Archivi tag: bambini

Bambini sporchi di cioccolato

Arrivano spesso dal Mali, dove vengono acquistati da intermediari che poi (una volta oltrepassato il confine con la Costa d’Avorio) li rivendono per l’equivalente di poche centinaia di euro ai proprietari delle piantagioni di cacao, dove i bambini vengono schiavizzati finché non ripagano un debito che non hanno chiesto di contrarre.
Sono loro, bambini di età compresa tra i cinque ed i quindici anni, il gradino inferiore nella scala dello sfruttamento mondiale del mercato del cacao, un mercato dove neanche l’”equo-solidale” sembra essere davvero equo.

Vi rimando a questo lodevole report, corredato da un ottimo testo e supporti video.
Per tastare come la gioia di un morso di cioccolata non sia uguale per tutti i bambini.

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Cooperazione Italia-Kenya: nuovi pozzi a Ikanga

La Cooperazione Italiana si è impegnata per migliorare le condizioni di vita della popolazione dell’area Ikanga-Mutuomo, tra le più aride del Kenya, attraverso la distribuzione di acqua potabile e attività di formazione igienico-sanitarie. L’intervento, nell’ambito del Programma di Conversione del Debito Kenya-Italia, è costato circa 1.200.000 euro ed ha richiesto un periodo di realizzazione di circa 6 mesi.
Il 30 ottobre è stato inaugurato, dal Presidente del Consiglio del Kenya, Raila Odinga, dalla Ministra dell’Acqua, Charity Ngilu, e dal direttore dell’UTL di Nairobi Martino Melli, il progetto idrico sanitario Ikanga – Mutuomo.
In particolare, l’iniziativa ha permesso la costruzione di tre pozzi e la riabilitazione di una pre-esistente stazione di pompaggio con annesso impianto di depurazione.
La fornitura dell’acqua avviene attraverso quindici punti di distruzione costruiti lungo l’acquedotto, servendo una popolazione di circa 35.000 persone e mettendo a disposizione circa 1 milione di litri d’acqua potabile giornalieri. Inoltre, l’acqua è distribuita direttamente a due dispensari, sei scuole primarie e tre scuole superiori.
Sono state realizzate anche attività di formazione in campo sanitario e igienico.
L’area è frequentemente soggetta a fenomeni di siccità che, a causa della remota posizione geografica, fa si che sia particolarmente vulnerabile a carestie ed epidemie.
Con l’accesso ad acqua sicura, si potrà avere un sensibile miglioramento nei confronti dei seguenti indicatori: riduzione della mortalità materno-infantile, maggiore frequenza scolastica soprattutto per le bambine su cui grava maggiormente il lavoro di raccolta e trasporto dell’acqua, riduzione dei fenomeni epidemiologici e una più alta aspettativa di vita.

Fonte: MaE.

Emergenza in Nigeria: centinaia i bambini morti avvelenati

Una strage di bambini si sta consumando dall’inizio dell’anno in Nigeria nella regione settentrionale di Zamfara: per avvelenamento da piombo legato all’estrazione dell’oro sono già più di 400 i piccoli morti dal mese di marzo. Lo rivela Medici senza frontiere (Msf), che lo scorso giugno avevano parlato di 160 morti.
«Il numero delle vittime è molto più alto di quello stimato finora – dice Gautam Chatterjee, di Msf, all’agenzia Ansa – Abbiamo fatto rilevamenti solo in alcuni villaggi, mentre nella maggior parte degli agglomerati non siamo riusciti ad arrivare per diversi problemi, quindi stimiamo che il numero dei bambini morti da marzo sia intorno a 400». L’emergenza era emersa all’inizio dell’anno quando era stato osservato un eccesso di decessi e malattie nello Stato di Zamfara e le indagini condotte avevano poi identificato la causa nell’avvelenamento da piombo legato all’estrazione di oro conpiuta con metodi artigianali. In molti di questi siti infatti le falde acquifere sono contaminate da metalli pesanti che appestano gli attrezzi e infettano l’ambiente circostante.
L’avvelenamento è dovuto alla ricerca manuale e artigianale dell’oro. Spesso si scava con le mani nella terra e nelle pozzanghere alla ricerca di una vena del prezioso minerale e si respira il piombo rimanendo contaminati. «A rischio sono soprattuto i piccoli, che hanno un sistema immunitario più debole degli adulti», spiega Chatterjee. Nello Stato di Zamfara gli «uomini cercano l’oro, poi lo portano alle loro donne che lo puliscono dalla sabbia, ma spesso accade che queste donne abbiamo a loro fianco dei bambini che respirano il piombo», continua Msf. Oltre a Medici senza frontiere lavora in questa zona anche la Ong (Oraganizzazione non governativa) Terra Graphic che negli ultimi mesi ha monitorato sette villaggi e che parla di migliaia di persone contaminate, di cui almeno 3.600 bambini sotto i cinque anni a rischio. La ong ha riferito di non essere riuscita a controllare altri villaggi che si stima siano contaminati, a causa delle difficile condizioni meteorologiche e delle forti piogge.
L’Onu ha stimato in settembre che circa 18.000 persone potrebbero essere rimaste contaminate. Un’emergenza che non è facile definire numericamente anche perchè molti luoghi dove si estrae l’oro sono per illegali. Il commercio di questo minerale è considerato una delle attività più remunerate: basti pensare che ci vogliono «circa due ore per estrarre un grammo del minerale che viene venduto a 23 dollari – dice Umaru Na-Taala del villaggio di Kirsa dove sono morti 50 bambini – mentre per coltivare il miglio ci vogliono 4 mesi e lo si vende a 40 dollari». Secondo gli studiosi, una eccessiva quantità di piombo nel sangue può provocare nei minori di 14 anni anemia, debolezza muscolare e, nei casi più gravi, danni irreversibili al cervello e morte.

Fonte: La Stampa.

Orfani bianchi

Dopo la caduta del regime comunista in Romania, nel 1989, l’attenzione internazionale è stata catalizzata dalla situazione in cui vivevano numerosi bambini: chiusi in fatiscenti orfanotrofi, abbandonati a se stessi sulle strade e nei canali sotterranei della capitale Bucarest, vittime di abusi e del traffico di esseri umani.
A partire dal 2004, con l’intensificarsi del flusso migratorio di cittadini romeni verso altri paesi dell’Unione europea, grazie anche all’allargamento dello spazio Schengen, è cresciuto l’allarmismo per la presenza sulle strade delle principali capitali del Vecchio Continente (in particolare in Italia, Spagna e Francia) di un gran numero di minori stranieri non accompagnati di nazionalità romena, spesso coinvolti in attività illegali.
Mentre diversi paesi in Europa cercavano di capire come fare fronte a questa emergenza, in Romania l’attenzione e la preoccupazione si stava indirizzando invece ad un’altra categoria di minori in difficoltà: i cosiddetti orfani “bianchi”, ossia quei bambini figli di migranti costretti a crescere senza la presenza di uno o di entrambi i genitori.
Proprio a questo tema è stato dedicato il convegno “Left Behind” organizzato lo scorso 26 maggio a Milano dall’ Associazione L’Albero della Vita, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica italiana nei confronti di questo fenomeno.
Secondo uno studio nazionale condotto da Unicef e dall’associazione “Alternative Sociale”, nel 2008 sono 350mila i bambini romeni che hanno almeno un genitore all’estero, cioè il 7% della popolazione tra 0 e 18 anni. Di questi un terzo (126mila) hanno ambedue i genitori all’estero e hanno un’età inferiore ai 10 anni. Altri 400mila bambini hanno sperimentato l’assenza di uno dei genitori per periodi più o meno lunghi di tempo.
Le regioni romene più interessate al fenomeno sono quelle rurali ed in particolare la Moldova romena, che vede la presenza di 100mila “orfani bianchi” seguita da Transilvania, Oltenia, Muntenia.
L’Albero della vita sostiene ed è partner dell’associazione “Alternative Sociale” di Iaşi, città principale della Moldova romena. L’associazione da diversi anni si occupa di offrire sostegno psicologico ai minori che si trovano in difficoltà a causa dell’assenza dei genitori. Come spiega Alex Gulei, assistente sociale di Alternative Sociale, il problema è apparso in modo evidente nel 2004, quando la stessa polizia di Iaşi si è rivolta all’associazione trovandosi in difficoltà di fronte ad una nuova categoria di bambini e adolescenti problematici, spesso coinvolti in attività illegali.
Gli effetti della migrazione dei genitori sui bambini sono dei più vari, generalmente i bambini vivono uno stato di stress che può portare il minore da un calo della frequenza e del profitto scolastico fino al compimento di piccole attività delinquenziali; emotivamente il minore vive uno stato di frustrazione, senso di colpa e depressione che in alcuni casi ha portato all’atto estremo e drammatico del suicidio.
Lo stato romeno non è intervenuto direttamente con progetti e finanziamenti per arginare gli effetti del fenomeno, lasciando per gran parte la questione in mano alle Ong. Come nota Alex Gulei, la cosa positiva è che nel 2006 lo stato romeno ha esplicitamente riconosciuto l’esistenza del problema ed ha varato una legge che obbligava i genitori che partivano con un contratto di lavoro legale all’estero a nominare un rappresentante legale per i propri figli. Nella realtà dei fatti, però, la maggioranza dei genitori non partono dalla Romania con un contratto di lavoro e nella pratica i figli vengono semplicemente affidati a dei membri della famiglia allargata, senza preoccuparsi della loro rappresentanza legale.
In questi anni “Alternative Sociale” si è occupata del fenomeno mettendo in pratica una metodologia di intervento sociale che si rivolge non solo ai minori, ma anche ai genitori, alle famiglie allargate e all’intera comunità. L’associazione fornisce supporto psicologico a questi minori e svolge attività di informazione nei confronti della comunità, oltre che sensibilizzare i genitori con cui sono in contatto delle difficoltà incontrate dai figli lasciati soli a casa.
Il fenomeno degli “orfani bianchi” riguarda la Romania in modo particolare, poiché il flusso migratorio proveniente da questo paese si è intensificato significativamente negli ultimi anni. Si pensi che in Italia i romeni rappresentano la principale comunità di immigrati con 796.477 presenze (Istat 2009) su una popolazione totale del paese di origine di circa 22 milioni di abitanti.
Il fenomeno non riguarda solo la Romania, questo rappresenta solo una delle facce del più complesso e globale processo migratorio e che vede svilupparsi nuove dinamiche familiari nel contesto dell’ Europa allargata. La rilevanza del fenomeno è dimostrata anche da una recente risoluzione parlamentare in favore dei figli dei migranti d’Europa lasciati soli a casa, proposta dall’europarlamentare romena Rovana Plumb ed approvata nel marzo 2009, con una maggioranza di 579 voti favorevoli, 21 contrari, 13 astenuti.
Antonio Bancora dell’associazione Albero per la Vita mette in evidenza come sia indispensabile affrontare il fenomeno in chiave europea e soprattutto non concentrandosi unicamente sul problema dei bambini lasciati soli in Romania e in altri paesi, ma considerando anche le vite dei genitori che vivono distanti dai propri figli. E’ importante comprendere che siamo di fronte ad un nuovo modello familiare che è stato favorito dal processo di allargamento dell’Unione Europea, ossia quello della famiglia transnazionale. Il processo migratorio all’interno dell’UE continuerà nei prossimi anni; migrare per cercare un futuro migliore per sé e per i propri figli è una libertà fondamentale che non può e non deve essere limitata, risulta quindi importante capire come affrontare il fenomeno cercando di ridurre le conseguenze negative per le fasce più vulnerabili della popolazione, quali i bambini.
Il convegno “Left Behind”, organizzato dall’associazione Albero della Vita e dalla Commissione Europea – Rappresentanza di Milano, ha voluto dare voce, all’interno dell’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale alle categorie svantaggiate degli “orfani bianchi” e delle loro famiglie.
Al convegno erano presenti anche numerosi genitori romeni che vivono in Italia lontani dai loro figli, che hanno manifestato il loro interesse a continuare il dibattito, organizzando durante il convegno una raccolta di firme per richiedere che anche a livello europeo si continui a porre l’attenzione su questo tema.
Come nota Antonio Bancora, in questo momento sarebbe necessario procedere con la raccolta e l’analisi di dati empirici, visto che il fenomeno non è stato fino ad ora sufficientemente studiato.
Proprio perché questo processo migratorio non può e non deve essere limitato è importante capire quale sia l’entità del fenomeno e quali possono essere le possibili soluzioni e buone prassi da applicare nei sempre più numerosi casi di famiglie transnazionali presenti sul territorio dell’Europa allargata.

Fonte: Osservatorio Balcani Caucaso.

I bambini vengono prima

La Corte di Cassazione ha stabilito che un clandestino non può restare in Italia solo perché suo figlio frequenta la scuola. La tutela delle frontiere deve prevalere sul diritto del minore allo studio.
Che dire?
Comprendiamo tutto.
L’applicazione rigorosa della legge e anche le reazioni di giubilo che si leggono sui blog: l’augurio è che i giubilanti siano altrettanto implacabili quando si discute di reati contro il patrimonio o di evasione fiscale. Però la comprensione si arresta davanti alla realtà della vita che, a differenza della legge, è fatta di carne. In questo caso della carne di un bambino. Il quale uscirà devastato da un’esperienza del genere, si sentirà assaggiato e sputato come una caramella guasta, quando in fondo la sua iscrizione a scuola era la prova migliore della volontà di integrarlo nella nostra comunità.
Anche ammesso che la maggioranza dei clandestini siano così spietati da venire in Italia con un bimbo in età scolare solo per turlupinarci (ma ne avete parlato con la badante di vostra madre?), rimane il fatto incontrovertibile che quel bambino è un bambino. E che i diritti dell’infanzia, in una società che voglia distinguersi da un agglomerato di selvaggi, dovrebbero ancora significare qualcosa. E’ un pensiero buonista? No, è un pensiero umano.
E mi rifiuto di credere che questi tempi spaventati ci abbiamo reso così insensibili da non cogliere la differenza. Da non capire più la semplice verità inculcata da generazioni di educatori: i bambini vengono prima.

Fonte: La Stampa.

Benin: sulla rotta dei ladri di bambini.

Bernadette ha treccine ribelli e occhi che sembrano volerti strappare l’anima.
Gioca con la nostra macchina fotografica, scatta ritratti belli e primordiali, e a 13 anni è già veterana della vita. Una sola volta ha provato la paura vera, quella che ti attanaglia le viscere e ha il sapore della fine: quando la zia, sua carceriera, sorprendendola a rubare del riso le ha detto che l’avrebbe fatta a pezzi per donare il suo cuore sanguinante alla madre. Era stata lei a convincere i genitori di Bernadette ad affidargliela, quando aveva 7 anni: «La porto lontano da questa miseria, la faccio studiare». La infila in auto, all’alba, verso la frontiera di Kraké che separa il Benin dalla Nigeria. Nella bolgia del mercato addossato al confine, le piazza una tanica d’acqua in testa e pacchi di biscotti sotto braccio. «Portali oltre la sbarra, non voltarti. Io sono dietro di te». Bernadette esce dal Benin così, come 40mila piccoli fantasmi ogni anno: camminando nella polvere tra la folla che ondeggia tra i due Stati come un serpente lento, sotto lo sguardo pigro dei doganieri. Nessuna domanda. Nessun controllo. La zia la raggiunge, la porta a Lagos. La mette a lavorare nel suo spaccio di bibite con altre due piccole beninesi: le ribattezza tutte Fumilajo, perché cancellare memoria e identità rende docili i bambini. «Ci svegliava alle 5 e fino a sera portavamo pesi, vendevamo, pulivamo. La zia ci dava poco da mangiare perché costava. Ogni tanto tornava dai miei genitori a chiedere soldi per la mia scuola ». Bernadette è analfabeta e stremata dalle bastonate. Un giorno fugge, d’istinto. Si nasconde nell’immondizia. Una donna sconosciuta le dà da mangiare, poi l’affida al figlio che va a Kraké e la consegna alla polizia beninese. Ma lei non sa più il nome del suo villaggio, della famiglia, nemmeno il suo: per due anni vaga da un centro d’accoglienza all’altro finché arriva qui, dalle suore Salesiane di Cotonou, capitale economica del Benin. Loro la iscrivono a scuola, rintracciano i suoi con un appello alla radio ma decidono di tenerla con loro: la zia reclama la piccola manovale, i genitori prima o poi cederebbero, e Bernadette sarebbe ancora in marcia sulle rotte degli schiavi.

Strana Africa, il Benin.
Si bagna nel golfo di Guinea, s’appoggia a est sul gigante nigeriano ed è alieno da certi stereotipi del continente nero: Paese democratico dopo la fine del regime comunista; ignaro di guerre civili, tragedie umanitarie, epidemie di Aids. Povero, certo (il reddito medio è 490 euro l’anno; il 47 per cento degli 8 milioni di abitanti vive con meno di un dollaro al giorno): quando era colonia francese, seppelliti i regni sanguinari del Dahomey, si dava arie da “quartiere latino dell’Africa occidentale” snobbando le fatiche dei campi per darsi al commercio. Si vendevano anche gli schiavi ai negrieri portoghesi, sotto i sovrani di Ouidah; oggi si scambiano merci di ogni genere, si contrabbanda benzina dalla Nigeria. E si esportano bambini. Dai 5 anni in su. Venduti da genitori disperati a trafficanti professionisti per l’equivalente di 40, 60 euro, o affidati a parenti che promettono studi e carezze e invece sono intermediari delle mafie: li trascinano in Nigeria, Gabon, Costa d’Avorio, Congo, per piazzarli come domestici, nelle cave, fra le bancarelle dei mercati. Nel 2001 il mondo leggeva del battello Etireno, che vagava nel golfo di Guinea con il suo carico umano: i baby-schiavi erano solo 43, ma bastò per indagare e accorgersi che il Benin era, e rimane, la piattaforma della tratta di bambini nell’ovest africano. Un rapporto del governo e dell’Unicef indica oltre 40mila giovani vittime ogni anno. Provengono dalle campagne e dai villaggi di palafitte sul lago Nokoué, dove si campa vendendo pesce a Dantokpa, il più grande mercato dell’Africa occidentale sdraiato nella laguna di Cotonou. Otto su 10 attraversano, senza documenti, frontiere di burro: via terra in Nigeria, per mare in Gabon. L’86 per cento sono femmine. Come Bernadette. Come Elizabeth ed Esta, 13 e 12 anni, sguardi disorientati, appena rimpatriate e accolte dalle Salesiane: vendute dagli zii come serve in Nigeria, si sono incontrate e sorrise al consolato beninese di Lagos e da allora sono inseparabili. Hanno dimenticato la lingua fon, parlano un ostico melange di yoruba e inglese di Lagos. La ricerca delle loro famiglie è appena cominciata.

«I numeri non sono che stime per difetto» ammette il sottosegretario al ministero per la Famiglia e l’infanzia, Rigobert Hounnouvi, un omone in tunica blu elettrico. Ci parla della legge del 2006 che finalmente punisce i mercanti d’infanzia, e dell’accordo con la Nigeria per frenare l’emorragia umana. Ma fa intendere che il budget ridicolo del suo ministero paralizza l’azione, e il fatto che solo il 60 per cento dei nuovi nati sia registrato all’anagrafe produce eserciti di baby fantasmi. Il corpo di polizia creato contro la tratta dei minori, con soli 12 uomini, non fa che il solletico ai trafficanti: il numero verde per le denunce è sempre occupato, e i 26 bambini appena intercettati su una nave diretta in Gabon sono stati frettolosamente rispediti da padri che dopo due settimane li avevano già rivenduti. «Una madre me l’ha detto chiaro: “Se mi lasci la bimba la rimando in Nigeria” » racconta suor Maria Antonietta Marchese, che dopo una vita da insegnante in Piemonte se n’è costruita un’altra da missionaria a Cotonou, disegnando un futuro per le bambine schiave. «Non è solo la povertà, la radice della compra-vendita» spiega. «È una tradizione degenerata: si chiama vidomegòn, l’affidamento di bimbi poveri a famiglie facoltose per farli studiare. Ormai anche i funzionari statali vanno nei villaggi in cerca di piccole serve o baby sitter». Nella casa d’accoglienza delle Salesiane, finanziata dall’Unicef, centinaia di ex ragazze vidomegòn studiano, diventano sarte, parrucchiere, cuoche. Si riconciliano con la propria dignità. Talvolta con la famiglia. A Porto Novo, capitale politica del Paese, si occupa dei ragazzi il salesiano spagnolo Juan José Gómez, ascoltando da ognuno un identico, incomprensibile desiderio: «Riabbracciare i genitori, quelli che li hanno venduti per quattro soldi. Hanno un’inesauribile capacità di sopportare: sono vivi e questo, per loro, è sufficiente per sorridere di nuovo». Julie, 15 anni, è un fiume di parole: dice del padre che l’ha affidato alla nonna, di lei che lo ha portato in Nigeria per venderlo al padrone di una cava, di sé che scappava seguendo un’unica immagine: il volto del padre. E Pacôme, magro e curvo, sorpreso con decine di ragazzini mentre montava su un camion nel mercato di Dantokpa, mimetizzato fra le cipolle dirette oltre confine. Era il suo secondo viaggio: «Io dovevo andare a Lagos» scandisce con una gravità che non si addice ai suoi 10 anni «mio padre non ha soldi». Ruphine ha 18 anni e parla un ottimo francese. Suor Maria Antonietta l’ha vista per strada un giorno di 11 anni fa, in mutande e canotta, carica di sacchi di riso. «Sono una bambina domestica e voglio andare a scuola» le ha detto la piccola. E la sua padrona, per non farsela portar via, l’ha rinchiusa al buio, senza scarpe, in una sacrestia. «Ho pianto per la prima volta» sussurra Ruphine «nessuno sarebbe venuto a salvarmi». Invece il padre, che pure l’aveva venduta, ha sentito qualcosa dentro e l’ha cercata per portarla dalle suore. Ruphine è cocciuta, brava a scuola. «Voglio fare l’ostetrica, per dimostrare a mio padre che sono capace di grandi cose. Persino di dare la vita».

Fonte: Corriere della Sera.

Lasciare un’impronta contro lo sfruttamento sessuale dei minori.

Venerdì 20 e sabato 21 novembre ECPAT e i volontari saranno a Milano, Firenze e Roma per la campagna contro il traffico di minori a fini sessuali, presso i negozi THE BODY SHOP.
Ogni persona che si recherà potrà aderire simbolicamente alla campagna, imprimendo la forma delle proprie mani e una firma su un grosso cartellone.
Inoltre The Body Shop come partecipazione al progetto :” Stop Sex Trafficking di Bambini e Giovani” darà a ECPAT Italia parte dei proventi dalla vendita della crema mani “ Soft Hands Kind Heart” ( € 10.00) .
Attuando così attraverso i suoi punti vendita una campagna di sensibilizzazione a questa “tratta degli schiavi” del nostro secolo.

Per i recapiti dei negozi contattare fabio.ecpat@gamil.com o tel. 06-97277372.