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Ridefinire una lunga guerra

Un interessante articolo della WPR, dove in pochi punti si cerca di capire come gli Stati Uniti possano ottenere la massima resa defalcando gli sforzi.

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Rivoluzione: ora tocca alla Cina?

Le rivolte nel mondo arabo che hanno avuto inizio lo scorso anno in Tunisia si sono diffuse in Egitto, Bahrein, Yemen e Libia.
Ma non potrebbero viaggiare ancora più lontano?
Alcuni importanti analisti orientali espongono le loro teorie guardando ad una futura “Jasmine Revolution” anche in sette Paesi asiatici.

Da un approfondimento del The Diplomat.

La mappa del futuro nucleare asiatico

Il nuovo START è entrato in vigore.
E ‘giunto il momento per i Paesi asiatici di rafforzare ed aiutare ad affrontare la minaccia nucleare.
Un articolo di Richard Weitz.

Energie pulite: nasce a Pechino un centro sino-europeo a guida italiana

Avrà una forte impronta italiana il Centro sino-europeo per le energie pulite che sarà inaugurato il 30 aprile a Pechino dal Presidente della Commissione UE Barroso e dal Ministro dell’Ambiente Prestigiacomo. Il centro, infatti, sarà gestito da un consorzio guidato dal Politecnico di Torino. Il progetto ha un valore strategico nel quadro della cooperazione UE-Cina in materia ambientale, oltre che sul piano bilaterale.
La sede della struttura sarà collocata nell’edificio simbolo della cooperazione italo-cinese: il Palazzo Eco-efficiente presso l’Università di Tsinghua, progettato e realizzato con finanziamenti del Ministero dell’Ambiente e con tecnologia italiana, già sede del Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Ateneo.
Il Centro potrà essere una straordinaria piattaforma per promuovere collaborazioni innanzitutto di natura commerciale, ma anche di sviluppo tecnologico, di capacity building, di formazione, di assistenza in quelle che sono le cinque aree prioritarie di intervento del progetto: carbone pulito, carburanti biologici, risorse, efficienza energetica e smart grids.
Secondo molti studi internazionali del settore nel 2009 la Cina è stato il Paese che ha realizzato i maggiori investimenti al mondo nel settore delle energie pulite (34 miliardi di dollari) e secondo le proiezioni governative gli investimenti continueranno a crescere del 25% nel 2010. Per modificare il suo mix energetico e rendere il suo fabbisogno sostenibile nel medio periodo, la Cina si è data delle precise scadenze interne, e per rafforzare le sue capacità tecnologiche guarda all’Europa, riconoscendo la leadership che essa ha in questo settore.

Fonte: MaE.

Il politico più amato dagli afghani

Ramzan Bashardost è stato la sorpresa delle scorse elezioni presidenziali: senza imbrogli, senza soldi e senza appoggi, prese l’11 per cento dei voti, piazzandosi al terzo posto dopo i due principali sfidanti.
In parlamento ha votato contro il nuovo governo Karzai e oggi continua la sua battaglia per la pace e la democrazia in Afghanistan dal suo ufficio di Kabul: una tenda e una catapecchia con quattro sedie di plastica rotte, riscaldata da una stufa a legna. Fuori, parcheggiata nel fango, la sua famosa automobilina con i colori della bandiera afgana al volante della quale ha girato tutto il paese in campagna elettorale. Nell’ufficio, affollato di povera gente venuta a parlargli dei suoi problemi, fa così freddo che Bashardost ci sta vestito con un logoro giaccone. Ai piedi porta vecchie galosce di plastica infangate. Ma i suoi modi sono eleganti. I suoi studi diplomatici a Parigi hanno lasciato un forte accento francesizzato al suo buon inglese. I suoi occhi da hazara trasmettono passione e sincerità.

Signor Bashardost, per le opinioni pubbliche occidentali è sempre più difficile capire le ragioni di questa guerra, del perché i nostri eserciti continuano da oltre otto anni a occupare il suo paese. Qual’è la sua spiegazione?
La guerra qui in Afghanistan è una guerra politica, una guerra per il controllo di un area strategica. Le forze militari internazionali non sono in Afghanistan per combattere quattro o cinquemila talebani. Sono qui perché l’Afghanistan ha confini con l’Iran, con la Cina e con i paesi dell’Asia centrale ricchi di risorse energetiche.
Gli Stati Uniti sono convinti che il paese con cui dovranno fare i conti in futuro è la Cina: una nuova guerra, fredda o calda, tra due diverse civiltà, tra due visioni contrapposte, tra interessi conflittuali. In questo scenario, l’Afghanistan gioca un ruolo fondamentale perché il nostro territorio può essere usato dagli Stati Uniti per compiere azioni contro la Cina. O contro l’Iran, in caso di conflitto.
Gli Stati Uniti e la Nato sono venuti qui in Afghanistan per impiantare basi militari con questi scopi strategici. E rimarranno qui fin quando ne avranno bisogno, anche un secolo se necessario!
La guerra contro i talebani serve agli Stati Uniti e alla Nato come scusa per continuare a mantenere le loro truppe in Afghanistan. La Cia sa benissimo dove vive il signor Mullah Omar o dove si trovi Osama bin Laden. Se volessero veramente catturare i capi dei talebani e porre fine alla guerra, potrebbero farlo nel giro di una settimana. Ma questo non è nell’interesse dell’America, perché se non ci fosse più la guerra, il signor Obama non avrebbe più un motivo per mantenere le sue truppe qui in Afghanistan.

C’è chi sostiene che le grandi offensive militari alleate contro i talebani, come quella appena conclusasi nella provincia meridionale di Helmand o altre che si stanno pianificando nella provincia di Kandahar, vengono largamente preannunciate perché lo scopo non è catturare o sconfiggere i talebani, cui viene dato tutto il tempo per spostarsi altrove, ma solo consentire al governo afgano di prendere il controllo di territori strategici dal punto di vista economico, in particolare per il controllo della produzione dell’oppio e quindi dell’eroina: attività nella quale le autorità afgane sono notoriamente coinvolte.
I paesi occidentali, gli Stati Uniti così come l’Italia, versano in Afghanistan il sangue dei loro soldati e i soldi dei loro contribuenti, i vostri soldi, non per aiutare il popolo afgano, non per ricostruire il nostro paese, ma per proteggere e arricchire l’establishment mafioso che oggi controlla l’Afghanistan, i criminali di guerra che oggi sono al potere in qualità di vicepresidenti, ministri, governatori provinciali, capi della polizia e dell’esercito.
Sono tutti criminali di guerra, ex mujahedin che in passato hanno combattuto contro i talebani, uccidendone a migliaia, e che per questo oggi i talebani considerano loro nemici. Nel 1994 i talebani presero le armi contro i mujaheddin che erano al potere e li rovesciarono. Dopo il 2001, questi mujaheddin sono tornati al potere con il signor Karzai e con le truppe americane, e i talebani sono tornati a combattere contro di loro, contro i loro nemici.
I nemici del Mullah Omar non sono il signor Bush o il signor Berlusconi: sono i vari Fahim, Khalili, Qanouni, Sayyaf, tutti i leader mujahedin che durante la guerra civile uccisero migliaia di talebani.
Il potere di questi personaggi si regge sulla protezione delle truppe straniere: se si ritirassero, il Mullah Omar prenderebbe Kabul nel giro di due ore e i capi mujahedin andrebbero sulle montagne iniziando una nuova guerra civile.
Così come la guerra dell’America non è contro i talebani, la guerra dei talebani non è contro l’America, bensì contro i loro nemici storici che grazie agli Stati Uniti e l’Occidente oggi sono al potere.

Per riportare la pace e la sicurezza in Afghanistan, l’amministrazione Obama sembra puntare, oltre che sulla via militare, anche su una soluzione negoziale, su trattative tra governo e talebani, per giungere alla riconciliazione nazionale. Dopo quello che ci ha detto, sembrerebbe un’ipotesi alquanto remota.
Non ci sarà mai pace e sicurezza in Afghanistan né riconciliazione nazionale finché a Kabul saranno al potere questi criminali di guerra.
Se il signor Obama volesse veramente il cambiamento, se volesse veramente promuovere la democrazia e i diritti umani, la pace e la sicurezza in Afghanistan, dovrebbe cessare il sostegno politico, finanziario e militare a questi signori di guerra che sono tornati al potere. E che invece dovrebbero stare in un tribunale o in galera.
La comunità internazionale dovrebbe indire nuove elezioni dicendo chiaro e tondo che non saranno tollerate frodi elettorali, dicendo a Karzai: “Se i tuoi ministri, i tuoi governatori, i tuoi comandanti di polizia e capi distrettuali imbriglieranno ancora, noi ti tagliamo gli aiuti e non ti sosteniamo più”. Solo così il popolo afgano potrà scegliere un nuovo presidente e una nuova classe dirigente che non sia più composta da criminali di guerra, mafiosi e corrotti. Solo così i soldi della comunità internazionale potrebbero essere usati per la ricostruzione dell’Afghanistan, invece che di finire nelle tasche di questi signori che poi li usano per pagarsi ville lussuose, guardie private, fuoristrada da 80 mila dollari e uno stile di vita elevato. Sono sicuro che se una nuova generazione prenderà il potere al posto degli ex mujahedin, i talebani non avranno più ragioni per combattere contro lo Stato afgano e, allora sì, sarà possibile ristabilire la pace e la sicurezza in questo paese.

Fonte: PeaceReporter.

Anniversario della rivolta popolare in Tibet

In occasione del 51esimo anniversario della rivolta popolare in Tibet (10.3.1959), l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) rileva che nella regione sono aumentate le violazioni dei diritti umani commessi dalle autorità e forze di sicurezza cinesi.
Da febbraio 2008 ad oggi il numero dei prigionieri politici tibetani è cresciuto in modo preoccupante. Se prima era nota l’identità di 119 prigionieri politici tibetani, dalla primavera 2008 ad oggi 334 Tibetani sono stati condannati a morte o a lunghe pene detentive per aver partecipato alle manifestazioni della primavera 2008. Altre centinaia di Tibetani sono ancora in attesa di processo.
A partire dal 2 marzo 2010 le autorità cinesi hanno intensificato una dura campagna di repressione che mira a intimidire la popolazione prima dell’anniversario della rivolta tibetana del 1959 .
Secondo i dati forniti dalle autorità cinesi, nei primi giorni del mese sono state arrestate nella capitale tibetana Lhasa oltre 500 persone, sono stati perquisiti almeno 4.115 appartamenti e interrogate 7.340 persone. Nell’operazione sono stati coinvolti circa 1.430 poliziotti e membri di altre forze di sicurezza, le strade sono state pattugliate da uomini armati e in assetto da combattimento.
Invece di costruire un dialogo con i Tibetani, il governo cinese punta sull’intimidazione e la persecuzione per ottenere con la forza delle armi “l’armonia e l’unità” tanto sottolineata durante il congresso del popolo la settimana scorsa a Pechino. Le autorità cinesi hanno anche istituito i “comitati di buon vicinato di Lhasa” i cui membri accompagnano dal 1 marzo 2010 le forze di sicurezza cinese durante le pattuglie per la capitale tibetana.
Evidentemente la leadership cinese non ha tratto alcun insegnamento dai disordini della primavera 2008. Invece di preoccuparsi di rimuovere le cause che avevano portato alle proteste dei Tibetani, l’attuale governatore della regione, il Tibetano Padma Choling ha ribadito l’importanza del Partito comunista che, dice, rappresenta l’unica vera salvezza per il Tibet.
Se Pechino non intende però cambiare la sua politica, i conflitti tra Tibetani e Cinesi Han migrati in Tibet non potranno che aumentare.

Fonte: Associazione per i Popoli minacciati.

Cina: condannato il dissidente Xiaobo.

La giustizia cinese ha confermato in appello la condanna a 11 anni di carcere per sovversione contro il dissidente Liu Xiaobo.
Lo scrittore e docente universitario era stato condannato per “istigazione a sovvertire i poteri dello Stato”. Gli Usa sono “delusi” e chiedono la sua immediata liberazione, mentre l’Ue ha chiesto alla Cina di “liberare senza condizioni Liu Xiaobo e di mettere fine alla persecuzione degli altri firmatari della Carta 08”.
E’ stato il Tribunale Supremo di Pechino a confermare in appello la sentenza a undici anni di prigione per lo scrittore e dissidente cinese. Molto noto in Occidente e proposto anche per il Nobel per la Pace, Liu Xiaobao era stato condannato il 25 dicembre scorso con l’accusa di “sovversione anti-statale”.
Il docente universitario, che è tra i più famosi dissidenti del mondo, ha pagato così il fatto di essere tra i promotori di “Carta 08”, il manifesto politico con il quale oltre 300 artisti e intellettuali, e più di 8.000 simpatizzanti hanno chiesto a Pechino di applicare riforme previste dalla Costituzione (come il suffragio universale, la libertà di stampa, la fine del sistema del partito unico).
Immediata la reazione di Stati Uniti e Unione Europea che hanno chiesto la liberazione del dissidente. L’ambasciatore Usa, Jon Huntsman, ha detto che Washington è “delusa” per la sentenza e ha puntato l’indice contro la “persecuzione” di cittadini solo per le loro idee politiche.
Simon Sharpe, uno dei rappresentanti della delegazione dell’Ue in Cina, ha detto ai reporter presenti nell’aula di tribunale che Pechino deve “liberare senza condizioni” lo scrittore.

Fonte: TGCom.