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Cibo VS Benzina: la verità sui biocarburanti

Per sarperne di più, un articolo da Africa on the Blog.

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Cosa mangeremo nel 2050

Nove miliardi di persone da sfamare nel 2050 e il cambiamento climatico: una sfida per il futuro.
Un aggiornamento su scala internazionale delle scelte che l’umanità dovrà nel frattempo attuare.

Mozambico: la guerra del pane

Manuel fa il sindacalista a Maputo, mestiere difficile in Africa. E dovrebbe essere ricco, o almeno in via di rapido sviluppo. Glielo assicurano tutti. Pazienza il governo del suo paese, il Mozambico, vecchi marxisti che promettendogli un radioso avvenire hanno fatto schiattare un milione di persone per anni in una sanguinosa guerra civile. L’imperialismo è sempre lì, e quelli gli ex del partito unico, sono sempre ricchi, prima perché erano l’avanguardia del socialismo africano e meritavano qualche riguardo, e adesso perché sono sempre al potere, in quanto avanguardia dell’efficienza capitalistica. Questi Manuel e i mozambicani li lasciano da parte, non credono più alle chiacchiere.
Ma alla Banca mondiale, al fondo monetario, agli economisti occidentali si dovrà pur credere!
E tutti dicono loro, da anni, che questo paese è uno dei nuovi miracoli dell’Africa: sottosviluppo in calo rapido, debito con l’estero saldato, tasso di crescita economica medio dell’otto per cento che lo sognano persino a Londra Roma e Parigi. Per non parlare degli ex colonialisti portoghesi. Non rimpiangevano, i signori dell’economia, nemmeno i 15 miliardi di dollari di aiuti versati dopo la fine della guerra civile; e la cancellazione di 1,3 miliardi di debiti. Soldi ben spesi! Il fatto che in cambio fossero state privatizzate 1200 imprese prima malmenate dalla inefficienza african-comunista e l’arrivo degli investitori stranieri alla ricerca rapace di manodopera a basso costo bastavano, eccome!, per definirlo il paese prediletto del fondo monetario. I sudafricani, gli ex razzisti, erano quelli che si ritagliavano gli affari migliori, assicurandosi le miniere di carbone del nord. Che il presidente che si chiama Guezeba sia soprannominato Guebussiness vorrà ben dire qualcosa.
E invece milioni di mozambicani in immancabile sviluppo verso gli obbiettivi del millennio soccombono sempre alla dieta rigorosa della miseria. Adesso fa piangere pensarci ma uno dei segni scelti da quelle eccellenze economiche per indicare che il paese era in pieno boom era la moltiplicazione delle biciclette! E’ bastato un aumento del prezzo del pane, diciassette per cento annunciato dal governo per scombinare tutto. Ed ecco che due settimane fa un paese intero, coccolato dalla globalizzazione virtuosa è sceso in strada. In rivolta i quartieri poveri di Maputo dove gli economisti del fondo monetario non sono mai venuti per non sporcarsi le scarpe, perché non ci sono fogne e i mercati sono sempre vuoti.
Hanno tirato fuori le pietre i bastoni i machete. Tre, quattro giorni di una bella rivoluzione all’africana con l’assalto ai negozi, le auto bruciate gli scontri con la polizia antisommossa. Che, anche lei, ha fatto un bel tuffo nella preistoria, dimenticando la democrazia fresca di vernice e sparando a altezza uomo. Tredici morti, forse di più… Rabbie eccessive? Ad agosto è aumentato il riso dal dieci al venticinque per cento a seconda delle regioni, la benzina è aumentata quattro volte in un anno, il governo che ci tiene ad avere i conti a posto, annuncia che aumenteranno l’acqua e la luce. Aveva tenuto finora i prezzi artificialmente bassi, per non avere guai politici, e aveva finto di ignorare una prima rivolta causata dell’aumento dei taxi collettivi che qui sono l’unico mezzo di trasporto.
Ma il Fondo monetario premeva, bisognava rispettare l’immagine di paese che sa rimborsare i debiti e sviluppare una economia ammodo. Adesso parlano tutti di nuovo del Mozambico come ai tempi in cui era la frontiera della eroica lotta contro il regime dell’apartheid. Perché l’occidente ha paura che faccia scuola, che sia solo l’inizio e che mezza Africa appena traghettata nella casella dello sviluppo grazie a internet e al petrolio si ritrovi in rivolta. Scoprono che nel paese del miracolo il 65 per cento dei 23 milioni di abitanti vive ancora sotto la soglia della povertà anche nella capitale, che nelle campagne e nei barrios poveri lo sviluppo non lo ha visto nessuno. E che su 600 mila tonnellate di riso consumate ogni anno la metà è di importazione.

Fonte: La Stampa.

Il Ciad è al limite della sopravvivenza

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) è profondamente preoccupata per il drammatico intensificarsi della carestia nel Sahel che colpisce violentemente le popolazioni dedite alla pastorizia del Ciad. Il 75% dei pastori del Ciad soffre la fame.
L’estrema siccità ha bruciato i pascoli e prosciugato le poche fonti di acqua. La conseguenza è la moria di bestiame, che costituisce spesso l’unica fonte redditizia e alimentare per i pastori nomadi della regione. Le popolazioni indigene del Ciad centrale hanno perso in un solo anno circa il 40% del loro bestiame e sono quindi al limite della loro capacità di sopravvivenza. I pastori necessitano urgentemente di mangime per il bestiame.
Particolarmente colpiti dalla siccità sono i circa 300.000 Daza nelle regioni centrali di Kanem e Bahr El Ghazal. I Daza fanno parte della popolazione dei Toubou, che accanto ai Tuareg costituiscono la popolazione più numerosa del Sahara. Oltre il 70% dei Daza ha già perso il proprio bestiame a causa della siccità. In alcune regioni i contadini hanno perso l’intero raccolto con un ulteriore inasprimento della mancanza di cibo.
I Daza sono semi-nomadi e oltre che del bestiame vivono di un’agricoltura itinerante (transumante). Durante la stagione secca si spostano dal nord verso le regioni meridionali più umide per tornare poi all’inizio della stagione delle piogge. A causa della siccità e della mancanza di cibo degli ultimi due anni, i Daza hanno lasciato i loro accampamenti invernali molto prima del solito, il che ha però comportato l’eccessivo sfruttamento e il conseguente inaridimento dei pascoli e dei terreni nel sud del paese.
La situazione è ancora peggiore per i circa 280.000 nomadi e semi-nomadi principalmente Toubou delle regioni settentrionali di Tibesti, Ennedi e Borkou. A causa della difficile situazione e della mancanza di sicurezza solo poche organizzazioni umanitarie raggiungono la zona e gli aiuti alimentari sono insufficienti a coprire il bisogno della popolazione. Il territorio è disseminato di oltre un milione di mine antiuomo che rendono il lavoro dei cooperanti difficile e pericoloso. Le sollevazioni e gli scontri militari tra la Libia e il Ciad degli ultimi dieci anni hanno infine fortemente limitato il lavoro umanitario.
Le popolazioni nomadi e semi-nomadi costituiscono il 32% della popolazione rurale del Ciad. Essi posseggono il 75% del bestiame del paese. L’economia di allevamento (manzi, mucche, dromedari, polli e capre) fornisce il 40% degli introiti da esportazioni del paese centrafricano. Il Ciad è considerato uno dei paesi più poveri del mondo posizionandosi al 170esimo posto nella lista dei 177 paesi sviluppati.

Fonte: APM.

FAO: un sesto della popolazione mondiale è senza cibo.

La fame è un problema planetario in continua crescita: il numero di coloro che sono senza cibo nel 2009 arriva a quota 1,02 miliardi.
Lo rivela il rapporto 2009 sulla fame nel Mondo diffuso dalla Fao.
La colpa è principalmente della crisi alimentare e della recessione economica mondiale che hanno spinto nel tunnel della malnutrizione circa 100 milioni di persone in più rispetto allo scorso anno, il livello più alto dal 1970.

Secondo i dati diffusi, dunque, un sesto della popolazione mondiale è senza cibo.
“Nessun Paese è stato risparmiato e oggi sono i paesi più poveri e le popolazioni più indifese che ne soffrono di più le conseguenze”, ha spiegato Jacques Diouf, direttore generale della Fao. Stando al rapporto “The State of Food Insecurity”, la maggior parte delle persone malnutrite sono nella regione Asia-Pacifico (642 milioni), seguite dall’Africa subsahariana (265 milioni), dall’America latina (53 milioni), Vicino Oriente e Nord Africa (42 milioni) e nei Paesi sviluppati (15 milioni).

I dati mostrano una tendenza decennale. “Negli ultimi dieci anni, anche prima dell’attuale crisi, il numero delle persone sottonutrite era aumentato, in modo lento ma costante”, ha precisato Diouf.
Dopo i passi avanti notevoli degli anni ’80 e degli inizi degli anni ’90, in larga misura grazie all’incremento degli investimenti in agricoltura seguiti alla crisi degli anni ’70, le persone colpite dalla fame nel mondo sono sempre aumentate.

La Fao ha identificato sedici Paesi particolarmente vulnerabili a causa di crisi nazionali o regionali: si tratta di Somalia, Afghanistan, Etiopia, Iraq, Eritrea, Sudan, Haiti, Burundi, repubblica Democratica del Congo, Liberia, Angola, Mongolia, Corea del Nord, Uganda, Tagikistan e Georgia.

Poi una stoccata ai grandi del Mondo. “I leader mondiali hanno reagito con determinazione alla crisi economica e finanziaria e sono stati in grado di mobilitare miliardi di dollari in un lasso di tempo molto breve: la stessa azione decisa è adesso necessaria per combattere fame e povertà”, ha accusato Diouf.
“Nel momento in cui il numero delle persone che soffrono la fame ha raggiunto un picco storico, vi è il più basso livello di aiuti alimentari mai registrato, ha aggiunto Josette Sheeran, direttrice esecutiva del Programma Alimentare Mondiale dell’Onu.

Fonte: TGCom.

FAO