Archivi tag: iraq

Libia: un Iraq redux?

Un approfondimento del Washington Post.

Così la svolta del Cairo si ritorcerà contro di noi

Uno scenario da brivido. E infatti re Abdullah quasi ci resta. Succede ancor prima delle dimissioni annunciate da Hosni Mubarak ieri sera. Succede giovedì mentre al Cairo s’attendono il discorso del Faraone e le decisioni dei generali. Al telefono con l’ottuagenario sovrano saudita convalescente in Marocco dopo una difficile operazione d’ernia c’è il presidente Barack Obama. Non è una telefonata pacata. Il presidente, confortato dalle analisi errate della Cia, annuncia di voler chiuder il rubinetto degli aiuti all’Egitto per favorire il pronunciamento dei generali e accelerare l’uscita di scena del Faraone. Dall’altro capo del filo un sovrano disperato gli ricorda la necessità di non regalare altri punti a Teheran umiliando un vecchio alleato e gettando nel caos uno dei capisaldi dello schieramento anti iraniano. Infuriato dalla coriacea indifferenza di Obama, re Abdullah si dice pronto a garantire di tasca propria il mantenimento degli aiuti finanziari a Mubarak. Poi appende la cornetta e si accascia sul divano. Per molte ore voci incontrollate lo danno per morto, schiantato da un infarto. Per fortuna è solo un falso allarme, ma rende bene il panico generato dalla inadeguatezza e dalla superficialità con cui l’amministrazione Obama gestisce la più grave crisi mediorientale degli ultimi trent’anni. Una crisi che minaccia di contagiare i regimi alleati dell’Occidente, lasciar assolutamente indenni quelli allineati con Teheran e innescare la reazione di uno Stato ebraico pronto a tutto pur d’impedire alla Repubblica Islamica di conquistare l’egemonia regionale.
Eccesso di pessimismo? Non proprio. La calma piatta con cui la Siria, il miglior alleato di Teheran, risponde agli appelli alla rivolta diffusi via internet dagli oppositori all’estero fa capire come i regimi più severi e repressivi, legati a filo doppio all’Iran, siano quelli minor a rischio. L’opposizione iraniana nonostante l’annunciata discesa in piazza di domani non riuscirà, con tutta probabilità, ad aggirare le capillari misure di prevenzione predisposte dal regime. Una caduta rovinosa di Mubarak rischia invece, come ben sa re Abdullah, di delegittimare l’intero sistema di potere egiziano facendo cadere non solo i militari più vicini al ex presidente e al vice presidente Omar Suleiman, ma l’intera classe di potere cresciuta all’ombra del Faraone e dei generali. Uno scenario quasi inevitabile se si continuerà a lasciar mano libera alla piazza senza garantire un’ordinata transizione e una onorevole pensione all’uomo che per 30 anni è stato il simbolo della stabilità del Paese.
Le trame da brivido non si fermano qui. Trascinare nel caos e nell’ingovernabilità l’Egitto significa inevitabilmente far traballare anche Giordania, Yemen e Arabia Saudita. E regalare inaspettate occasione a tutti i gruppi fondamentalisti, dai Fratelli Musulmani ai terroristi di Al Qaida. In Egitto l’intero Sinai, ovvero la sponda orientale del canale di Suez, è tormentata da una rivolta beduina su cui s’inserisce il contagio di formazioni qaidiste e l’infiltrazione dei gruppi che garantiscono il contrabbando di armi iraniane provenienti dal Sudan e destinate a Hamas. Non assicurare più il controllo di quella vitale penisola significa costringere Israele a rispedire l’esercito a Gaza per assumere il pieno controllo della frontiera egiziana. A sud dell’Arabia Saudita la caduta di uno Yemen già infiltrato da Al Qaida e tormentato dalla rivolta delle tribù sciite filo iraniane finirà inevitabilmente con il rendere più instabile anche Riad.
Per garantirsi una piena e totale egemonia regionale Teheran dovrà a quel punto, soltanto accentuare le pressioni su un’Irak già sfuggito di mano all’amministrazione Obama. Un Irak dove da mesi Moqtada Sadr e le altre formazioni sciite alleate di Teheran condizionano l’esecutivo del premier Nuri Maliki. Una volta assunto il pieno controllo dell’asse che dall’Irak attraversa la Siria e il Libano di Hezbollah per arrivare al confine settentrionale d’Israele, Teheran dovrà inevitabilmente affrontare la resa dei conti con lo Stato ebraico. E per il Medio Oriente sarà la vera apocalisse.

Fonte: Gian Micalessin per “Il Giornale”.

Uno scenario da Terminator

La domanda che si pongono su POPSCI: in ambito militare, la robotica è stata investita di un potere eccessivo?

Cerimonia di chiusura del Primo Corso di addestramento della Oil Police condotto dai Carabinieri della NATO Training Mission Iraq

A Baghdad Presso la sede dell’Accademia della Polizia Federale Irachena (Iraqi Federal Police) a Baghdad, si è svolta la cerimonia di chiusura per gli allievi frequentatori del primo corso della Oil Police ”Oil Facilities Protection Services”.
122 gli allievi tra Ufficiali, Sottufficaili ed agenti che hanno frequentato con successo il corso di addestramento di sette settimane condotto dai Carabinieri in servizio presso la NATO Training Mission Iraq.
Il Ministro dell’interno, Jawad Al Bolani, e del Petrolio, Hussein al-Shahristani, tra le Autorita’ irachene intervenute alla cerimonia cosi’ come i vertici militari della Iraqi Federa Police e della Oil Police.
Presenti i vertici militari della NATO, il Comandante della missione addestrativa della NATO, il Generale di Corpo d’Armata Michael Barbero, ed il Vice Comandante, Generale di Divisione Claudio Angelelli.
Significativa la presenza dell’Ambasciatore d’Italia in Iraq, S. E. Gerardo Carante, che nel suo discorso ha evidenziato la vicinanza dell’Italia all’Iraq in questa fase di ripresa economica anche attraverso l’attivita’ addestrativa condotta dai Carabinieri e piu’ in generale con il sostegno che il nostro Paese fornisce alla NATO Training Mission Iraq.
I Carabinieri italiani, presenti nella missione della NATO in Iraq dal 2007 hanno addestrato sino ad oggi circa 9000 poliziotti della IRAQI Federal Police e con i corsi dedicati alla Oil Police – polizia responsabile delle infrastrutture per l’estrazione del petrolio ed alle scorte nella movimentazione del greggio su strada – prevedono di addestrare entro la fine del 2011 piu’ di mille poliziotti ed un adeguato numero di istruttori che siano in grado di continuare l’addestramento.
Gli straordinari successi addestrativi che i Carabinieri hanno fino ad oggi ottenuto in Iraq sono stati evidenziati da tutte le Autorita’ intervenute nei loro discorsi ed al termine della Cerimonia, infine, le Autorita’ Irachene hanno consegnato come segno di riconoscimento dell’attivita’ svolta un dono ad alcuni Carabinieri, elementi chiave dell’addestramento.

Fonte: Ministero della Difesa.

My name is Maurizio Cocciolone

Sul quotidiano Libero di domenica 14 novembre, nella rubrica “Soggetti Smarriti”, Alessandro Dell’Orto intervista Maurizio Cocciolone, che si racconta per la prima volta in esclusiva a vent’anni dalla Guerra del Golfo. “Finora non ho mai parlato per scelta. All’inizio c’era troppo trambusto, non ero preparato e la stessa Aeronautica non era in grado di gestire un evento mediatico così”
Ora, però, sono cambiate molte cose.
Il 18 gennaio 1991 il Tornado pilotato dalla coppia Cocciolone-Bellini bombardò Kuwait City, ma poi fu abbattuto dalla contraerea irachena. “C’era una baraonda mai vista, uno sbarramento di fuoco. La notte era illuminata a giorno, sembrava di trovarsi a Capodanno, in una grande metropoli, nel mezzo di una parata di fuochi d’artificio… Viaggiavamo a circa 1000 km orari e a 30 metri da terra, grazie al sistema radar di bordo. Ci sono stati pochi attimi per decidere il da farsi, tra la vita e la morte. Non restava che lanciarsi”.
Cocciolone fu fatto prigioniero e due giorni dopo la cattura venne mostrato un video in cui, con il viso tumefatto, veniva interrogato e ripeteva quasi meccanicamente “My name is Maurizio Cocciolone”.
“Ero tenuto in un loculo di 3 metri per due. Non avevo un materasso e mi sdraiavo a terra, senza coperte… Mi portavano una brocca di acqua sporca e, un giorno sì e uno no, una fetta di pane… Ho subito le torture del metodo iracheno… Per i colpi ricevuti ho perso alcuni denti e la lingua mi si è staccata quasi completamente”. Dopo 45 giorni di prigionia fu rilasciato e rientrò in Italia, dove però finì al centro di alcune polemiche. “Non sono e non mi sono mai sentito un eroe, ho fatto sempre e solo il mio dovere… Però non ho avuto grande supporto e spesso mi sono sentito usato, a fini mediatici ovviamente, in vari ambiti. Di fatto le istituzioni mi hanno abbandonato a me stesso…”.

Maurizio ora ha 50 anni, è appassionato e intenditore d’arte e progetta di trasferirsi in Brasile quando tra pochi anni andrà in pensione.
Nel 2005 è stato impegnato in una missione di pace in Afghanistan e ha costruito dal nulla la base italiana di Herat: “Esperienza unica. Indimenticabile. Per me e la Forze Armate un grande orgoglio: la più grande operazione logistica dell’Aeronautica del secondo dopoguerra, dal ’45 a oggi”.
Cocciolone ha raccontato di essere ancora in buoni rapporti con Bellini: “Seppure a distanza per le lontanissime sedi di lavoro, di tanto in tanto ci sentiamo e chattiamo su Facebook”.

Fonte: TGCom.

I reporter uccisi non fanno notizia

Anche in guerra muoiono troppi giornalisti, ma non fa più notizia.
Quando, alcuni giorni fa, si son fatti i conti di quanta gente abbia ammazzato l’ultimo conflitto militare in Iraq, sono stati ricordati «più di 4 mila soldati americani» e «più di 100 mila civili iracheni».
Ma, a parte che – mettendo i numeri in quell’ordine: prima i 4 mila e poi i 100 mila – si finisce per fare una classifica mentale con la quale un soldato americano vale quanto e più di 25 civili iracheni, è comunque significativo che nulla sia stato detto dei reporter ammazzati laggiù, in Mesopotamia.

Eppure, nessuna delle guerre moderne è costata al giornalismo più di questa irachena: dall’attacco americano del 19 marzo del 2003 all’annuncio di Obama del «ritiro» il 31 agosto di quest’anno, sono stati ammazzati 259 uomini e donne dei media internazionali.
Certo, non tutti lavoravano come reporter e inviati speciali, perché molti facevano da informatori, stringer, autisti, o anche interpreti di noi stranieri, ma è anche vero che senza il loro contributo gran parte delle notizie della guerra non sarebbero state mai conosciute.
Ed è anche vero che, di questi 259, la gran parte erano iracheni che lavoravano con i reporter arrivati da ogni parte del mondo.
Però, ormai così si lavora in guerra, se si vuol fare un lavoro «serio», professionale, che possa sottrarsi ai condizionamenti delle parti in conflitto, che siano truppe regolari o formazioni di miliziani.
Si sarebbero dovuti ricordare anche quei morti ammazzati.
Ma non l’ha fatto nessuno.

Fonte: Mimmo Candito per “La Stampa”.

Iraq: grazie ai soldati, ma senza trionfalismi

Obama è il secondo presidente Usa ad annunciare la fine della guerra in Iraq: George W. Bush lo fece il 1 maggio 2003, dalla portaerei Uss Abraham Lincoln all’ancora nel Golfo Persico. Obama lo ha fatto martedì notte dallo Studio Ovale: il presidente ha comunicato la fine della missione di combattimento americana in Iraq. Dopo avere pagato “un prezzo enorme”, ha detto l’inquilino della Casa Bianca, occorre adesso “voltare pagina”, lasciare “la gestione della sicurezza totalmente in mano agli iracheni” e puntare l’attenzione al “rilancio dell’economia statunitense”.
Durante il suo atteso discorso, Obama non ha parlato di vittoria militare ed ha definito “una pietra miliare” e “un momento storico” la fine della guerra: «Oggi annuncio che la missione di combattimento in Iraq è terminata. L’operazione “Iraqi freedom” è conclusa, e gli iracheni sono ormai responsabili della sicurezza del loro paese», ha dichiarato il presidente rivolgendosi alla nazione.
«Abbiamo ritirato quasi 100.000 soldati americani dall’Iraq. Abbiamo chiuso centinaia di basi o le abbiamo trasferite agli iracheni», ha sottolineato, ricordando di avere tenuto fede a una “promessa” fatta durante la campagna elettorale per le presidenziali. Obama ha osservato che il suo paese ha pagato “un prezzo enorme” in Iraq, dove più di 4.400 soldati americani sono morti dal giorno dell’invasione, nel marzo 2003, voluta dal suo predecessore George W. Bush. Il presidente ha invitato le autorità irachene a trovare “rapidamente” un accordo politico per la formazione del nuovo governo, a sei mesi dalle ultime elezioni.
Affermando che è ormai giunto il tempo di “voltare pagina”, Obama ha approfittato poi del suo discorso per provare a stemperare la preoccupazione degli americani sul fronte interno. «Il nostro compito più urgente è oggi rilanciare la nostra economia e creare lavoro per milioni di americani che lo hanno perso», ha poi detto, ricordando che l’invasione dell’Iraq ha «determinato l’impiego di vaste risorse all’estero in un periodo di bilanci ristretti».
Nel suo discorso Obama ha confermato che il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan comincerà nell’estate del 2011 ma dipenderà dalla situazione sul campo: «Nell’agosto prossimo, inizieremo un periodo di transizione delle responsabilità agli afgani», ha ricordato Obama, che aveva annunciato nel dicembre 2009 l’invio di 30.000 rinforzi nel paese asiatico. «Il ritmo del ritiro delle nostre truppe sarà determinato dalla situazione sul campo e il nostro sostegno all’Afghanistan continuerà», ha sottolineato l’inquilino della Casa Bianca. «Ma questo non deve fuorviare: la prospettiva di una guerra senza fine non servirebbe i nostri interessi né quelli del popolo afgano», ha dichiarato Obama. Con 323 morti in otto mesi, il 2010 è già diventato l’anno più sanguinoso per le truppe americane in Afghanistan. Nel solo mese di agosto, secondo il sito indipendente icasualties.org, hanno perso la vita 56 militari statunitensi: 23 solo nell’ultima settimana.
Il peso del messaggio è evidente: Obama aveva promesso agli elettori in campagna elettorale che avrebbe chiuso il capitolo della guerra di Bush e ora può dire di avere mantenuto la parola data. Ma sui toni il presidente deve usare il fioretto e la diplomazia: deve lodare il sacrificio dei soldati americani (migliaia sono morti in questa guerra, decine di migliaia rimasti feriti) senza lodare un’operazione che ha sempre bollato come un’inutile distrazione dalla vera guerra al terrorismo (quella che si sta combattendo in Afghanistan). Questo il senso delle visite, non annunciate in precedenza, al Walter Reed Medical Center di Washington, l’ospedale del Pentagono dove sono ricoverati i soldati feriti in battaglia e la base di Fort Bliss, in Texas, dove sono appena rientrate le ultime brigate da combattimento.
Obama ha dichiarato così ufficialmente conclusa la missione combat Usa in Iraq, aggiungendo però di non cantare vittoria perché resta da fare ancora molto lavoro nel paese. Obama, ringraziando le truppe, ha detto che l’Iraq ora ha l’opportunità di creare un futuro migliore per sé stesso e che come risultato, gli Stati Uniti saranno più sicuri. «Volevo venire a Fort Bliss soprattutto per dirvi grazie. E per dire: bentornati a casa», ha detto Obama ai soldati. «Farò un discorso alla nazione», ha aggiunto. «Non sarà un discorso per cantare vittoria. Non sarà di auto-compiacimento. C’è ancora molto lavoro da fare». Ma l’incontro con le truppe è avvenuto proprio nel giorno in cui cinque soldati americani sono stati uccisi in Afghanistan, uno dai talebani e altri quattro dall’esplosione di un ordigno portando il bilancio delle vittime negli ultimi quattro giorni a 22. «Le vittime stanno aumentando – ha spiegato Obama – per via della nostra lotta ad Al Qaeda e ai talebani». Ma Obama spera comunque che il messaggio abbia un’eco positiva negli americani in vista delle elezioni di medio termine del prossimo 2 novembre, in cui i suoi democratici lotteranno per mantenere la maggioranza nel Congresso Usa ma che i sondaggi danno sotto di dieci punti rispetto ai repubblicani.
Il presidente Usa ha anche telefonato a George W. Bush, nel pomeriggio di martedì, dall’Air Force One. La conversazione è durata pochi minuti e la Casa Bianca non ha aggiunto alcun dettaglio su quello che i due si sono detti. Alcuni addetti ai lavori ipotizzano che, nel suo discorso, Obama possa lodare la strategia avviata dal suo predecessore, un incremento delle truppe nel Paese, mettendo le basi per una soluzione dignitosa del conflitto. Nota di colore: Obama parlerà da uno studio Ovale rinnovato: nuova carta da parati, nuovo tappeto con iscrizioni di ex presidenti e di Martin Luther Kind, nuove sedie e nuovo tavolino. Il restyling, ha precisato la Casa Bianca, non è costato neanche un centesimo ai contribuenti e non è una vanità di Obama: tutti i presidenti rinnovano il loro ufficio in maniera simile e lo stesso prima di lui fecero sia Bush che Clinton.

Fonte: Corriere della Sera.