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Afghanistan: il punto dal Generale Petraeus

Cosa è stato fatto e gli obiettivi ancora da raggiungere.
In un ottimo articolo a cura di RFE/RL .

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Al fianco di un Signore della guerra

Un corposo reportage dalla penna di Paul Wood.

Quando gli italiani danno il meglio di sé

Una sera d’estate in una terrazza romana a parlare con un amico, capitano di ritorno dall’Afghanistan: la moglie aspetta un bambino e lui ha rinunciato a tutte le ferie intermedie per poter rientrare con un mese di anticipo e assistere alla nascita del figlio.
Negli occhi il cielo di Kabul, quello vero, più intenso di quello che abbiamo vagheggiato inseguendo con la fantasia «il cacciatore di aquiloni».
Si capisce subito che ripartirebbe domani. Per guadagnare di più? Sono 100 dollari al giorno in busta paga, una settantina di euro, chi pensa che questo sia il motivo che spinge un ufficiale di trentacinque anni a partire e a rischiare di morire è uno sciocco. Si parte per fare al meglio il proprio lavoro, per vivere un’esperienza irripetibile, per incrociare mondi che non avresti mai pensato di conoscere, per sentirsi utili, per provare emozioni, per vivere la speranza di ritornare, per stare nel cuore della storia. Si parte perché si è un soldato dell’esercito italiano, che preferisce vivere sei mesi a Kabul che non passare carte a Roma.
In Afghanistan ha lavorato all’Isaf. Ogni mattina usciva armato e col giubbotto antiproiettile per incontrare i rappresentanti delle tribù locali e organizzare con loro l’amministrazione della giustizia, l’approvvigionamento idrico, l’istruzione, la sanità, la ricostruzione. Appena arrivato rimase impressionato dal discorso che gli fece un sergente inglese prima di affrontare il viaggio dall’aeroporto alla cittadella fortificata della Nato dove avrebbe vissuto in quei mesi: «Ci possono attaccare in ogni momento, se i tuoi compagni di viaggio morissero, tu dovrai comportarti in questo modo». Si guardarono tutti negli occhi e scoprirono di provenire da ogni parte del mondo. Gli affetti di ciascuno divennero improvvisamente lontani, il rimpianto per la quiete ministeriale pure: hai paura, ma sei in ballo e che Dio te la mandi buona. Lo pensò lui, lo pensarono gli altri e partirono in colonna con il dito tremante sul grilletto.
La situazione è complicata come in tutti i luoghi ove pulsano la guerra e la storia: il controllo del territorio è a macchia di leopardo, la corruzione è dilagante, ci sono zone tranquille e altre in mano ai talebani che avanzano. Rispetto agli schemi imparati a scuola ha capito che è necessario ripristinare e rispettare un tessuto tribale locale, l’unico riconosciuto dagli abitanti; un impasto di vita e di saggezza millenarie, fatto di anziani e capi tribù, la sola sovranità legittimata che la guerra ha lacerato nel tentativo di forzarla dall’esterno pensando di creare sulla carta uno Stato con una logica e una struttura occidentali.
Lo ascolto e penso a quanto siano lontani gli stereotipi in cui siamo cresciuti: l’Italia dei marmittoni, della leva obbligatoria, dei modi escogitati per evitarla. Forse è vero quello che si dice: il soldato italiano quando è all’estero offre il meglio di sé perché nello zaino si porta dentro oltre duemila anni di storia. E sì, perché c’è anche dell’orgoglio patriottico che condividiamo: lì a Kabul ci sono eserciti Nato di tutti i paesi del mondo, ma noi siamo considerati fra i migliori, i più efficaci, stimati, flessibili, rispettati. Il generale David Petraeus sa bene che degli italiani può fidarsi.
Nessuno sa se e quando lasceremo l’Afghanistan, è divisa perfino la Casa Bianca, ma una cosa è certa: se andare via significherà abbandonare quel paese nelle mani talebane, sarà la peggiore delle sconfitte.
Pensavo a quella sera di agosto quando ho appreso la notizia della morte di quattro soldati italiani e del ferimento di altri due. Vedo i loro volti tranquilli di ragazzi, lo sguardo pulito, scopro dove sono nati questi «caporal maggiori» di vent’anni: Lentini, Gagliano del Capo, Pescina, Aradeo, Alghero, Pisa. Una geografia di centro-sud, abitata da campanili sconosciuti, di cui ci accorgiamo solo tra un morto e l’altro. Che sia un’alluvione, una vittima della camorra o della mafia, un militare in missione. E per contrasto il pensiero corre all’Italia di oggi e agli spettacoli indecorosi cui siamo costretti ad assistere da ormai troppo tempo con un misto di assuefazione e di apatia, animati da «astratti furori» e da un sentimento di «quiete nella non speranza» che dominano le nostre incivili conversazioni: alle volgarità e alle ipocrisie populiste, alle bombe di carta e di veleno di questi mesi, lanciate a orologeria agli ordini per interessi di parte.
Ci sono poi le bombe vere, che irrompono tra le cronache di ricatti e irresponsabilità e colpiscono l’Italia silenziosa e migliore.
Da una parte lo svilimento, dall’altro la necessità di dare speranza e riscatto al presente e al futuro di questo paese.
Da una parte la politica che ha perduto ogni ideale, dall’altra gli alpini caduti a Farah.
Non è difficile decidere qual è la parte giusta.

Fonte: Il Sole 24 Ore.

Afghanistan: una nuova scuola inaugurata dal PRT italiano

Nell’ambito del progetto di sviluppo del settore scolastico portato avanti in collaborazione con il Dipartimento dell’educazione della provincia di Herat, il Provincial Reconstruction Team italiano inaugura una nuova scuola a Seyawashan, un villaggio del distretto di Gozara, noto per i ripetuti attacchi perpetrati tempo addietro dagli insorti contro le forze di ISAF e che oggi, grazie alla costante presenza delle ANSF (Afghan National Security Forces) e di ISAF, gode di un sempre più stabile livello di sicurezza a tutto beneficio della popolazione.
La scuola, una struttura di 800 metri quadrati del valore di circa 90 mila euro realizzata grazie ai fondi messi a disposizione dal Ministero della Difesa, consta di dieci classi ed è dotata di tutti i servizi generali compreso un campo sportivo polivalente.
Alla cerimonia di inaugurazione, presente un gran numero di giovanissimi studenti, hanno preso parte il Comandante del Provincial Reconstruction Team, Colonnello Claudio Dei, il Governatore del distretto di Gozara, Ziayudeen Sharify, il rappresentante del governatore di Herat, Shaoobi Masoomi, il capo dipartimento dell’educazione di Herat, Azrat Ghulam Tanha, il vice Comandante provinciale dell’Afghan National Police, Colonnello Delewar Delewarsaha, numerose altre autorità ed elders locali.
Il Governatore di Gozara, Ziayudeen SHARIFY, ha ringraziato il Comandante del Provincial Reconstruction Team, Colonnello Claudio Dei, “per lo sforzo e l’impegno profuso dal contingente italiano a favore dello sviluppo e della ricostruzione del distretto di Gozara, in particolare nel settore dell’educazione, di fondamentale importanza per l’istruzione dei giovani studenti del distretto”.
In questi ultimi mesi, nel villaggio di Seyawashan – 15 chilometri a sud-est di Herat – è stato sviluppato un programma infrastrutturale riguardante, oltre alla costruzione della suddetta scuola, la ristrutturazione di un secondo edificio scolastico, la realizzazione di un importante tratto di strada (2 chilometri asfaltati e 14 chilometri in macadam), di un pozzo per l’approvvigionamento di acqua potabile e l’irrigazione dei terreni destinati alla coltivazione nonché il ripristino di alcuni fondamentali sottoservizi stradali per lo smaltimento delle acque.
“Tutte queste opere – ha confermato il Comandante del Regional Command West, Generale di Brigata Alessandro Veltri – continuano ad essere sviluppate per il soddisfacimento dei bisogni primari della popolazione e a consolidamento del rapporto di fiducia che la stessa oramai nutre nei confronti delle forze di ISAF e delle Afghan National Security Forces”.

Fonte: Ministero della Difesa.

Afghanistan: al via l’offensiva NATO-ISAF.

E’ iniziata in Afghanistan la maxi-offensiva delle truppe Nato-Isaf guidata dagli Usa per assumere il controllo della provincia meridionale di Helmand, roccaforte dei talebani.
L’attacco, il primo da quando Barack Obama ha inviato 30.000 soldati di rinforzo in dicembre, segna l’inizio della campagna per imporre il controllo del governo nella turbolenta provincia meridionale.
L’intenzione è quella di riportare sotto il controllo delle autorità di Kabul tutte le aree ancora in mano ai talebani in modo da poter procedere poi al graduale ritiro del contingente americano, che dovrebbe iniziare nel 2011.
La provincia di Helmand, nel sud dell’Afghanistan, è considerata una delle più violente del paese ed è quella dove i ribelli esercitano un controllo pressoché totale.
In un monito pubblicato da qualche giorno nella pagina web dei talebani, uno dei portavoce, Yusuf Ahmadi, ha assicurato che il movimento è pronto a difendere sue sue posizioni. “Combatteremo utilizzando attacchi a sorpresa e gli ordigni esplosivi (ied) che abbiamo messo a punto in tutti questi anni”, si legge tra l’altro nel testo.
Secondo le fonti citate dall’agenzia Reuters, all’offensiva prendono parte 4.500 marines americani, 1.500 militari afghani e altri 300 soldati statunitensi. Qari Fazluddin, un locale leader dei talebani, nei giorni scorsi ha detto alla stessa agenzia che almeno 2 mila miliziani erano stati schierati attorno alla località di Marja in attesa dell’arrivo delle forze internazionali.
La zona degli scontri e’ densamente popolata.

Fonte: TGCom.

In viaggio con i marines nella città dei talebani

La traiettoria di un razzo è come un lungo sibilo che si amplifica in corsa, cresce avvicinandosi. Talvolta lo si avverte solo pochi istanti prima dell’impatto, appena il tempo necessario a buttarsi a terra. Di sibili intorno a Kandahar se ne sentono tanti. Sono i razzi sparati dai mortai delle postazioni taleban negli altipiani intorno alla Kandahar Air Field, la base del contingente Nato-Isaf che presidia una delle aree più a rischio di tutto l’Afghanistan, il fronte di fuoco dell’estremo Sud. Uno degli ultimi razzi, qualche giorno fa, è caduto all’interno del compound, senza esplodere, causando la rottura di qualche vetro e tanto spavento. «È difficile che provochino danni gravi o morti», spiegano i militari, anche perché spesso si tratta di munizioni obsolete e quindi difettose. Ma in passato qualche vittima c’è stata, «è inevitabile – dicono -, siamo in territorio nemico».

Kandahar è una roccaforte taleban, la culla del Mullah Omar, abitata per la grande maggioranza dalle etnie Pashtun. La storia insegna che dal controllo di questa zona dipende quello dell’intero Paese, è accaduto con i britannici nel XIX secolo e con i sovietici trent’anni fa. Ed è per questo che la coalizione Isaf sta rafforzando la presenza e le operazioni nella provincia facendo del Kaf una roccaforte Nato nel regno dei taleban. La base è una vera e propria città, 13 chilometri di perimetro interno e oltre 22 mila persone, tra militari e civili, provenienti da decine di Paesi diversi.

È un centro logistico-strategico per il Comando regionale Sud (RcSouth), con decine di squadriglie di elicotteri, e l’aeroporto monopista più trafficato del Paese. Il comando è affidato al generale canadese Daniel Ménard, che risponde al generale britannico Nick Carter, numero uno di RcSouth. Ma il contingente Usa in poche settimane ha superato quello di Ottawa – che prima costituiva la grande maggioranza – e continua a crescere velocemente con i rinforzi inviati da Washington. La Joint task force che opera nel Kaf è tuttavia un «melting pot» dell’universo militare con truppe provenienti da molti Paesi, Olanda, Danimarca, Germania, Romania, ci sono persino giordani e truppe degli Emirati. Lo si nota dal mosaico di mimetiche che colorano i polverosi viali della base, da quelle supertattiche dell’82ª Airborne Division alle più appariscenti della Raf, l’aeronautica militare di Sua Maestà. L’unico comune denominatore sono gli anfibi, stretti intorno alle caviglie e perennemente ricoperti di polvere.

«I britannici si sentono i più belli», dice scherzando un ufficiale canadese. È la rivalità goliardica che nasce in una multinazionale della Difesa dove il «made in Usa» si impone in tutta la sua esuberanza. Camminando sul boardwalk, una specie di centro commerciale suddiviso per contingenti, si sente la musica di Us Army Radio sparata dalle casse degli immancabili Burger King e Starbucks, oltre alla nuova bisteccheria Tgi Friday, il cui nome (Thank God is Friday) è stato modificato per non irritare la sensibilità degli afghani poco inclini a vedere il «Signore» sull’insegna di un ristorante. Ogni Paese ha il suo negozio militare, ma quello americano è un supermercato in piena regola dove oltre ad anfibi e zaini tattici si possono acquistare maxischermi, computer o «prodotti per la tenda», e dove si paga con la carta di credito. Per tutti sono a disposizione sei mense a ciclo continuo, alcune, tra mezzanotte e le tre, offrono il «Brinner», una via di mezzo tra il breakfast e il dinner, per chi fa le ore piccole con turni di guardia e pattugliamento.

Il Kaf non dorme mai, è un cantiere a cielo aperto in continuo divenire, lo notiamo quando l’aereo sul quale viaggiamo si avvicina alla pista di atterraggio della base: tendoni, container e prefabbricati si alternano a costruzioni in «working progress» come il nuovo ospedale. Sono i progetti inaugurati con l’invasione americana della base: a prima vista l’ipotesi di inizio exit strategy per il prossimo anno appare azzardata. Lo conferma il grande traffico di contractor che passano per Kandahar, eserciti di lavoratori privati che gestiscono tutti i servizi, dalla sicurezza alle costruzioni, persino i voli che collegano la città agli altri centri sono in mano loro.

Una parte è impiegata nella base assieme ai molti indiani e filippini assunti come camerieri o nelle imprese di pulizia. «È il grande business della guerra», dice Yuri, ucraino alla sua terza missione afghana per conto di una società di condotte. Kaf costa circa ottanta miliardi di dollari, tutto quello che si trova al suo interno viene trasportato in aereo tranne parte del carburante e la carta igienica portati attraverso il Pakistan. Nessuno ne parla chiaramente nel compound, tanto meno ci si spinge sul terreno della politica, i militari hanno indicazioni precise al riguardo, ma a microfoni spenti constatiamo un clima di prudente ottimismo sui rinforzi voluti da Barack Obama.

«È quello che ci voleva, almeno nel Sud», dice un giovane soldato inglese, anche se in molti sostengono che il dialogo con i capi tribù sia imprescindibile per il successo della missione. Altri temono invece un secondo Iraq, un fallimento dovuto al ritiro affrettato: «Così saremo costretti a tornare e iniziare tutto da capo», dice un marine. Si nota un certo risentimento nei confronti di alcuni alleati europei «poco coinvolti»: «Sono caduti troppi dei nostri ragazzi», dice un militare originario del Québec, spiegando che il Canada è il terzo Paese per numero di vittime, ma il primo in rapporto alle truppe impiegate. Gran parte di loro sono passati al Kaf per poi raggiungere le prime linee di Pashmul o Panjwayi. Come loro tanti altri ne partono ogni giorno, a notte inoltrata o di primo mattino, mentre nei cieli di Kandahar i sibili dei razzi e il rombo dei caccia Rafale francesi ci ricordano di essere in guerra.

Fonte: La Stampa.

Herat: il Contingente italiano a sostegno del centro femminile per rifugiati.

Nell’ambito delle attività svolte dal Provincial Reconstruction Team italiano in favore della popolazione afghana che vive nella provincia di Herat, è stata effettuata oggi una significativa donazione di materiali di primaria necessità presso il Centro femminile per rifugiati del distretto di Injil.
All’attività hanno presenziato il Comandante del Regional Command West – Generale Alessandro Veltri – ed il Comandante del PRT, Colonnello Claudio Dei, i quali hanno donato alla Direttrice del centro, la signora Lailome’, coperte, farina e riso, quaderni, zainetti e vario materiale di cancelleria.
Nel corso del suo intervento, il Generale Veltri ha sottolineato che ogni “sforzo da parte di ISAF sarà sempre volto a garantire la sicurezza nei confronti della popolazione, dare impulso all’opera di ricostruzione e sviluppo della regione anche attraverso il costante e mirato soddisfacimento di tutte le esigenze di carattere assistenziale a favore delle persone maggiormente bisognose”.
Alla donazione era presente anche il Capo Dipartimento per gli Affari Sociali della provincia di Herat, il signor Chishti il quale, nel corso del suo intervento, ha ringraziato il Generale Veltri “per questa ennesima, importante donazione. Non è la prima volta che i militari del contingente italiano intervengono per sostenere questo centro in cui le donne che vi sono ospitate vivono in una condizione di estremo disagio”.
Il centro, che ospita circa 120 rifugiati tra donne e bambini, è stato realizzato dal Provincial Reconstruction Team nel 2008, nell’ambito del processo di ricostruzione e sviluppo del Dipartimento per gli Affari Sociali.

Fonte: Ministero della Difesa.