista della capitale, niente nomi prego: «Qui, a causa della forte sensibilità religiosa che arriva facilmente al fanatismo, si è molto sensibili al tema dei rapporti illeciti di una donna sposata. E Sakineh è una persona che ha avuto questo tipo di rapporti. Inoltre è stata complice del suo amante nell’omicidio del marito. Immagino che molti disapprovino la lapidazione, ma certo il giudizio sul caso non è favorevole». Secondo Golnaz Esfandiari, corrispondente di radio Free Europe/Radio Liberty, una delle giornaliste più informate sull’Iran: «È difficile parlare con intellettuali e attivisti critici del regime. Loro sono ovviamente contro quella sentenza barbarica, ma è probabile che nelle piccole città la gente non abbia mai sentito parlare della vicenda. A Teheran, anche tra chi è lontano dal regime, c’è la percezione che qualcuno abbia usato il caso di Sakineh per promuovere se stesso più che la giustizia».
Spiega uno scrittore, anche lui in anonimo: «I demagoghi che governano in Iran ne approfittano per dire alla gente: vedete, per i difensori della democrazia e coloro che sono contrari alla pena di morte, il significato dei diritti umani è che una donna sposata può avere rapporti illeciti e anche partecipare all’omicidio del marito e diventare un’eroina». Ma allora bisogna assistere alla lapidazione senza battere ciglio? «No, sarebbe sufficiente che i difensori dei diritti umani distinguessero tra crimine e inaccettabilità della pena di morte. Il nostro problema non è la difesa del crimine di una persona ma la difesa dei suoi diritti. Sakineh ha violato i diritti umani (ha partecipato all’omicidio di una persona), nonostante ciò si deve difendere il suo diritto alla vita».
Parlando di Iran, la madre di tutti gli interrogativi, sia per il lettore curioso che per l’analista del Dipartimento di Stato è: che fine ha fatto il movimento verde? Stephenz Kinzer, autore del recente «All the Shah’s men» sul colpo di Stato del 1953 contro Mossadeq, ha scritto qualche settimana fa sull’Huffington Post: «Le proteste antigovernative dello scorso anno sono finite, almeno per il momento». La repressione ha funzionato: «Molta gente è infelice (è impossibile stabilire numeri esatti) ma nessuna delle persone che ho incontrato in Iran prevedeva nuove proteste nel breve periodo». Flynt e Hillary Leverett sono gli analisti che più di ogni altro hanno scritto l’epitaffio del movimento verde dalle colonne del loro sito «RaceforIran.com». La loro tesi è che dopo le elezioni contestate, il presidente Ahmadinejad ha subito sì un contraccolpo politico, ma limitato a quel segmento delle società che i media identificano con l’élite di Teheran Nord. Il governo insomma non avrebbe mai perso il consenso delle masse. Nella mancanza di dati attendibili, la visione dei Leverett ha il pregio della semplicità: la débâcle dei verdi è davanti agli occhi di tutti.
«E’ vero che le dimostrazioni sono state stroncate, che si percepisce un sentimento di rassegnazione – dice Esfandiari – ma resta tra la gente un forte senso di insoddisfazione nei confronti del governo. Credo che il regime lo sappia che si tratta di una vittoria a breve termine: lo si vede dal fatto che continua a tenere alta la pressione contro i leader riformisti come Karroubi». L’esponente riformista che vuole restare anonimo spiega: «La società vive nella paura, ma sotto le ceneri il fuoco brucia ancora. C’è ormai un grande fossato tra una grossa parte del popolo iraniano e il governo».
Il nemico principale in questo momento è la crisi economica. Ancora Esfandiari: «Quando parli con un iraniano, la prima cosa che cita è la crisi. Inflazione e disoccupazione sono la disperazione dei giovani, l’obiettivo di molti è lasciare il paese». A giorni dovrebbe passare in parlamento una legge che abolirà parte dei 100 miliardi di sussidi statali all’economia: soldi che verranno a mancare alle tasche della gente. È questo oggi il fronte più caldo per il governo, dove l’incendio potrebbe scoppiare da un momento all’altro e unire sotto un’unica bandiera tutti i segmenti insoddisfatti della società.

Fonte: La Stampa.

Nucleare iraniano: accordo con Brasile e Turchia

L’Iran ha raggiunto un accordo per lo scambio di combustibile nucleare con Brasile e Turchia.
Lo ha annunciato il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davutoglu, da Teheran, dove sono in corso i negoziati tra le autorità iraniane, il presidente brasiliano Lula, e il premier turco Erdogan.
I due leader stanno cercando di trovare un accordo complessivo che sblocchi lo scambio ed eviti all’Iran una nuova tornata di sanzioni.
Secondo l’intesa originaria, siglata a Vienna il 1 ottobre scorso, Teheran avrebbe ceduto 1.200 kg di uranio arricchito al 3,5% in cambio di barre di combustibile raffinato al 20% processate prima in Russia e poi in Francia. “Abbiamo raggiunto un accordo dopo 18 ore di trattative”, ha spiegato Davutoglu ai giornalisti specificando che l’annuncio formale sarà dato lunedì dopo l’ultima revisione del documento da parte del presidente iraniano, Mahmoud Ahmdinejad, del brasiliano Lula e del turco Erdogan.
“Informeremo in settimana l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) di questo accordo”, che prevede uno scambio di uranio arricchito iraniano al 3,5% con combustibile altamente arricchito per il reattore medico di Teheran. “L’Aiea deve informare il gruppo di Vienna (Stati Uniti, Russia, Francia) di questa posizione”, ha aggiunto.

Fonte: TGCom.

Gli Usa combattono il terrorismo che loro stessi hanno creato

« Gli Stati Uniti stanno facendo “un doppio gioco” in Afghanistan, combattendo il terrorismo che hanno creato. La Nato non può portare la pace in Afghanistan».
Lo ha detto a Kabul il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, in visita ufficiale in Afghanistan.
Ahmadinejad è arrivato a Kabul per la sua prima visita in Afghanistan dopo le elezioni presidenziali dello scorso 20 agosto. Lo ha annunciato un portavoce del presidente afghano Hamid Karzai, che ha confermato il previsto incontro tra i due presidenti nel quale si parlerà delle relazioni bilaterali ma anche dell’ampliamento della cooperazione economica tra i due Paesi.
Nella riunione si parlerà però soprattutto della sicurezza della regione e del problema del traffico di droga. Al centro dell’incontro ci sarà anche il tema della presenza delle truppe straniere, non solo in Afghanistan ma anche in Iraq.
Il ritiro dei militari stranieri dalla regione è da sempre uno dei principali obiettivi dichiarati da Ahmadinejad.
In agenda infine il progetto della linea ferroviaria che dal Tajikistan raggiungerà l’Iran attraverso l’Afghanistan.

Fonte: Corriere della Sera.

Il regime di Teheran sta implodendo fra esecuzioni, ostaggi e torture.

Il Presidente dell’Iraq Jalal Talabani è volato domenica a Teheran, e lunedì ha trascorso quasi tre ore in compagnia del Ministro della Giustizia iraniano Mohammed Larijani. Interpellato sulla natura del viaggio, l’Ambasciatore iraniano a Baghdad, Kazemi Qomi, ha dichiarato che Talabani necessitava di cure mediche particolari. In realtà, il Presidente iracheno ha agito da mediatore per conto degli Stati Uniti, cercando di giungere ad un accordo per il rilascio di tre giovani escursionisti americani presi in ostaggio da Teheran mesi or sono.

È molto improbabile che Talabani o chiunque altro riesca a strappare un accordo. Il regime aveva già fatto sapere al Governo americano che avrebbe rilasciato i tre ostaggi solo nell’ipotesi di uno scambio con tre disertori iraniani di altro profilo. Ma anche qualora gli Stati Uniti fossero disponibili a pagare un riscatto così elevato – ed è difficile credere che Washington lascerebbe dei suoi cittadini in balia di morte certa – servirebbe comunque l’assenso dei Paesi dove i disertori risiedono; fatto per niente scontato. In sostanza, gli sfortunati escursionisti continueranno a soffrire.

Nel frattempo, la spirale della morte che investe la Repubblica Islamica continua. C’è una serie impressionante di falliti atterraggi di aerei di proprietà o con a bordo ufficiali delle Guardie Rivoluzionarie. L’ultimo episodio riguarda un volo Teheran-Mashad, che è dovuto rientrare a Teheran e girare in tondo alla pista di volo per circa due ore bruciando carburante finché le fiamme non sono state domate. Non ci sono state vittime.

Lo stesso non si può dire nel caso di due uomini recentemente assassinati dal regime. Il più giovane si chiamava Ramin Pourandarjani, un medico venticinquenne dalla brillante carriera assicurata – si è laureato a Teheran primo della sua classe. Al momento del decesso, il 10 novembre scorso, stava lavorando nell’infame centro di detenzione di Kahrizak a Teheran, il luogo dove il regime ha praticato la tortura di massa a seguito delle proteste anti-governative di giugno. Pourandarjani aveva inizialmente rifiutato di firmare documenti dove si attestava il decesso di un dissidente per cause naturali – quando invece il giovane medico poteva osservare segni evidenti di tortura – per poi sottoscriverli solo dopo un mese di forti pressioni.

Nelle ultime settimane Pourandarjani aveva ricevuto visite da ufficiali dell’intelligence provenienti dall’ufficio della Guida Suprema Khamenei, i quali gli avevano chiesto cosa avesse visto a Kahrizak. Evidentemente aveva visto troppo. I suoi familiari sono stati chiamati e gli è stato raccontato che Ramin aveva subito un incidente stradale. Gli è stato chiesto di concedere l’autorizzazione per un intervento chirurgico, ma questi hanno rifiutato. Il giorno successivo sono stati informati che un attacco di cuore aveva stroncato Ramin, il giorno 10 novembre. Il suo corpo è stato lavato e avvolto in un lenzuolo funebre senza nessun familiare presente; dopo è stato spedito a Shiraz e lì seppellito.

Hanno cominciato a circolare quasi subito le voci di un suicidio, ma documenti recenti indicano una azione criminosa come l’ipotesi più attendibile.La vittima più vecchia si chiamava Ali Kordan, cinquantunenne, per lungo tempo uno dei membri più potenti del regime, molto vicino sia a Khamenei che al Presidente Ahmadinejad. Così come molti altri oggi al vertice dell’apparato statale, Kordan era una Guardia Rivoluzionaria dai molteplici incarichi, fino a raggiungere una breve notorietà nel 2008, quando fu nominato Ministro dell’Interno. L’iniziale opposizione alla nomina di Kordan fu sconfitta quando Khamenei spedì una lettera al Parlamento insistendo per la sua conferma, ma Kordan fu comunque costretto a dare le dimissioni in agosto dopo che emerse lo scandalo della falsificazione della sua laurea honoris causa presso l’Università di Oxford.

La AP riporta che “secondo il resoconto fornito dai giornali iraniani e dalle agenzie di stampa, Kordan è deceduto a causa di un arresto cardiaco domenica dopo settimane di trattamenti per problemi a polmoni e pancreas”, mentre Wikipedia ci dice che “Kordan è morto di mieloma multiplo all’ospedale Masihe Daneshvari di Teheran il 22 novembre. Soffriva inoltre di influenza nonché di emorragia celebrale”. In realtà Kordan è stato assassinato. Non solo sapeva troppo; aveva preparato un devastante dossier contro il regime ed era intenzionato a disertare. Non si conosce la sorte di tutti i documenti che Kordan pensava di portare con sé.

Questi due delitti ci raccontano chiaramente del panico che affligge il regime. La prossima importante dimostrazione dell’opposizione è fissata per il 7 dicembre, e già i tentativi di intimidazione sono ben visibili. Questo venerdì sette milioni di basiji marceranno in occasione della “Settimana dei basiji”. Ora, telefoni cellulari in tutto il Paese hanno ricevuto questo messaggio di testo: “Tu sei stato identificato come uno dei partecipanti ai raduni post-elettorali e devi astenerti dal prendere parte ad altri raduni da oggi in poi”. La campagna intimidatoria non è stata condotta in modo così efficiente, se è vero che anche Ahmadinejad ha ricevuto lo stesso messaggio, così come un panettiere del Khuzestan, nel profondo sud del Paese.

Intanto, cercando disperatamente di ottenere un briciolo di legittimità, Ahmadinejad è volato in Africa e America del Sud. Ma serve molto più di qualche bel discorso pronunciato da leader stranieri – o del finanziamento nelle università americane di studenti simpatizzanti del regime – per salvare la sua posizione. Alireza Zakani, parlamentare di spicco nonché sostenitore del regime, ha pronunciato un discorso che conferma effettivamente le accuse di brogli elettorali che il leader dei Verdi Mir Hossein Mousavi non si stanca di ripetere da giugno.

Secondo Zakani – il cui discorso ha fatto una breve apparizione in un sito ufficiale per poi scomparire – la frode sarebbe stata confermata dal presidente del Parlamento Ali Larijani e dall’ex Presidente Hashemi Rafsanjani nei giorni immediatamente successivi al 12 giugno alla presenza dello stesso Khamenei. Questi sono sviluppi davvero esplosivi, e dei quali siamo certi sentiremo notizie nei giorni a venire.

Fonte: Michael A. Ledeen tradotto da L’Occidentale.