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Libia: un Iraq redux?

Un approfondimento del Washington Post.

Chiudere Guantanamo: chi ostacola Obama e perché

Vi segnalo questo articolo di Carol Rosenberg.

Iraq: grazie ai soldati, ma senza trionfalismi

Obama è il secondo presidente Usa ad annunciare la fine della guerra in Iraq: George W. Bush lo fece il 1 maggio 2003, dalla portaerei Uss Abraham Lincoln all’ancora nel Golfo Persico. Obama lo ha fatto martedì notte dallo Studio Ovale: il presidente ha comunicato la fine della missione di combattimento americana in Iraq. Dopo avere pagato “un prezzo enorme”, ha detto l’inquilino della Casa Bianca, occorre adesso “voltare pagina”, lasciare “la gestione della sicurezza totalmente in mano agli iracheni” e puntare l’attenzione al “rilancio dell’economia statunitense”.
Durante il suo atteso discorso, Obama non ha parlato di vittoria militare ed ha definito “una pietra miliare” e “un momento storico” la fine della guerra: «Oggi annuncio che la missione di combattimento in Iraq è terminata. L’operazione “Iraqi freedom” è conclusa, e gli iracheni sono ormai responsabili della sicurezza del loro paese», ha dichiarato il presidente rivolgendosi alla nazione.
«Abbiamo ritirato quasi 100.000 soldati americani dall’Iraq. Abbiamo chiuso centinaia di basi o le abbiamo trasferite agli iracheni», ha sottolineato, ricordando di avere tenuto fede a una “promessa” fatta durante la campagna elettorale per le presidenziali. Obama ha osservato che il suo paese ha pagato “un prezzo enorme” in Iraq, dove più di 4.400 soldati americani sono morti dal giorno dell’invasione, nel marzo 2003, voluta dal suo predecessore George W. Bush. Il presidente ha invitato le autorità irachene a trovare “rapidamente” un accordo politico per la formazione del nuovo governo, a sei mesi dalle ultime elezioni.
Affermando che è ormai giunto il tempo di “voltare pagina”, Obama ha approfittato poi del suo discorso per provare a stemperare la preoccupazione degli americani sul fronte interno. «Il nostro compito più urgente è oggi rilanciare la nostra economia e creare lavoro per milioni di americani che lo hanno perso», ha poi detto, ricordando che l’invasione dell’Iraq ha «determinato l’impiego di vaste risorse all’estero in un periodo di bilanci ristretti».
Nel suo discorso Obama ha confermato che il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan comincerà nell’estate del 2011 ma dipenderà dalla situazione sul campo: «Nell’agosto prossimo, inizieremo un periodo di transizione delle responsabilità agli afgani», ha ricordato Obama, che aveva annunciato nel dicembre 2009 l’invio di 30.000 rinforzi nel paese asiatico. «Il ritmo del ritiro delle nostre truppe sarà determinato dalla situazione sul campo e il nostro sostegno all’Afghanistan continuerà», ha sottolineato l’inquilino della Casa Bianca. «Ma questo non deve fuorviare: la prospettiva di una guerra senza fine non servirebbe i nostri interessi né quelli del popolo afgano», ha dichiarato Obama. Con 323 morti in otto mesi, il 2010 è già diventato l’anno più sanguinoso per le truppe americane in Afghanistan. Nel solo mese di agosto, secondo il sito indipendente icasualties.org, hanno perso la vita 56 militari statunitensi: 23 solo nell’ultima settimana.
Il peso del messaggio è evidente: Obama aveva promesso agli elettori in campagna elettorale che avrebbe chiuso il capitolo della guerra di Bush e ora può dire di avere mantenuto la parola data. Ma sui toni il presidente deve usare il fioretto e la diplomazia: deve lodare il sacrificio dei soldati americani (migliaia sono morti in questa guerra, decine di migliaia rimasti feriti) senza lodare un’operazione che ha sempre bollato come un’inutile distrazione dalla vera guerra al terrorismo (quella che si sta combattendo in Afghanistan). Questo il senso delle visite, non annunciate in precedenza, al Walter Reed Medical Center di Washington, l’ospedale del Pentagono dove sono ricoverati i soldati feriti in battaglia e la base di Fort Bliss, in Texas, dove sono appena rientrate le ultime brigate da combattimento.
Obama ha dichiarato così ufficialmente conclusa la missione combat Usa in Iraq, aggiungendo però di non cantare vittoria perché resta da fare ancora molto lavoro nel paese. Obama, ringraziando le truppe, ha detto che l’Iraq ora ha l’opportunità di creare un futuro migliore per sé stesso e che come risultato, gli Stati Uniti saranno più sicuri. «Volevo venire a Fort Bliss soprattutto per dirvi grazie. E per dire: bentornati a casa», ha detto Obama ai soldati. «Farò un discorso alla nazione», ha aggiunto. «Non sarà un discorso per cantare vittoria. Non sarà di auto-compiacimento. C’è ancora molto lavoro da fare». Ma l’incontro con le truppe è avvenuto proprio nel giorno in cui cinque soldati americani sono stati uccisi in Afghanistan, uno dai talebani e altri quattro dall’esplosione di un ordigno portando il bilancio delle vittime negli ultimi quattro giorni a 22. «Le vittime stanno aumentando – ha spiegato Obama – per via della nostra lotta ad Al Qaeda e ai talebani». Ma Obama spera comunque che il messaggio abbia un’eco positiva negli americani in vista delle elezioni di medio termine del prossimo 2 novembre, in cui i suoi democratici lotteranno per mantenere la maggioranza nel Congresso Usa ma che i sondaggi danno sotto di dieci punti rispetto ai repubblicani.
Il presidente Usa ha anche telefonato a George W. Bush, nel pomeriggio di martedì, dall’Air Force One. La conversazione è durata pochi minuti e la Casa Bianca non ha aggiunto alcun dettaglio su quello che i due si sono detti. Alcuni addetti ai lavori ipotizzano che, nel suo discorso, Obama possa lodare la strategia avviata dal suo predecessore, un incremento delle truppe nel Paese, mettendo le basi per una soluzione dignitosa del conflitto. Nota di colore: Obama parlerà da uno studio Ovale rinnovato: nuova carta da parati, nuovo tappeto con iscrizioni di ex presidenti e di Martin Luther Kind, nuove sedie e nuovo tavolino. Il restyling, ha precisato la Casa Bianca, non è costato neanche un centesimo ai contribuenti e non è una vanità di Obama: tutti i presidenti rinnovano il loro ufficio in maniera simile e lo stesso prima di lui fecero sia Bush che Clinton.

Fonte: Corriere della Sera.

Orgoglioso del waterboarding

Karl Rove, lo stratega di George W. Bush, ha affermato di essere “orgoglioso” del waterboarding, la tecnica utilizzata dagli Usa in interrogatori di sospetti terroristi bandita dall’attuale presidente Barack Obama perché considerata una forma di tortura.
Ha anche precisato di aver ottenuto, utilizzando questa tecnica, preziose informazioni da alcuni terroristi.
Queste dichiarazioni sono state rese da Rove in un’intervista alla Bbc. Il waterboarding consiste nell’immobilizzare una persona con i piedi in una posizione più elevata della testa, e versarle così dell’acqua sulla faccia.
L’acqua gettata sul viso entra nelle vie respiratorie, causando l’impressione di morte per soffocamento.
Una formula che l’amministrazione Bush aveva appunto reso possibile contro alcuni criminali. In un’intervista alla Abc, nel 2008, l’allora presidente aveva infatti ammesso quella pratica, insieme ad altre, nella guerra al terrorismo statunitense.
Sulla questione è dunque tornato ora Rove, dichiarando: “Vado orgoglioso del fatto di aver utilizzato tecniche che hanno piegato quei terroristi facendoci ottenere preziose informazioni”.
“Sì – ha poi continuato -. Sono orgoglioso di aver reso il mondo più sicuro utilizzando queste tecniche. Sono appropriate e in conformità con le aspettative internazionali e con la legge degli Stati Uniti”.

Fonte: TGCom.