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Trovare un percorso alternativo per l’Afghanistan

L’uccisione Osama Bin Laden, unito al successo dell’attacco dei droni in Pakistan hanno aggiunto una grande pressione sull’amministrazione Obama per trovare il modo di ridurre il coinvolgimento statunitense in Afghanistan.

Un articolo del Washington Post.

Afghanistan: il punto dal Generale Petraeus

Cosa è stato fatto e gli obiettivi ancora da raggiungere.
In un ottimo articolo a cura di RFE/RL .

Al Qaeda può sopravvivere alla rivolte in Medio Oriente?

Un approfondimento di Bruce Riedel.

Bentornato Enzo…

I resti del corpo di Enzo Baldoni , il freelance rapito il 24 agosto 2004 e ucciso il 27 agosto dello stesso anno a Latifia (Iraq), sono giunti nei giorni scorsi a Roma.
Dagli esami effettuati dal Ris, è arrivata la certezza che si tratta proprio del corpo del giornalista assassinato. I carabinieri del Ros hanno definitivamente individuato gli esecutori del sequestro e dell’omicidio di Baldoni, tutti appartenenti al gruppo “Esercito Islamico in Iraq”.
La comparazione del profilo genotipico ha dato la certezza che si tratta proprio del corpo del giornalista assassinato. Non solo, attraverso la collaborazione dei servizi segreti dell’Aise, i carabinieri del Ros, coordinati dalla pool antiterrorismo della procura di Roma hanno definitivamente individuato gli esecutori materiali del sequestro e dell’omicidio di Baldoni, tutti appartenenti appunto al gruppo “Esercito Islamico in Iraq”.
“L’attività investigativa sviluppata dai carabinieri del Ros, con il coordinamento del Gruppo Antiterrorismo della Procura della Repubblica presso il tribunale di Roma – si legge in una nota – ha consentito di ricostruire tutte le fasi del del sequestro del giornalista italiano ‘freelance’ Enzo Baldoni”.
Il gruppo terroristico iracheno che sequestrò e uccise Baldoni “è risultato operante principalmente nella zona di Falluja ed essere legato e finanziato dal terrorista Abu Mus’ab al Zarqawi, all’epoca del sequestro responsabile di al Qaeda in Iraq e ucciso il 7 giugno 2006, nel corso di un raid aereo congiunto compiuto da forze militari statunitensi e giordane”.
Le indagini, che si sono svolte “in un contesto operativo e di collaborazione internazionale estremamente complesso”, oltre alla ricostruzione del fatto delittuoso, hanno permesso “di ipotizzare la resposabilità di alcuni membri del gruppo terroristico che materialmente aveva partecipato al sequestro e al successivo omicidio di Enzo Baldoni”.

Fonte: TGCom.

Arrestata la prima jihadista americana

È forse la prima jihadista americana, una donna minuta di 46 anni dai capelli biondi e dagli occhi azzurri che reclutava terroristi in Europa e – si sospetta – era stata incaricata da Al Qaeda di assassinare il vignettista svedese Lars Vilks, l’autore delle sacrileghe effigi di Maometto del 2007. Il suo nome di guerra è «Jihad Jane», o anche «Fatima LaRose» quello vero Colleen Renee LaRose. La Procura di Filadelfia ha rivelato di averla arrestata lo scorso ottobre, al ritorno dalla Svezia dove era riuscita a rintracciare Vilks. In una sua email, ha precisato, Jihad Jane definì «un onore e piacere uccidere» il vignettista, aggiungendo: «Adesso che sono così vicina al bersaglio solo la morte mi fermerà».
La rivelazione ha scosso l’America, che si è trovata con una quinta colonna nemica in casa.
LaRose, che pesa meno di 50 chili ed è alta circa 1 metro e mezzo, avrebbe reclutato uomini e donne con passaporto americano o europeo per la Jihad islamica, muovendosi insospettata da un continente all’altro.
Il Washington Post s’è impadronito di un’altra sua email del giugno 2008: «Voglio aiutare i musulmani», dice. Il giornale ha anche accertato che lo scorso agosto si recò in Svezia «per vivere e addestrarsi con una cellula jihadista», portando con sé il passaporto americano del compagno, identificato solo come K. G, da consegnare ai «fratelli» terroristi.
Jihad Jane ha trascorsi da balorda.
Negli anni Ottanta fu ripetutamente arrestata per emissioni di assegni falsi e guida di un’automobile in stato di ubriachezza, si sposò e divorziò due volte.
Ma per la Procura di Filadelfia «è una minaccia grave». Un funzionario, David Kris, ha spiegato che raccolse fondi per i terroristi islamici, e si disse pronta a sposarne uno per farlo entrare negli Stati Uniti. In una delle tante email, LaRose si sarebbe vantata di sapere mescolarsi tra la folla per passare inosservata, in un’altra avrebbe citato alcuni «fratelli» irlandesi (la polizia li ha arrestati martedì). Stando alla Procura, Jihad Jane fu subito incriminata, ma il caso fu tenuto segreto per consentire a Fbi e Cia di indagare sui suoi possibili legami con Al Qaeda e su altri jihadisti negli Stati Uniti.
Il suo avvocato, Mark Wilson, ha rifiutato qualsiasi commento.
Secondo Kris il caso è indicativo di «come stia cambiando il volto del terrorismo». LaRose sembrava al di sopra di ogni sospetto, ha asserito, conduceva in apparenza un’esistenza normale in un sobborgo di Filadelfia, era una cittadina qualunque.
La sua attività rimase nascosta per anni, incominciò al più tardi nel 2007.

Fonte: Corriere della Sera.

Chiuse le urne in Iraq. Tasso di partecipazione significativo, nonostante gli attentati.

Alle 17 ora locale (le 15 in Italia) sono stati chiusi i seggi elettorali per le elezioni politiche in Iraq. La giornata è stata caratterizzata da attentati che hanno provocato 38 morti e oltre 100 feriti. Almeno una trentina di persone sono morte in seguito all’esplosione di colpi di mortaio che hanno colpito diversi edifici nel quartiere sunnita di Azamiyah, a nord di Baghdad: fra le vittime del crollo di una casa anche diversi bambini. Numerosi colpi di mortaio sono stati lanciati anche verso la cosiddetta Zona Verde, quartiere superprotetto di edifici governativi e dove ha sede l’ambasciata americana.
Fin da sabato, vigilia di un voto cruciale per la futura presenza delle truppe americane in Iraq, sono stati numerosi gli attentati, il più grave a Najaf, città santa sciita, dove un’autobomba è esplosa al passaggio di un pullman di pellegrini (tra cui molti iraniani), provocando tre morti e oltre cinquanta feriti; Al Qaida in Iraq ha proclamato un «coprifuoco», invitando la popolazione a stare lontana dalle urne, pena il rischio di incorrere nella «rabbia di Allah e dei Mujaheddin».
Alle urne erano chiamati per le elezioni legislative circa 18 milioni di aventi diritto, che hanno potuto scegliere fra 6.218 candidati (fra cui 1.801 donne) per 325 seggi. Il tasso di partecipazione è stato definito «significativo», malgrado le violenze e gli attentati dall’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Catherine Ashton. «La partecipazione alle elezioni politiche in Iraq, malgrado gli attentati violenti durante la campagna elettorale e nel giorno del voto, conferma l’impegno del popolo iracheno per un Iraq democratico. Merita il rispetto di tutti», ha detto Ashton. «L’Ue continua a sostenere l’Iraq nei suoi sforzi per ricostruire il Paese ed il suo sistema politico», ha aggiunto, promettendo «un partenariato sul lungo termine». I risultati definitivi non saranno noti prima della fine marzo e la formazione del nuovo esecutivo potrebbe rivelarsi un processo di mesi, nonostante la legislatura termini il 16 marzo e l’esecutivo uscente non potrà che dedicarsi al disbrigo degli affari correnti.
In attesa dei risultati delle seconde elezioni legislative dell’era post-Saddam, ecco le dichiarazioni di alcuni protagonisti della scena politica irachena. Il curdo Jalal Talabani , presidente della Repubblica e candidato per un secondo mandato, da Suleimaniya (nord-est dell’Iraq): «In questo giorno storico il vincitore assoluto è il popolo iracheno, unito nelle diversità tra curdi, arabi e le altre minoranze. Mi auguro che queste elezioni si svolgeranno pacificamente e che tutti rispettino i suoi esiti». Lo sciita Nuri Al Maliki , premier uscente, leader di i una delle maggiori coalizioni sciite e uno dei candidati favoriti, da Baghdad: «Gli attentati di stamani non influenzeranno il processo elettorale e non demoralizzeranno il morale degli iracheni nel loro esercizio di democrazia. Mi rivolgo anche a tutti i politici, invitandoli ad accettare il risultato delle urne: la mappa politica del Paese cambierà senza dubbio, ma chi vince oggi potrebbe perdere domani. E viceversa». Il leader radicale sciita Moqtada Sadr , candidato nel listone sciita guidato dal laico Ibrahim al Jaafari, dall’Iran: «Nonostante le elezioni svolte all’ombra dell’occupazione non siano legittime, chiedo al popolo iracheno di parteciparvi come un atto politico di resistenza per preparare il terreno alla liberazione dell’Iraq dagli occupanti». Il portavoce della sicurezza di Bagdad, il generale sciita Qassem Al Mussawi, da Bagdad: «I terroristi tentano di indurre gli iracheni a non recarsi alle urne, ma il coraggioso popolo iracheno ha capito questo messaggio e sta rispondendo andando a votare in massa. Per quanto ci riguarda, siamo in stato di combattimento e operiamo in un teatro di battaglia, ma i nostri soldati si aspettano il peggio».
Le misure di sicurezza sono state estreme: frontiere ed aeroporti sono chiusi da sabato alle 22 e lo rimarranno fino alle 5 di lunedì; contrariamente a quanto accaduto nel 2005, i militari statunitensi non hanno partecipato alle operazioni di vigilanza durante il voto.
I responsabili della sicurezza irachena hanno riferito di aver tolto le restrizioni alla circolazione delle auto a Bagdad che erano state decretate per proteggere i seggi elettorali da attentati. Il portavoce Qassim al-Moussawi non ha fornito spiegazioni per la decisione limitandosi a precisare che è rimasto invece in vigore il blocco per autobus e camion.

Fonte: Corriere della Sera.

Condannata Lady Al Qaeda

Quella che la stampa americana aveva battezzato «Lady Al Qaeda» è stata condannata da un tribunale di New York per tentato omicidio e rischia il carcere a vita. Aafia Siddiqui è una scienziata pachistana di 37 anni: una donna sospettata di legami con l’organizzazione di Osama Bin Laden, tanto da essere inserita nella lista dei terroristi most wanted. Nel 2003 era sparita dalla circolazione ma prima aveva vissuto una vita più che regolare negli States, laureandosi al Mit in neuroscienze e sposandosi poi con un anestesiologo da cui ha avuto tre figli.

Prima di diventare una super-ricercata la Siddiqui lavorava all’università di Karachi: dunque era tornata a vivere nel suo Paese d’origine dopo aver divorziato dal marito nel 2002. Contro di lei si è scatenata una vera caccia: la donna era ritenuta collegata a un piano per un attentato con una «bomba sporca» in una grande città Usa. A luglio del 2008 l’arresto: la donna viene fermata in Afghanistan, perché trovata in possesso di materiali chimici sospetti. Viene interrogata da agenti dell’Fbi: lei cerca di scappare, strappando l’arma a un militare. Ed è proprio questo il punto sui cui è stata formulata l’accusa: Siddiqui avrebbe tentato di premere il grilletto per uccidere. Una tesi accolta dal giudice del tribunale di New York. In realtà, nella confusione seguita al suo tentativo di fuga, l’unica a restare ferita era stata proprio lei.

Molto diverso il quadro proposto dalla difesa: la donna avrebbe solo tentato di scappare dalla stanza, spaventata, senza voler fare del male al personale Usa. I legali della scienziata hanno anche presentato un rapporto sull’anno e mezzo che la donna ha trascorso in carcere, prima in una prigione segreta della Cia e poi nella base di Bagram, in Afghanistan: lì avrebbe subito torture e violenze sessuali. In nome di Aafia Siddiqui c’è stata una grande mobilitazione di connazionali pachistani, anche negli ultimi giorni: chiedevano che fosse liberata, scagionata. Invece, ora che è stata condannata per tentato omicidio, aggressione e altri crimini, rischia il carcere a vita.

Fonte: Corriere della Sera.