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Il prezzo di una vita

Per liberare i propri cittadini in ostaggio, l’Europa deve trattare con i terroristi?

Un interessante approfondimento della Jouneyman Pictures: https://www.youtube.com/watch?v=4lybMbl3ZP4 .

Soldi

Libia: un’ottima vetrina per la compravendita di armi

Potenziali compratori dall’India e dal Brasile hanno la possibilità di vedere in azione le nuove tecnologie in campo militare.
Da un articolo della Msnbc.

Il potenziale aereo della Coalizione

Le ferite aperte della guerra in Kosovo

Il campo del dolore. È così che si chiama il più grande cimitero albanese delle vittime civili della guerra del Kosovo.
Ma più di dieci anni dopo, i riflettori sono puntati su serbi e albanesi di cui non si è mai più trovata traccia. Oggi sono nel mirino gli ex eroi dell’esercito di liberazione del Kosovo accusati di crimini di guerra da un rapporto del Consiglio d’Europa.

L’Europa deve serrare i ranghi

Il 2010 potrebbe essere un anno cruciale per il futuro della difesa eurpea.
I paesi impegnati nella guerra ai taliban in Afganistan devono valutare l’efficacia della nuova strategia sul campo.
Nel frattempo, l’attrito diplomatico tra Nato e Ue sulla divisione di Cipro è ancora in bilico tra risoluzione e stallo a tempo indeterminato. I prossimi mesi saranno fondamentali: i membri delle due alleanze hanno molti punti di convergenza e al momento la “questione Cipro” è il più grosso impedimento ad una cooperazione più stretta e distesa.
Gli Usa e la Gran Bretagna sono impegnati ad elaborare una controffensiva efficace agli elementi che minacciano i loro interessi. Allo stesso tempo la Nato, forte del ritorno nei ranghi della Francia, cercherà una nuova concezione strategica che aumenti la sua efficacia sul campo.
Dal canto suo l’Europa dovrà capire se i nuovi meccanismi di politica estera e sicurezza introdotti con il trattato di Lisbona sono davvero in grado di agevolare e semplificare l’azione militare. Dalla fine della guerra fredda, ormai vent’anni fa, gli stati membri dell’Ue hanno provato più volte a rinnovare i protocolli strategici con la promessa di un cambiamento radicale.
Ma il risultato è stato ogni volta impalpabile, sia a livello nazionale che comunitario.
L’European union battle group, concepito nel 2004, avrebbe dovuto aumentare la rapidità dell’Europa nel raggiungere le aree di crisi nel mondo. Finora non è stato schierato neanche un battaglione.
Questa volta però è diverso, e la differenza si riassume in due parole: Afghanistan e budget.
In Afganistan è ormai lampante che né la Nato né l’Europa e i suoi membri hanno i mezzi necessari a combattere il tipo di guerra in cui sono stati trascinati dai taliban. Per vincere bisognerà adattarsi. L’aumento delle spese militari va giustificato con una maggiore efficienza. Il budget totale dei 27 stati membri della Ue è al momento quasi la metà di quello degli Usa.
L’impegno economico europeo è però frammentato, dato che ogni singolo stato deve mantenere un esercito indipendente. Di conseguenza gli investimenti, compresi quelli per la ricerca tecnologica e lo sviluppo, sono molto minori rispetto a quelli americani: 42 milioni di euro contro 166, secondo un rapporto del 2008 dell’Eda (Agenzia europea per la difesa). Di contro, i 26 stati membri dell’Eda – tutti i paesi Ue tranne la Danimarca – spendono più degli Usa in termini di personale, 106 milioni contro 93.
Gli eserciti d’Europa abbondano insomma di soldati, ma equipaggiati in modo insoddisfacente. La situazione attuale rende impellente la messa in atto della logica alla base dell’Eda: aumento della cooperazione, ricerca e sviluppo tecnologico comuni e, nel lungo periodo, creazione di un’unica economia militare interna. Al momento però l’azione dell’Eda è soffocata dall’abitudine dei 27 mebri Ue di affrontare singolarmente ogni valutazione e pianificazione strategica, un po’ come accade in generale a tutti i progetti di cooperazione. La Strategia europea di sicurezza del 2003, aggiornata nel dicembre 2008, è ancora troppo generica per essere tatticamente utile.
Gli stati europei hanno urgente bisogno di un coordinamento, perché la molteplicità e la varietà delle aree d’azione non lasciano spazio a singole valutazioni di complementarietà ed economia di scala.
Al momento, alcuni stati si concentrano sulla difesa del territorio contro un nemico immaginario, altri indirizzano le loro risorse contro nuove minacce, come gli attacchi cibernetici, altri ancora vedono le proprie forze armate esclusivamente come corpi di pace e impiegano i fondi per aumentarne le competenze più “soft”.
Lo sviluppo della Politica europea di sicurezza e difesa (Pesd) negli ultimi anni è stato guidato dai singoli stati. In assenza di una stima complessiva delle potenzialità militari dei paesi membri e delle loro complementarità, la Pesd sarà sempre meno efficace di quanto potrebbe essere, impantanata tra soluzioni ad-hoc e approcci nazionali.
L’Afghanistan è proprio il tipo di problema che mette a nudo i limiti e i costi di un groviglio del genere.

Fonte: PressEurope.

Vecchia Europa in disarmo

Le misure d’emergenza varate per ridurre spesa pubblica e deficit stanno abbattendosi anche sui bilanci della Difesa. Negli Stati Uniti la spesa militare è considerata un volano per il rilancio dell’economia e il Congresso ha approvato per il 2011 un bilancio 726 miliardi di dollari che, anche togliendo i 159 miliardi che finanzieranno i conflitti in Iraq e Afghanistan, lascia al Pentagono 23 miliardi in più rispetto a quest’anno. Anche Cina e India continuano a registrare incrementi di spesa.
Pechino ha innalzato quest’anno “solo” del 7,5% un budget che ufficialmente ammonta a 78 miliardi di dollari (ma Washington stima sia almeno il doppio) mentre il budget di Nuova Delhi ha raggiunto i 36 miliardi. In Russia, dopo le riduzioni del 15% del 2009, quest’anno non sono per ora stati annunciati tagli al bilancio di 36 miliardi di dollari, cifra che include anche 10 miliardi per rinnovare armi e mezzi per il 90% obsoleti.
Difficoltà gravi emergono invece in Europa, dove il crack greco ha portato i governi a manovre che, nel campo della Difesa, attuano tagli drastici ma non sempre ponderati. Per risparmiare, Atene ha ridotto del 25% le spese correnti e ritirerà il contingente dal Kosovo, il Portogallo attuerà manovre simili, in Romania l’80% del bilancio (1,8 miliardi di dollari) se ne va in stipendi e in Austria riduzioni di oltre il 10% del bilancio (2 miliardi di dollari) impediscono manutenzioni e addestramento. Berlino ha varato un piano da 4,3 miliardi di euro in tre anni su un bilancio di 31 con la chiusura di basi, la riduzione di almeno 40mila effettivi, la messa a terra di alcuni caccia Typhoon e bombardieri Tornado e la radiazione anzitempo di motovedette e sottomarini. Tagli sono previsti anche al sistema di difesa antimissile Meads, agli elicotteri Nh 90 e agli aerei cargo A-400M.
Scelte simili sono in atto in Spagna, dove a un taglio del 6,4% già attuato su un bilancio di circa 8 miliardi di euro potrebbero aggiungersi nuove decurtazioni, compromettendo l’acquisizione di aerei e blindati. La Francia, con un bilancio di 32 miliardi, ha attuato nel 2008 un ampio piano di ristrutturazione della Difesa, ma sta mettendo a punto nuovi tagli stimati tra i 2 e i 5 miliardi di euro da spalmare sui prossimi tre anni. In Gran Bretagna l’austerity firmata Cameron-Clegg porterà a dismettere i mezzi più vecchi (cingolati, artiglierie, elicotteri e velivoli) riducendo o dilazionando le nuove acquisizioni per risparmiare almeno 7 miliardi di sterline in cinque anni su un bilancio quest’anno di 36,8 miliardi. A quanto sembra verranno salvaguardati i programmi già contrattualizzati (come quello per le due nuove portaerei), l’abbandono dei quali comporterebbe sanzioni da versare all’industria che vanificherebbero i risparmi ottenuti.
Un aspetto quest’ultimo comune a tutti i paesi europei nei quali infatti i tagli colpiranno soprattutto il trattamento economico del personale e l’esercizio, cioè l’addestramento dei reparti, la manutenzione e gestione di mezzi e infrastrutture.
Il rischio è quindi di disporre di armi nuove e sofisticate, ma di non avere le risorse per gestirle come sta già accadendo in Italia, dove mancano i fondi per riparare i mezzi danneggiati in Afghanistan e il carburante per i jet e le navi, inclusa la nuova portaerei Cavour. Roma non ha ancora indicato dove i nuovi tagli stimati tra 1 e 1,5 miliardi di euro andranno a incidere, ma le decurtazioni già approvate dalle precedenti Finanziarie hanno reso quasi impossibile addestrare i reparti.
Se in Europa la crisi ingigantisce gli effetti della mancata integrazione militare, in Italia pesa l’assenza di una ridefinizione del Modello di difesa, ancora anacronisticamente legato a un organico di 190mila militari. Qualche migliaio in più dei britannici, che però spendono oltre il triplo dei 14 miliardi del budget italiano di quest’anno per la Difesa. In assenza di una pianificazione concreta che stabilisca obiettivi e risorse, le forze armate italiane rischiano la paralisi e sopravvivono solo grazie ai fondi extra-bilancio per le missioni oltremare.
In tutta Europa si punta a garantire quanto oggi necessario alle truppe schierate in Afghanistan privilegiando i mezzi per la contro-insurrezione. Una scelta giustificata, ma che rischia di sacrificare la pianificazione indispensabile per disporre di forze in grado di far fronte a ogni tipo di minaccia futura, anche convenzionale. Anche per questo il segretario generale della Nato, Anders Foigh Rasmussen, ha messo in guardia gli alleati da un disarmo che «potrebbe minacciare la stabilità internazionale e quindi limitare le prospettive di crescita».

Fonte: Il Sole 24 Ore.

Obiettivo chiave: stabilizzare la Bosnia.

Balcani ormai inseriti in un processo di avvicinamento all’Europa. Da Gorizia dove ha partecipato al Forum su “gli Scenari dello sviluppo dell’Area Adriatico-Balcanica”, il Ministro Franco Frattini ha fatto il punto su problemi e prospettive di un’area da sempre “prioritaria” per l’Italia, mentre il Sottosegretario Alfredo Mantica, nel concludere la due giorni di lavori del Forum, ha detto che “all’Adriatico e allo Ionio serve il ‘modello’ baltico. Quei Paesi – ha sottolineato Mantica – hanno saputo fare del loro mare una straordinaria via di comunicazione e di trasporti. Così – ha spiegato – noi dovremo essere in grado di fare con i nostri due mari”.

Sulle problematiche relative al processo di integrazione europea il Ministro Frattini ha ricordato che la Bosnia rimane l’anello debole della stabilizzazione dei Balcani, ma “non dobbiamo – ha detto Frattini – sprecare il 2010 in attesa delle elezioni dell’autunno” e fare, dunque, dei passi avanti a partire dalla liberalizzazione dei visti, così come avvenuto per altri paesi dei Balcani. Ma il nodo chiave resta quello di passare dalla logica degli accordi di pace di Dayton a quella di avvicinamento all’Europa. In particolare, secondo il Ministro, è importante chiudere l’ufficio dell’Alto rappresentante (istituito proprio da Dayton nel 1995) e passare a un ruolo guida da parte dell’Unione Europea. “A quindici anni da Dayton il contesto bosniaco continua a registrare difficoltà a procedere verso una definitiva stabilizzazione”. In questa prospettiva, Frattini ha sottolineato l’importanza della Conferenza sui Balcani che si terrà a giugno a Sarajevo, città che la “merita politicamente”, perché è stata un simbolo di guerra ma ora è un simbolo di rinascita. Una conferenza, fortemente voluta dall’Italia, che sarà a guida europea ma con il coinvolgimento chiave di Stati Uniti e Russia.

Tuttavia, la “questione Balcani’ è ampia, e se da una parte il futuro dell’area dipende dalla volontà di riforme dei governi locali per raggiungere gli standard europei, dall’altra è fondamentale la risposta che l’Ue saprà dare alla domanda d’Europa che viene da oltre Adriatico. Ed è strategico, pur nelle specificità nazionali, creare un’integrazione delle reti di comunicazione e sistemi di approvvigionamento energetico interbalcanico e con l’Italia. L’obiettivo è un’area di libero scambio e di sviluppo equilibrato delle economie territoriali. Un’altra corsia, assieme a quella della stabilità politica, per l’ avvicinamento all’Europa.

Il Sottosegretario Mantica ha parlato dell’Iniziativa Adriatico-Ionica (Iai) che raggruppa otto paesi dell’area, alcuni dei quali “interessati anche all’Iniziativa adriatico-balcanica”, e dell’attività dell’Ungheria “che il prossimo mese lancerà l’Iniziativa danubiana”. “Dovremo essere in grado di attirare i Paesi di nuovo ingresso in Europa o di prossima adesione verso le nostre grandi linee di comunicazione – ha spiegato Mantica – tenendo conto che le linee generali della strategia per l’Adriatico-Ionio dovrebbero riflettere le specificità della regione, per fornire risposte congiunte alle sfide e ai problemi comuni dei Paesi rivieraschi e non. Si tratta di creare un sistema inclusivo e non esclusivo”. Mantica ha invitato i diversi enti e strutture coinvolte e già operanti in queste aree, a partire dall’Ince, la cui missione – ha sottolineato – va rapidamente modificata, per fare sistema “perché – ha detto – si tratta di una strategia che rimarrà negli anni a venire, un’asse che assicurerà il pieno ritorno in Europa di mari e territori che europei sono sempre stati’’.

Fonte: MaE.