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Il futuro delle tecnologie di controllo digitale, tra cyber-security e cyber-freedom

Un ottimo approfondimento sul sito della Brookings Institution.

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Pedopornografia sul Web: solo l’1% delle vittime viene salvato

I bambini su Internet vanno a ruba, nel senso più agghiacciante del termine: la pedopornografia è un settore che non conosce crisi.
Anzi: aumenta il volume d’affari, aumentano i clienti pedofili ma soprattutto cresce in modo inarrestabile il numero dei bambini vittime di sfruttamento sessuale che di quel mercato sono la merce di scambio. I nuovi bambini schiavi di cui si conoscono i volti, ma non le generalità, sono stati oltre quattromila nel 2010. Mille in più dell’anno precedente, tre quarti dei quali ha probabilmente meno di dieci anni.
È quanto emerge dal rapporto mensile diffuso dall’Osservatorio internazionale di Telefono Arcobaleno, che evidenzia che meno dell’1% delle vittime è stato identificato – e quindi salvato – drammatico dato che mostra l’inaccettabile divario esistente fra l’atrocità del mercato della pedofilia online e la scarsa efficacia delle soluzioni adottate per contrastarlo.
I clienti che alimentano il mercato degli oltre 45mila siti rilevati nel corso del 2010 sono per lo più europei, con l’Italia al quinto posto al mondo per consumo di pedopornografia (4,7%), preceduta da USA (23%), Germania (18,6%), Russia (5,7%) e Regno Unito (5,7%). Il paese che invece “vanta” il maggior numero di provider che ospitano siti pedopornografici è la Germania (1.079), seguito da Usa (614), Olanda (467), Russia (240), Thailandia (53).
I provider che ospitano siti pedoprnografici segnalati nel mondo dal 1996 a oggi sono stati 322.482.
Nel 2010 si è rilevato un incremento del 6%, e solo nel novembre sono stati 2.580.
«Lo sfruttamento sessuale dei bambini nell’ambito della pedopornografia – osserva il presidente di Telefono Arcobaleno Giovanni Arena – è stato erroneamente considerato per troppo tempo alla stregua di un crimine informatico piuttosto che, come dovrebbe essere, una vera e propria forma di riduzione in schiavitù , con la conseguente scarsa attenzione all’identificazione delle vittime, alla loro cura, al sostegno e al reinserimento sociale».

Fonte: Corriere della Sera.