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Cerimonia di chiusura del Primo Corso di addestramento della Oil Police condotto dai Carabinieri della NATO Training Mission Iraq

A Baghdad Presso la sede dell’Accademia della Polizia Federale Irachena (Iraqi Federal Police) a Baghdad, si è svolta la cerimonia di chiusura per gli allievi frequentatori del primo corso della Oil Police ”Oil Facilities Protection Services”.
122 gli allievi tra Ufficiali, Sottufficaili ed agenti che hanno frequentato con successo il corso di addestramento di sette settimane condotto dai Carabinieri in servizio presso la NATO Training Mission Iraq.
Il Ministro dell’interno, Jawad Al Bolani, e del Petrolio, Hussein al-Shahristani, tra le Autorita’ irachene intervenute alla cerimonia cosi’ come i vertici militari della Iraqi Federa Police e della Oil Police.
Presenti i vertici militari della NATO, il Comandante della missione addestrativa della NATO, il Generale di Corpo d’Armata Michael Barbero, ed il Vice Comandante, Generale di Divisione Claudio Angelelli.
Significativa la presenza dell’Ambasciatore d’Italia in Iraq, S. E. Gerardo Carante, che nel suo discorso ha evidenziato la vicinanza dell’Italia all’Iraq in questa fase di ripresa economica anche attraverso l’attivita’ addestrativa condotta dai Carabinieri e piu’ in generale con il sostegno che il nostro Paese fornisce alla NATO Training Mission Iraq.
I Carabinieri italiani, presenti nella missione della NATO in Iraq dal 2007 hanno addestrato sino ad oggi circa 9000 poliziotti della IRAQI Federal Police e con i corsi dedicati alla Oil Police – polizia responsabile delle infrastrutture per l’estrazione del petrolio ed alle scorte nella movimentazione del greggio su strada – prevedono di addestrare entro la fine del 2011 piu’ di mille poliziotti ed un adeguato numero di istruttori che siano in grado di continuare l’addestramento.
Gli straordinari successi addestrativi che i Carabinieri hanno fino ad oggi ottenuto in Iraq sono stati evidenziati da tutte le Autorita’ intervenute nei loro discorsi ed al termine della Cerimonia, infine, le Autorita’ Irachene hanno consegnato come segno di riconoscimento dell’attivita’ svolta un dono ad alcuni Carabinieri, elementi chiave dell’addestramento.

Fonte: Ministero della Difesa.

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Al via la missione medica delle Forze Armate in Uganda

Medici ed infermieri di Esercito, Marina, Aeronautica, e Carabinieri, per la prima volta insieme per una missione umanitaria in Africa. L’iniziativa, denominata “4 stelle per l’Uganda”, come quattro le forze armate che vi prendono parte, nasce da un progetto di collaborazione tra il Ministero della Difesa italiano e la Fondazione AVSI, organizzazione non governativa italiana impegnata con oltre 100 progetti di cooperazione allo sviluppo, soprattutto nel campo dell’educazione e della promozione della dignità umana, in 38 paesi del mondo di Africa, America Latina e Caraibi, Est Europa, Medio Oriente, Asia.
Il gruppo – composto da 20 militari, tra medici, personale sanitario ed addetti alla logistica, e 2 medici civili – partirà con un C-130J dell’Aeronautica Militare dall’aeroporto di Pratica di Mare nella mattinata di sabato 20 novembre e, dopo uno scalo tecnico in Egitto, arriverà domenica 21 a Gulu, la seconda città ugandese ed unica testa di ponte per raggiungere in aereo il nord del paese. Da lì, con mezzi messi a disposizione dalla Cooperazione Italiana allo Sviluppo del Ministero Affari Esteri, la missione raggiungerà l’ospedale St. Joseph di Kitgum, circa 100 chilometri a nord-est di Gulu, tre ore di fuoristrada in questa parte finale della stagione umida. A bordo del velivolo, oltre alle attrezzature mediche e ai farmaci necessari per gli interventi, ci saranno oltre dieci tonnellate di materiale reso disponibile da importanti industrie farmaceutiche ed alimentari italiane e da privati, che verrà donato alle strutture e agli operatori locali. Il programma della missione, concordato preventivamente con l’AVSI e la direzione dell’ospedale, prevede già a partire dal 22 novembre visite ed interventi di chirurgia generale, endoscopia, ginecologia, ortopedia ed attività di laboratorio analisi. Secondo fonti locali, sono già centinaia i pazienti in cammino dai villaggi limitrofi per essere visitati. L’ospedale St. Joseph, che proprio quest’anno festeggia 50 anni di attività, è stato uno dei punti di riferimento per la popolazione durante i venti anni di guerra civile che hanno sconvolto il nord del Paese, e continua ad esserlo contro nemici purtroppo ancora forti come malaria, epatite e soprattutto AIDS.
La missione, coordinata dalla Direzione Generale della Sanità Militare, è stata pianificata dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) dello Stato Maggiore Difesa, che ne detiene anche il comando operativo. Il coordinamento dei voli militari di andata e ritorno è stato invece effettuato dalla Sala Situazioni dello Stato Maggiore Aeronautica. Nell’ambito della missione, ed è uno degli obiettivi più importanti, verrà sviluppato un progetto di formazione grazie al quale i numerosi giovani medici presenti tra i militari italiani ed il personale dell’ospedale potranno ampliare il proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze lavorando al fianco dei colleghi militari e civili più esperti. Uno scambio professionale importante, questo, non solo per i medici italiani, che potranno così accrescere quell’esperienza sul campo fondamentale per operare al meglio in tutti i contesti operativi lontani dai confini nazionali, ma anche per i locali, soprattutto infermieri ed assistenti, figure sanitarie preziose per i pochi medici che normalmente è possibile trovare negli ospedali africani. “Essere vicini ad AVSI per alleviare le sofferenze della popolazione locale è ovviamente la nostra priorità, ma vogliamo anche dare continuità nel tempo al nostro intervento. In questi contesti formare un infermiere, un ferrista o un anestesista può voler dire salvare molte vite umane in futuro”, le parole del coordinatore della missione, Gen. Isp. Capo Ottavio Sarlo, Direttore Generale della Sanità Militare e Capo del Corpo Sanitario Aeronautico. Il personale sanitario militare, oltre che dal COI e dalla Direzione Generale di Sanità, proviene per gran parte dall’Ospedale Militare Celio di Roma e dai Servizi Sanitari delle rispettive Forze Armate. Da Roma anche i due medici civili, un chirurgo generale della Clinica Nuova Itor e docente dell’Università “La Sapienza” ed un aiuto chirurgo sempre della Clinica Nuova Itor.

Fonte: GrNet.it .

Mostra fotografica: Il ruolo dell’Italia nella NATO

Il Presidente del Comitato Atlantico Italiano, On. Enrico La Loggia e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Vincenzo Camporini, hanno inaugurato nella serata di ieri, presso la Sala Giubileo del Complesso del Vittoriano, la Mostra fotografica “Il ruolo dell’Italia nella NATO”.
Si tratta di una iniziativa del Comitato Atlantico Italiano, in collaborazione con lo Stato Maggiore della Difesa per proporre un momento di riflessione e di approfondimento su ciò che la NATO ha rappresentato per l’Italia e su come l’Italia, le sue Istituzioni – e tra queste le Forze Armate – hanno saputo partecipare e integrarsi nella sua struttura politica e militare.
Attraverso un sintetico ma significativo percorso, costituito da oltre 30 pannelli, con foto d’epoca, estratti di documenti storici, immagini e filmati relativi ad alcune delle missioni a cui l’Esercito, la Marina, l’Aeronautica e i Carabinieri hanno partecipato, si ripercorrono le tappe principali dei 61 anni di appartenenza all’Alleanza Atlantica, osservando anche come lo strumento militare italiano si sia evoluto e integrato efficacemente nell’attività operativa e di peace-keeping internazionale.

La mostra, con ingresso gratuito, sarà aperta sino al 5 dicembre 2010, con i seguenti orari: 9.30 – 19.30.

Fonte: Ministero della Difesa.

Una caramella nello zaino: l’impegno dei Carabinieri ad Haiti

Nello zaino del marito carabiniere, in partenza per la Missione Caravella, aveva messo di nascosto una busta di caramelle con un biglietto: «Per i bambini di Haiti».
All’arrivo il luogotenente apre il bagaglio e, tra un asciugamano, un calzino e una divisa, non crede ai suoi occhi, lucidi non solo per il caldo e la stanchezza. «Grazie Teresa», dice tra sé, commosso, «aiuteranno a far sorridere qualche bambino meno fortunato dei nostri figli».
Sentire vicina la famiglia rimasta in Italia: ecco una delle “armi” migliori con cui quel militare, e tanti altri come lui, affronta l’impegno nel nuovo teatro operativo, dove centinaia di migliaia di persone vivono ai confini della realtà, dopo il tremendo terremoto del 12 gennaio 2010, che ha causato almeno 220mila morti.
Siamo andati a Camp Delta, presso la base “Ultima Legio”, come l’hanno voluta ribattezzare i Carabinieri della 2ª Brigata Mobile di Livorno. «Come la Nona Legione romana in Britannia, l’ultima, la più lontana dalla Patria», ricorda subito il capitano Luigi Aquino, davanti all’insegna fuori dai recinti del campo. Sono oltre 8mila i chilometri tra l’Italia e Haiti, contro gli “appena” 5mila della distanza con l’Afghanistan, l’attuale più impegnativo teatro di missioni fuori area. Qui non siamo a Kabul o a Herat, ma le insidie quotidiane non sono certo da sottovalutare. A cominciare dal clima tropicale, che alterna il caldo torrido della mattina ai temporali del pomeriggio, rendendo tutto ancora più difficile: dalla già precaria viabilità su strade che sembrano un’enorme gruviera, al contatto con la gente che lotta contro fame e miseria. E soprattutto la sete, il nemico peggiore.
In questa cornice si svolge l’Operazione Caravella (Colombo, quando scoprì l’America nel 1492, sbarcò proprio nell’attuale Haiti), inserita nella Missione Onu Minustah del 2004 a sostegno delle riforme politiche e istituzionali di quella repubblica, la più povera dei Caraibi.
La tragedia del terremoto ha reso necessaria anche una maggiore presenza di forze multinazionali di polizia, a supporto di quella locale, per garantire ordine e sicurezza pubblica. Sono intervenute una decina di nazioni, ciascuna con uno speciale reparto chiamato Fpu (Formed Unit Police), derivato da un modello operativo creato proprio dai Carabinieri e recentemente adottato dall’Onu in base a un accordo firmato a New York tra l’Arma e le Nazioni Unite. Al “battesimo” operativo delle Fpu ad Haiti non potevano dunque mancare i Carabinieri, che qui curano anche la formazione – specie per la gestione dell’ordine pubblico – di unità di altri Paesi: dalla Nigeria all’India, dal Bangladesh al Pakistan e al Nepal.
La giornata scorre rapidamente, a Camp Delta. Già alle prime luci del giorno le pattuglie escono per il controllo del territorio lungo una delle fasce più povere della capitale Port-Au-Prince. È l’area di competenza italiana vicina al porto, dove in ogni momento si confrontano all’infinito miseria e voglia di sopravvivere della popolazione. I fuoristrada bianchi con la sigla dell’Onu (ma anche con la scritta “Carabinieri”, ché a quella non si rinuncia) si muovono a fatica nel traffico reso ancora più caotico da mancanza di regole e segnaletica. I militari indossano il basco blu delle Nazioni Unite, anche se sono in molti a giurare di portarsi sempre dietro anche quello nero dell’Arma: «Lo tengo sempre in tasca, è il mio portafortuna», sussurra qualcuno.
Posti di blocco, pattugliamenti, controlli e rastrellamenti nelle baraccopoli delle migliaia di terremotati, luogo stabile di raccordo tra malavita ed evasi dalle carceri crollate dopo il sisma. Sorveglianza esterna al Commissariato di Polizia, a pochi passi dal centro cittadino, ancora pieno di macerie ma anche di tanta gente che, con orgoglio e dignità, stringe i denti e va avanti. Questa l’attività svolta quotidianamente dai nostri militari. Un occhio alla sicurezza, un altro alla disperazione di tanti. Come nel caso del tenente Stefano Bortone, che non riesce a capire cosa desideri dirgli una giovane donna seduta per terra con un neonato in braccio. «Ti ha pregato di portarlo con te in Italia», gli dice l’interprete, «dove potrebbe avere una vita normale anziché soffrire qui». Bortone sa, suo malgrado, di non poter rispondere affermativamente: nell’emergenza le adozioni internazionali non sono una priorità ad Haiti e la legge è molto rigida, anche per fronteggiare il rischio del traffico di minori. «Mi sono vergognato di stare bene», confesserà poi il tenente ai commilitoni con ancora un nodo alla gola. L’ufficiale va a prendere la sua razione di cibo e acqua e la porta a quella giovane madre. Non è molto, ma almeno la vede sorridere per qualche momento. Per lui, caldo e sete possono aspettare.
Intanto nella base si pianificano le varie attività del giorno dopo, dalla logistica ai servizi esterni di polizia. Due sono in particolare le strutture che attirano l’attenzione del visitatore: la “tenda comando”, attrezzata di computer, e la mensa, punto di ritrovo obbligato per interni e ospiti, che fanno a gara per autoinvitarsi, specie quando è di turno la pizza. Molto frequenti gli scambi di visite con i limitrofi contingenti di Bangladesh, Filippine e Giordania. Il brigadiere capo Agatino Scuderi e il vice brigadiere Rosario Puleo passano le giornate tra cucine, self-service e sala mensa. «Il nostro obiettivo è il benessere dei colleghi», dicono, «che al rientro dal servizio devono potersi sentire quasi a casa e mangiare il meglio possibile».
Il contingente italiano è guidato dal tenente colonnello Nicola Mangialavori e composto – oltre che da personale del Comando della 2ª Brigata Mobile – da carabinieri del 7° Reggimento Trentino-Alto Adige e del 13° Friuli-Venezia Giulia, nonché da uomini del 5° Battaglione Emilia-Romagna e del 10° Campania. Con loro anche una Task Force C4 dell’Aeronautica militare italiana, con specialisti delle comunicazioni. Dalla fine di agosto si è poi aggiunta un’aliquota di poliziotti di Israele, guidata dal superintendent Mair Namir. È una novità di rilievo, perché è la prima volta che un contingente israeliano viene schierato in una forza multinazionale dell’Onu, che ha deciso di affiancarlo proprio ai Carabinieri.
La prima ricognizione per schierare un contingente dell’Arma a Port-au-Prince risale al 22 gennaio 2010, dieci giorni dopo il terremoto. In febbraio vengono inviati i primi materiali di scorta, cui fa seguito la partenza il 21 aprile dal porto di Livorno di una cinquantina di containers con ogni occorrenza logistica, dalle tende agli automezzi. Le prime aliquote del contingente – in base alle disposizioni dell’Onu – partono dall’aeroporto militare di Pisa nella prima metà di maggio, accompagnate dai sentiti auguri di buon lavoro del Comandante Generale dell’Arma, il generale di Corpo d’Armata Leonardo Gallitelli. Seguirà a ruota il main body del contingente. Ai primi di giugno escono da Camp Delta i primi servizi di pattugliamento del territorio.
La voce della presenza dei Carabinieri ad Haiti si sparge rapidamente, tra Ong e volontari che operano sull’isola. «Sono sempre di più i connazionali che ci contattano», dice il tenente colonnello Mangialavori, «non solo per richieste di supporto logistico e aiuto in materia di sicurezza, ma anche soltanto per conoscerci ed avere un punto di riferimento». Contatto e massima collaborazione con il volontariato italiano che vengono confermati anche dallo stesso Comandante del Coi (Comando Operativo di vertice Interforze), generale di Corpo d’Armata Giorgio Cornacchione, che in luglio incontra i rappresentanti delle ong Avsi e Cesvi, durante una visita alla base del contingente, accompagnato dal generale di Divisione Umberto Pinotti, Comandante delle Unità Mobili dell’Arma, e dal generale di Brigata Gaetano Maruccia, Capo del 2° Reparto del Comando Generale dei Carabinieri.
Tra le icone del volontariato con cui i Carabinieri sono in costante contatto c’è Suor Marcella, che dedica la sua vita alle oltre cento famiglie del Village italien, terra di frontiera vicina al porto che gli abitanti hanno voluto chiamare così proprio in suo onore. Da sola assiste non meno di ottocento anime, in particolare offrendo assistenza sanitaria ai bambini. In settembre, grazie alla solidarietà raccolta in Italia, vengono inaugurati oltre 120 alloggi per altrettante famiglie ospitate fino ad allora nelle tende messe rapidamente a disposizione, nel primo periodo dal post-terremoto, dai volontari della Protezione Civile italiana e dai militari della Missione White Crane, arrivati a bordo della portaerei Cavour e rimasti ad Haiti fino ad aprile. «La costante presenza dei Carabinieri», dice la religiosa francescana, «ci dà sicurezza e conforto. Quando vengono nella baraccopoli portano sempre qualcosa per i bambini, anche d’iniziativa personale. A volte basta poco, ma quel poco è tantissimo, per chi non ha nulla».
Davanti alla base “Ultima Legio” c’è un altro luogo dove i Carabinieri sono ormai di casa. L’ospedale pediatrico Saint Damien e l’orfanotrofio, collegati alla Fondazione Rava di Milano che, tra le tante iniziative per Haiti, ha curato anche l’avvio di un panificio e un pastificio: «Non solo per dar da mangiare alla gente, ma perché ci sia chi impari quel mestiere», dice Mariavittoria Rava. I nostri militari, fuori dal servizio, non si tirano indietro per aiutare l’ospedale: dalla vera e propria manovalanza per spianare un terreno e farvi sorgere un nuovo insediamento abitativo per gli orfani del terremoto, all’intrattenimento dei bambini anche con applauditissimi giochi di prestigio, all’aiuto tecnologico – curato dagli specialisti dell’Aeronautica – per inviare in tempo reale in Italia i referti degli elettroencefalogrammi di piccoli pazienti.
Il Direttore del Saint Damien, padre Rick, è un sacerdote cattolico statunitense presente ad Haiti da 23 anni, tutti dedicati all’assistenza all’infanzia. Non usa mezzi termini quando parla degli «amici carabinieri». «Concreti, immediati e generosi. Se fanno una cosa arrivano fino in fondo, con la testa e con il cuore», dice al termine della Messa del mattino, tappa frequente di militari italiani con gli alamari. E non solo di domenica.

Fonte: Carabinieri.it .

Ultimo, l’uomo che arrestò Riina: diventa un mito e resta tra gli umili.

Il lavoro è sempre lo stesso, carabiniere fra i carabinieri, oggi quelli della tutela ambientale. Il grado invece è diverso, il Capitano che fu ha aggiunto alle tre stelle la corona da colonnello. Del privato invece parla poco, si conosce la sua passione per i falchi, animali puri, liberi; si raccontano le passeggiate con il suo lupo. Tutto il resto, per ovvie ragioni di sicurezza, rimane nell’ombra: la mafia non dimentica il Capitano Ultimo, non può. Ma nemmeno il Capitano Ultimo, l’uomo che arrestò Totò Riina, dimentica la mafia. Lui la combatte ancora, con altri mezzi, da nuove angolazioni. Con la divisa, quando indaga sui consorzi del malaffare che lucrano sui rifiuti. O con il suo impegno nel sociale. Perché ci vuole forza, ci vuole coraggio per mendicare – la parola che usa lui è proprio questa, sì, nessuna vergogna – per gli altri che hanno bisogno: trovare fondi, aiuti, costruire una casa famiglia per i ragazzi in difficoltà.

E così facendo togliere risorse, strappare materiale umano alla mafia. Sì, ci vuole forza e coraggio per essere allo stesso tempo fantasma e leggenda: nascosto sempre da nemici implacabili che mai dimenticano e contemporaneamente restare colui che ha piegato la mafia. Onori ed allori, libri, fiction televisive, tutto per un nome di battaglia che mai ha mostrato il suo vero volto in televisione. Proprio oggi saranno passati diciassette anni, dal giorno in cui il boss dei boss cadde nella rete, ma il Capitano Ultimo dentro è rimasto lo stesso ragazzo. Non parla, Sergio De Caprio, oggi colonnello, resta umile fra gli umili: il guerriero di allora, l’ufficiale che comandava il Crimor, l’idealista scomodo adesso è impegnato in nuove battaglie. Diverse, ma non meno dure, battaglie nel sociale appunto.

Così alle polemiche dei tempi recenti, alle falsità di chi ha cercato di sporcare quello storico successo dello Stato contro la Mafia velandolo di trame oscure mai dimostrate, sussurrando di chissà quali accordi sottobanco, la risposta arriva nei fatti. Stasera al Palauditore di Palermo la festa della Legalità ricorderà quel 15 gennaio del 1993, quando Riina finì nelle mani dei militari del Crimor. Ci saranno, i ragazzi di Ultimo, e ci sarà lui, il colonnello rimasto Capitano nel cuore, insieme al generale Mario Mori. La serata, organizzata dalla Nazionale Cantanti e da Raul Bova, servirà a raccogliere fondi per costruire una casa famiglia per i figli dei carcerati, soldi raccolti dall’Associazione Volontari Capitano Ultimo Lui, De Caprio, non rilascia interviste, tuttora resta il fantasma diventato leggenda. Poche le informazioni su di lui, per ovvie ragioni di sicurezza. Dal 2000 lavora con i militari della tutela ambientale.

Chi lo conosce sa che la figura del carabiniere come lui la intende non cambia a seconda degli impegni che fronteggia, sia una cattura rischiosa o un’inchiesta sulla mafia dei rifiuti o sia invece porgere la mano al prossimo. Questo è l’atto eroico di oggi, essere presente laddove serve, in divisa o senza, combattendo il male sempre. Un male che non dimentica, dicevamo. È di ieri la notizia, data da Studio Aperto, che la scorta che a Ultimo era stata tolta, ora è stata ripristinata. Ci sono volute le solite polemiche, c’è voluto che un centinaio di colleghi si offrissero di proteggerlo loro, il Capitano, fuori dall’orario di servizio. Volontariato anche qui insomma. Da cui certe volte però anche le Istituzioni imparano.

Fonte: Il Tempo.

Succede che…

Succede di avere una mattinata libera dal lavoro.
Succede che in quel giorno di novembre il clima a Roma non sia poi così malvagio.
Succede che apro il portafogli e mi accorgo che, pagate tutte le spese, posso concedermi qualche sfizio.
Succede che mi preparo ed esco a prendere il tram che mi porta in centro.
I soliti giri.
Le persone che mi conoscono da poco ma che mi augurano un buongiorno che non sa di circostanza.
E poi i libri, tanti, le riviste straniere, un paio di dvd da guardare nel finesettimana.
Parlo con mamma al telefono e vedo una bustina gialla sullo schermo: il mio fidanzato di allora.
“Ci vediamo a Termini? Pizza?” .
Poche fermate di metro e arrivo.
E’ presto. Mi concedo un ulteriore giro per compere squisitamente femminili prima che arrivi lui.
Il pranzo è allegro, dura poco più di un’ora, ma scalda il cuore ad entrambi.
Ci salutiamo. Lui torna in facoltà, io a casa.
Mi cambio e mi butto sul divano con i miei giornali.
Invio un sms per sapere se è arrivato a destinazione e per fargli sapere quanto sia stata bene.
Mi risponde: “…io non sto bene. Accendi la tv e guarda cos’è successo”.

Succede che una giornata cambi faccia come una moneta annerita solo da una parte.
Succede che lo sgomento e l’egoismo prendano il sopravvento su di me: ho alcuni amici li…e il primo pensiero è stato solo per loro.
Succede che ogni rete sbatte in diretta il proprio inviato che tenta di farmi capire cosa sia successo.
Succede che continuo a fare zapping per provare a mettere insieme i pezzi.
Succede che ad ogni tasto io schiacci il numero delle vittime aumenti.
Succede che ogni tanto qualcuno dica “Italiani brava gente…tutti volevano bene ai nostri militari”.
Succede che guardando il fumo salire dalla palazzina della base “Maestrale” si capisce che non sia per tutti così.
Succede che mi vengano in mente i miei zii, che con amore e dedizione hanno servito l’Arma.
Succede che rimango incollata alla tv fino a notte tarda a sentire chi punta il dito, chi commemora, chi si addolora.
Succede che le lacrime scendano da sole vedendo sfilare genitori, mogli, figli.
Succede che l’Altare della Patria sia ricoperto di fiori e che anche qualche turista riponga la sua macchina fotografica.
Succede che mi dica…devo andare!
Succede che rifletta sulla mia utilità li, in quel momento e decida di non andare, per lasciare che il loro dolore resti privato almeno per me.
Succede che ogni anno nella mia parrocchia faccia dedicare loro la prima Messa del mattino.
Succede che anche se studio queste “cose” spesso mi dimentichi come non esistano solo sulle pagine dei miei libri.

Trovate questo post anche nella sezione “Letture”.

Voglio consigliarvi la lettura di un libro scritto Aureliano Amadei e Francesco Trento.
Il primo è un giovane regista, arrivato a Nassirya per girare un documentario e che l’orrore di quella giornata lo porterà anche fisicamente su di se.
E’ uno scritto particolare: non aspettatevi un’analisi sociopoliticoculturalmilitare, leggetelo come una chiacchera tra amici.
Lo amerete oppure l’odierete.
A voi la scelta.

Titolo: “Venti sigarette a Nassirya”
Autore: Aureliano Amadei, Francesco Trento
Ed:         Einaudi, 2005, 182pagg., 12,50€