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L’Afghanistan non è ancora un paese per donne

Non sono solo le imposizioni dei talebani ad impedire alle donne di vivere pienamente e dignitosamente le loro vite.
Il problema è purtroppo all’interno delle famiglie.
Un ottimo articolo di Aljazeera.net: http://www.aljazeera.com/programmes/101east/2015/06/afghanistan-country-women-150630115111987.html .

Donne

L’istruzione femminile: uno sguardo

A che punto è il progresso per l’educazione di bambine, ragazze e giovani donne nei Paesi in via di sviluppo?

Un ottimo articolo di Rebecca Winthrop.

 

Istruzione

L’invisibile armata delle vedove indiane

Sono 40 milioni: senza soldi né diritti.
Viaggio nei loro eremitaggi-rifugio: affamate, scheletriche, fuggono nella città santa di Vrindavan.
I padroni degli ashram spesso approfittano delle più giovani prima di venderle.

Uno splendido reportage, corredato da video, di Ettore Mo.

Costa d’Avorio: la strage delle donne

In questo video pubblicato dal Corriere della Sera, la strage durante una manifestazione pacifica.

Storie di donne del vercellese che lottarono per la Libertà

Livia Bianchi, classe 1919, partigiana, fucilata il 21 gennaio 1945 a Cima Valsoda: medaglia d’oro.
Caterina De Nani (Suor Maria Carla) di Mondovì.
Ada Prospero di Torino: medaglia d’argento.
Mariolina Addone ed Ester Cipparoli di Alessandria.
Antonia Giavara di Asti.
Anna Maria Dao e Anna Rosalia Barbero di Cuneo, Maria Pollet di Brusson: tutte e tre medaglie di bronzo.
E tante altre sono le donne che in Piemonte lottarono accanto agli uomini per riportare in Italia la libertà e scacciare i tedeschi.
Anche Vercelli ebbe i suoi grandi esempi di coraggio ed eroismo come quello di Lorenzina Unio, di Costanzana, una delle prime staffette partigiane, uccisa in un posto di blocco al rione Canadà.
Come “Tere” Garavana, impiegata comunale che, nonostante il pericolo, provvedeva di fornire di documenti falsi i fuggitivi.
Come Bianca Grasso e la dottoressa Anna Marengo che non esitarono, da sole e nella clandestinità perché entrambe ricercate, ad amputare una gamba ad un partigiano che altrimenti non sarebbe sopravvissuto.
Ogni donna aveva un suo nome di battaglia, non tutte si conoscevano fra loro per evitare in caso di arresto e di tortura di svelare l’identità delle altre.
Le donne raccoglievano riso, indumenti, a volte disfacevano persino i materassi per recuperare la lana, filarla con qualche mezzo improvvisato e farne calzettoni e guanti da portare in montagna ai combattenti insieme alle notizie sui movimenti nazifascisti.
Fra il ‘43 ed il ‘44 si formarono a Vercelli, Torino e Milano i cosidetti “Gruppi di difesa per la donna e per l’aiuto ai combattenti per la libertà”. Ma anche nei paesi intorno alla nostra città come Trino, Stroppiana, Caresana, Motta de’Conti le donne si riunirono per lottare. E proprio nel giugno del ‘44 fu organizzato il primo sciopero in difesa di quattro giovani renitenti alla leva che sarebbero stati fucilati al cimitero.
Grazie alle donne di Vercelli la notizia rimbalzò di fabbrica in fabbrica: dalla Setvis e dalla Sambonet alla Roy, fabbrica di cartonaggi con prevalente manodopera femminile.
In via Pietro Micca le operaie della Faini e della Sambonet uscirono tutte e ne arrivarono altre ed altre ancora. La notizia dello sciopero ben presto si diffuse in città e altre persone si unirono alla manifestazione.
Mentre un folto gruppo di donne raggiungeva la Prefettura si scatenò la repressione per obbligare i dimostranti ad entrare in fabbrica.
Non furono sufficienti le squadre fasciste né i carri blindati a spegnere quella spontanea ribellione e l’ordine di fucilazione fu sospeso.
I gruppi di difesa delle donne avevano avuto la meglio.
E dopo la Liberazione si trasformarono nel movimento che prese il nome di UDI (Unione Donne Italiane): vi militarono le rappresentanti di tutti i partiti che avevano lottato durante la Resistenza: Dc, Pci, Psi, Pil, Partito d’Azione.
Il contributo delle donne in quegli anni difficili fu fondamentale e servì ad ottenere il diritto di voto e di essere votate.
A Vercelli, anni dopo, fu istituito un Comitato Provinciale che ebbe come prima sede Palazzo Pasta. Il programma dell’UDI era vasto ed impegnativo. E per la prima volta si parò anche di controllo delle nascite.

Fonte: La Sesia.