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Israele e la barriera anti-ISIS

Israele vuole costruire (o sta già costruendo…) una barriera fisica al confine orientale con la Giordania per bloccare l’avanzata dei membri dell’ISIS.

Un servizio della Nbc: http://www.nbcnews.com/storyline/isis-terror/how-do-you-keep-isis-out-israel-building-fence-along-n386366?cid=sm_tw&hootPostID=56088fdfdfa01350474ef4f4db790ad9

Israele

Ridefinire una lunga guerra

Un interessante articolo della WPR, dove in pochi punti si cerca di capire come gli Stati Uniti possano ottenere la massima resa defalcando gli sforzi.

I palestinesi, meglio di tutti gli altri, capiscono Gheddafi

Il perché viene illustrato in questo articolo da Robert Fisk.

Così la svolta del Cairo si ritorcerà contro di noi

Uno scenario da brivido. E infatti re Abdullah quasi ci resta. Succede ancor prima delle dimissioni annunciate da Hosni Mubarak ieri sera. Succede giovedì mentre al Cairo s’attendono il discorso del Faraone e le decisioni dei generali. Al telefono con l’ottuagenario sovrano saudita convalescente in Marocco dopo una difficile operazione d’ernia c’è il presidente Barack Obama. Non è una telefonata pacata. Il presidente, confortato dalle analisi errate della Cia, annuncia di voler chiuder il rubinetto degli aiuti all’Egitto per favorire il pronunciamento dei generali e accelerare l’uscita di scena del Faraone. Dall’altro capo del filo un sovrano disperato gli ricorda la necessità di non regalare altri punti a Teheran umiliando un vecchio alleato e gettando nel caos uno dei capisaldi dello schieramento anti iraniano. Infuriato dalla coriacea indifferenza di Obama, re Abdullah si dice pronto a garantire di tasca propria il mantenimento degli aiuti finanziari a Mubarak. Poi appende la cornetta e si accascia sul divano. Per molte ore voci incontrollate lo danno per morto, schiantato da un infarto. Per fortuna è solo un falso allarme, ma rende bene il panico generato dalla inadeguatezza e dalla superficialità con cui l’amministrazione Obama gestisce la più grave crisi mediorientale degli ultimi trent’anni. Una crisi che minaccia di contagiare i regimi alleati dell’Occidente, lasciar assolutamente indenni quelli allineati con Teheran e innescare la reazione di uno Stato ebraico pronto a tutto pur d’impedire alla Repubblica Islamica di conquistare l’egemonia regionale.
Eccesso di pessimismo? Non proprio. La calma piatta con cui la Siria, il miglior alleato di Teheran, risponde agli appelli alla rivolta diffusi via internet dagli oppositori all’estero fa capire come i regimi più severi e repressivi, legati a filo doppio all’Iran, siano quelli minor a rischio. L’opposizione iraniana nonostante l’annunciata discesa in piazza di domani non riuscirà, con tutta probabilità, ad aggirare le capillari misure di prevenzione predisposte dal regime. Una caduta rovinosa di Mubarak rischia invece, come ben sa re Abdullah, di delegittimare l’intero sistema di potere egiziano facendo cadere non solo i militari più vicini al ex presidente e al vice presidente Omar Suleiman, ma l’intera classe di potere cresciuta all’ombra del Faraone e dei generali. Uno scenario quasi inevitabile se si continuerà a lasciar mano libera alla piazza senza garantire un’ordinata transizione e una onorevole pensione all’uomo che per 30 anni è stato il simbolo della stabilità del Paese.
Le trame da brivido non si fermano qui. Trascinare nel caos e nell’ingovernabilità l’Egitto significa inevitabilmente far traballare anche Giordania, Yemen e Arabia Saudita. E regalare inaspettate occasione a tutti i gruppi fondamentalisti, dai Fratelli Musulmani ai terroristi di Al Qaida. In Egitto l’intero Sinai, ovvero la sponda orientale del canale di Suez, è tormentata da una rivolta beduina su cui s’inserisce il contagio di formazioni qaidiste e l’infiltrazione dei gruppi che garantiscono il contrabbando di armi iraniane provenienti dal Sudan e destinate a Hamas. Non assicurare più il controllo di quella vitale penisola significa costringere Israele a rispedire l’esercito a Gaza per assumere il pieno controllo della frontiera egiziana. A sud dell’Arabia Saudita la caduta di uno Yemen già infiltrato da Al Qaida e tormentato dalla rivolta delle tribù sciite filo iraniane finirà inevitabilmente con il rendere più instabile anche Riad.
Per garantirsi una piena e totale egemonia regionale Teheran dovrà a quel punto, soltanto accentuare le pressioni su un’Irak già sfuggito di mano all’amministrazione Obama. Un Irak dove da mesi Moqtada Sadr e le altre formazioni sciite alleate di Teheran condizionano l’esecutivo del premier Nuri Maliki. Una volta assunto il pieno controllo dell’asse che dall’Irak attraversa la Siria e il Libano di Hezbollah per arrivare al confine settentrionale d’Israele, Teheran dovrà inevitabilmente affrontare la resa dei conti con lo Stato ebraico. E per il Medio Oriente sarà la vera apocalisse.

Fonte: Gian Micalessin per “Il Giornale”.

La situazione critica dei palestinesi nei campi profughi del Libano settentrionale

Un interessante servizio della BBC .

Dove diamine si nasconde Osama Bin Laden?

L’interessante documentario di Morgan Spurlock parte da uno dei pensieri principali di chi sta per diventare genitore: come posso proteggere mio figlio?
I pericoli nascosti in casa, quelli del quartiere, le catastrofi ambientali e, last but not least, il terrorismo che rende ormai insicuro ogni angolo del Pianeta.
E come ogni newyorkese post 11 settembre 2001 quando si accenna ad un attentato il pensiero va immediatamente ad Osama Bin Laden e ad Al-quaeda.

Abbiamo l’esercito più potente, le spie meglio addestrate e le tecnologie più avanzate del Mondo.
Ma non riusciamo a trovare un uomo che si nasconde in Afghanilakuchapakiwaziristan?
[…]
Se ho imparato qualcosa dai film di azione ad alto budget, è che le complicate crisi globali possono essere risolte soltanto da un eroe solitario.
Pazzo abbastanza da credere di riuscire a sistemare tutto prima dei titoli di coda.
E scoprirò una volta per tutte… dove diamine si nasconde Osama Bin Laden?

Con questa premessa mi aspettavo novanta minuti di biascicamento sull’importanza della guerra che gli Stati Uniti hanno intrapreso contro il Nemico numero 1. Ben mescolato con una sapiente ridicolizzazione dello stesso, un po’ alla Achmed, the dead terrorist.
Ed invece mi sono trovata davanti agli occhi un regista che ha intrapreso il suo viaggio liberandosi di ogni sovrastruttura, pronto ad ascoltare chiunque volesse parlare con lui: ceto sociale, idee politiche, schieramento…poco importa.
Il fulcro dell’inchiesta è il confronto vero.
E tirando le somme, capire che, in fondo, tutti vorremmo ottenere le stesse cose. Soprattutto per le nuove generazioni.

Interessante, soprattutto per i non appassionati di Storia, il riassunto dei rapporti fra i presidenti Usa ed i vari “colleghi”: da Trujillo a Mubarak, passando per lo Shah di Persia ed arrivando a Saddam Hussein.

Il viaggio inizia a New York, ancor prima di partire.
Vaccinazioni e visite mediche.
Un corso avanzato di protezione personale: arti marziali, messa in sicurezza in caso di conflitto a fuoco e, soprattutto, come comportarsi in caso di posti di blocco e rapimenti.
Decisamente importanti poi un’infarinatura di lingua araba e di sociologia spicciola che sono basilari per l’intento del regista: parlare il più possibile con le popolazioni locali.

Il viaggio inizia in Egitto.
Si articola poi in Marocco, Israele, Giordania ed Arabia Saudita.
Le tappe finali saranno l’Afghanistan ed il Pakistan, culla e (come quasi tutti confidano) ultimo nascondiglio di Osama Bin Laden.
Ed in ognuno di questi Paesi Spurlock decide di raccogliere le opinioni ambedue i piatti della bilancia.
Chi crede che Al-qaeda debba continuare il suo lavoro per sradicare gli invasori dalla propria terra, anche a costo di uccidere tanti innocenti.
Chi, dall’altra parte, vorrebbe solo che tutto questo finisse: non tanto per gli adulti, che ormai vedono la loro vita irrimediabilmente segnata, ma per dare nuova speranza ai bambini ed ai ragazzi. Che rischiano, vista la povertà di quelle zone, di essere facilmente abbindolati e trascinati nelle fila dei terroristi in cambio di denaro per la famiglia e di un edulcorato Paradiso per loro.
La domanda che pone alla tutti i suoi interlocutori è semplice: se Osama Bin Laden venisse catturato ed ucciso, le cose cambierebbero?
La risposta è sempre: no.
Perché quel che ha fatto la strategia americana non è stata una guerra al Terrore, ma un’esportazione ed una frammentazione tali che ormai lo fanno somigliare ad una sorta di franchising: più si spendono soldi per combatterli, più i terroristi trovano nuovi canali per espandersi e trovare uomini da arruolare.
Al-qaeda è diventata così un’idea sovranazionale.
E continua ad usare la Religione come una maschera per nascondere la crudeltà e l’orrore della violenza: dove i moderati sarebbero anche la maggioranza, ma non hanno voci abbastanza forti per farsi sentire.
Il seme del rancore non può sparire da un momento all’altro: è necessaria una nuova politica per sradicarlo.
Ciò che serve è una strategia culturale: senza comprensione dell’altro, senza reciproco rispetto e tolleranza non può fiorire la Pace.

Il Paese che colpisce più di tutti il regista è sicuramente l’Afghanistan.
Dal primo sguardo si capisce come sia una terra che da più di trent’anni non conosce altro che la guerra.
La povertà è visibile ad occhio nudo, e poi manca tutto: ospedali, scuole, cibo, pozzi per l’acqua potabile.
Ma, soprattutto, si tocca l’assenza di speranza verso il futuro: i bambini non hanno cure, ne’ istruzione e, se nulla cambierà, saranno prede arrendevoli per i terroristi.
E la rabbia è tanta, troppa.
Perché gli aiuti internazionali arrivano. Ma le organizzazioni si limitano a guardare quanti soldi in più vengono inviati ogni mese. Non vanno a controllare i risultati finali: se quelle cifre siano poi effettivamente ripartite tra la popolazione ed usate per le infrastrutture basilari. Ed ecco che tutto si perde durante il percorso.
Viene filmata una scuola di Tora Bora: avevano promesso di costruirne una nuova, ed invece è tutto fermo dall’ultimo bombardamento. I muri pochi sono mattoni che lottano per restare uniti, il tetto non esiste così come l’illuminazione affidata semplicemente al sole. Come si può pensare a costruire un futuro in queste condizioni?

La mia piccola recensione si ferma qui: lascio a voi il gusto di scoprire la fine di questo bel documentario, così come i tanti volti che hanno accompagnato Spurlock nel suo lavoro, che riassume così:

Quello che ho capito in tutto questo viaggio è l’occasione di andare la fuori, a vedere e parlare con quelle persone delle quali, ci dicono, dovremmo avere paura.
Non sono uno che pensa che possiamo sederci intorno ad un falò a cantare Kumbaya, ok?
E’ una cosa ridicola.
Però credo che questi demoni ce li siamo creati dentro di noi.
Li abbiamo creati attraverso i media, e abbiamo creato queste visioni che sono così lontane dalla realtà.
E dopo un po’ iniziano ad alimentarsi da sole.
E la nostra paura cresce in modo esponenziale.
Si dice che chi va in cerca di guai, prima o poi li trova.
Io non sto cercando guai: cerco solo delle risposte.
E credo di averne trovate parecchie in questo viaggio…

Gaza: attacco alla modernità

Chiede ai pacifisti stranieri che promettono la ripresa dei loro viaggi sulle navi di portare, assieme agli aiuti per i palestinesi, anche un mixer per il suo gruppo musicale. Ma lo fa in contrasto con quello stesso regime nella striscia di Gaza che i pacifisti più o meno indirettamente aiutano contro l’embargo imposto da Israele. «Il nostro vecchio mixer è stato sequestrato dalla polizia di Hamas», spiega, con il timore che anche quello nuovo subisca la stessa sorte del primo. «Siamo vittime di una teocrazia repressiva che in nome della sua lettura distorta dell’Islam vieta la musica libera. Il loro Allah in verde non ci piace per nulla». E’ l’ironico paradosso vissuto dal ventenne Basher Bseiso, cantante molto popolare del “Gruppo della pace” (Fariq Salam) tra i giovani di Gaza amanti del “rap”. Ben riassunto dall’appello che lancia dalla sua casa Jamal Abu Al Qumsan, 43enne direttore della più nota galleria d’arte nella “striscia della disperazione”: «Grazie ai democratici di tutto il mondo che lottano contro l’embargo israeliano su Gaza. Però, per favore, potete in parallelo denunciare anche la repressione di Hamas contro le libertà intellettuali?».
Le loro sono solo due storie tra le infinite che si possono trovare nella regione. La più scottante ultimamente è quella degli attacchi contro le organizzazioni giovanili. E’ avvenuto il 23 maggio e il 28 giugno, quando una ventina di militanti armati e mascherati di Hamas hanno dato fuoco al campo estivo organizzato per gli studenti sul lungomare dalle Nazioni Unite. E alla fine di maggio, proprio il giorno del blitz dei commando israeliani contro la flottiglia pacifista che ha causato 9 morti, la polizia di Hamas qui ha chiuso ben cinque organizzazioni non governative locali. La più nota, Sharek (17 filiali nei territori palestinesi, di cui 5 nella striscia di Gaza), a sua volta si è vista bruciare due campi estivi studenteschi sulla spiaggia. Accusa uno dei dirigenti, Mohammad Aruki: «Vogliono obbligarci a chiudere i campeggi misti. Ci dicono che ragazzi e ragazze vanno separati. Così mirano a sradicare la cultura laica, cercano il monopolio sull’educazione». E’ l’ennesimo capitolo della guerra culturale in atto da tempo. Le ali più oltranziste del fronte religioso vogliono fermare la spiaggia alle ragazze, vietano la privacy alle coppiette non sposate, vedono la musica e le mode occidentali come un pericolo per la “moralità” pubblica. A chiedere spiegazioni agli esponenti di Hamas la risposta è in genere la stessa: «I ministeri, le nostre autorità civili, non c’entrano. Occorre rivolgersi alla polizia». Ma dagli agenti impera il no comment. Il più esplicito è stato Ahmed Yussef, vice ministro degli Esteri e presidente del Comitato contro l’embargo: «Israele ha il monopolio della forza. Hamas è molto più debole e cerca unicamente di imporre una sola sovranità nella striscia».
Il problema maggiore è che i testimoni, le stesse vittime, hanno paura a parlarne. Hamas è ormai un regime padre-padrone della sua gente. Punizione non vuole solo dire prigione, o persino tortura, ma piuttosto ostracismo, perdita del posto di lavoro, denigrazione, isolamento sociale. Bseiso parla con rabbia del pestaggio subito lo scorso 28 aprile. «Mi stavo spostando in moto, quando sono stato affiancato da un gruppo di miliziani delle Ezzedin Al Qassam, che mi hanno buttato a terra e picchiato con bastoni. Pochi giorni prima avevano fatto irruzione nel nostro studio e sequestrato video, telecamere, cassette. Ora, con mezzi di fortuna sto preparando una canzone di accusa contro la repressione di Hamas», dice. Il suo compagno nel gruppo, Ibrahim Ghonem, ricorda che sino al 2005, quando a Gaza e in Cisgiordania governava la stessa autorità dell’Olp costituita da Yasser Arafat nel 1994, la situazione era molto migliore: «In quel periodo nacquero almeno cinque gruppi rap a Gaza. Nessuno interferiva. Ora ci dicono che siamo agenti del Satana americano, corruttori di giovani. E il risultato è che chiunque può se ne va, emigra. Addirittura so di alcuni amici di altri gruppi rap che hanno approfittato di inviti a concerti all’estero per imboscarsi e non tornare più». A Jamal Abu Al Qumsan è andata peggio. Sino a qualche giorno fa non poteva sedere o sdraiarsi sulla schiena per le frustate subite a intermittenza tra il 5 e 12 maggio. Una punizione curiosa e molto diffusa la sua. Vieni convocato alla polizia nei centri carcerari. Non c’è molta scelta. La famigerata Saraya, nel cuore di Gaza city, è stata rasa al suolo dai bombardamenti israeliani della “Piombo Fuso” nel gennaio 2009. Restano però i Mashtal, i cinque carceri provinciali, e Ansar, dove si trovano i capi dei servizi di sicurezza. Qui inizia l’interrogatorio. «Dalle sette di mattina a sera tarda, talvolta oltre mezzanotte. La punizione più comune è tenerti conto un muro tutto il pomeriggio in pieno sole e obbligarti a esercizi assurdi. Per esempio viene ordinato di fare il ciclista, per ore e ore costretto a fingere di pedalare. Poi ti rimandano a casa. Così non figuri nell’elenco dei prigionieri, non devono neppure sfamarti. Solo ogni tanto un bicchier d’acqua. E la mattina devi essere puntuale di fronte al portone», racconta Jamal. A lui comunque è andata male. «Mi hanno accusato di corrompere le ragazze, di lasciar loro fumare il narghilè nei locali della mia galleria, addirittura di abusi sessuali. Così hanno usato cinghie e bastoni».
Ma poteva andar peggio. Fosse finito nella ex villa sul lungomare del presidente dell’Autorità palestinese a Ramallah, Abu Mazen, sarebbe restato in isolamento per mesi. Qui raccontano che le cantine sono adibite a stanze per la tortura dei “nemici dell’Islam”. Sono tecniche raffinate. Ci sono spie mischiate ai prigionieri. Meccanismi imparati direttamente dai carceri israeliani. Non esiste militante palestinese sopra i trent’anni che non li abbia sperimentati sulla sua pelle. La pressione psicologica è spesso molto più efficace di quella fisica. Fin qui tutto normale. Nei carceri del Fatah in Cisgiordania, dove la caccia ai militanti di Hamas resta aperta, le tecniche persecutorie sono molto simili. «La novità di Gaza sta nella crescente influenza dei sistemi utilizzati dai Basiji iraniani. Le teste di cuoio tra i gruppi scelti delle Ezzedin Al Qassam sono stati direttamente istruiti da loro. Il fine è quello di imporre una sorta di totale e totalizzante conformismo politico e culturale. Chiunque non si omogeneizza deve sapere che è a rischio. E pochi sono gli eroi. Spesso bastano alcune velate minacce per ottenere l’effetto voluto», sottolinea un noto commentatore locale, che parla sotto la promessa del più assoluto anonimato. Asma Al Ghuol, giornalista impegnata nella difesa delle libertà intellettuali, si è vista di recente sequestrare il computer e minacciare personalmente di essere “amorale” per la sua denuncia pubblica contro la censura a musicisti e scrittori. Una sua collega che collabora con la tv Al Arabya è stata arrestata pochi giorni fa perché scoperta dagli agenti viaggiare in auto in compagnia di un ragazzo che non era membro della sua famiglia.
Abu Omar (è un nome finto), anziano militante del Fronte per la Liberazione della Palestina, esprime la sua dissidenza in privato: produce vino di nascosto nel campo profughi di Jabalia e ne vende 100 litri l’anno. «E’ la mia sfida contro il divieto dell’alcool imposto dagli islamici, contro le ingerenze nel nostro privato, come se fossimo sotto i talebani», dice mostrando la foto di Hassan Mohammad Hajazi, suo amico e attivista assassinato da Hamas nel gennaio 2009 approfittando del caos generato dall’attacco israeliano. «Il dramma è che se mostro questa foto per la strada vengo arrestato». Sono gli effetti perversi dell’embargo israeliano. Uno scenario che ricorda da vicino quello imposto contro l’Iraq di Saddam Hussein negli anni Novanta sino alla guerra del 2003. Il blocco economico, l’isolamento, la messa all’indice generano enormi difficoltà sul piano internazionale per il regime colpito, ma lo rafforzano internamente e gli forniscono indirettamente la legittimazione agli abusi anche più gravi nei confronti delle proprie popolazioni. Sostiene Atef Abu Saief, brillante docente di scienze politiche alla locale università Al Azhar: «Hamas controlla Gaza molto meglio che un paio d’anni fa. Anche se la sua popolarità è in diminuzione. Ma questo non lo potremo verificare. Le libere elezioni, così come nel 2006, sono ormai impossibili. Al meglio, nel caso si torni alle urne, vedremo un accordo sottobanco per la spartizione dei voti con Fatah. La teocrazia di Hamas segna la fine del sogno democratico». Commenta un noto giornalista assunto dalle agenzie stampa straniere che assolutamente chiede di restare anonimo: «La differenza con l’Iraq è che nei territori palestinesi occupati da Israele nel 1967 le elezioni parlamentari del gennaio 2006 sono state stravinte in modo pulito da Hamas contro Fatah. Tra le sinistre occidentali fanno bene a puntare il dito contro i loro governi che rifiutano quel voto. Non è possibile accettare in democrazia solo i risultati che ci piacciono e rifiutare quelli sgraditi. Però adesso non ci si accorge che la popolarità di Hamas a Gaza è in caduta libera. E’ una situazione curiosa e riflette l’antica propensione palestinese a schierarsi sempre contro chi vince. Se oggi si andasse alle urne, in Cisgiordania potrebbe ottenere la maggioranza Hamas, ma a Gaza il Fatah». «Hamas come Hitler, o meglio, come gli islamici in Algeria», rincara Saief. «Ecco perché Yasser Arafat, sino alla sua morte nel novembre 2004, si rifiutò sempre di tenere elezioni con Hamas. Sapeva che un voto libero con gli islamici al governo non avrebbe mai più potuto aver luogo per il fatto molto evidente che la dottrina dei Fratelli Musulmani non dà alcun valore alla democrazia». A suo dire qui sta la debolezza di Abu Mazen: aver permesso ad Hamas di presentarsi al voto del 2006. «Si illudeva di battere il suo avversario nell’Olp locale, Mahmoud Dahlan, che in veste di capo della polizia di Arafat a Gaza e a causa dei suoi stretti legami con la Cia era fortemente impopolare. Ma non ha capito che apriva le porte a Hamas. Ora si dovrebbe tornare alle urne. Ma non avverrà più in modo pulito».
Saief ripete la teoria che va per la maggiore da Gaza al Cairo: Hamas non ha alcun interesse a mettere a rischio lo status quo, non cerca un vero accordo con Abu Mazen, non vuole il voto e neppure contatti con Israele. «Hamas è legata ai Fratelli Musulmani e l’Iran. Controlla una base territoriale, ha un progetto più pan-islamico e molto meno nazionalista. Non cerca il compromesso, vede Gaza come il rilancio della guerra santa globale. Ecco perché a farne le spese sono ora gli intellettuali e qualsiasi entità indipendente nelle zone sotto il suo controllo», aggiunge. Non è da nascondere che i perseguitati sono in genere militanti dell’Olp, o comunque legati al vecchio fronte laico della sinistra palestinese. «Atef non è credibile. E’ un intellettuale organico del Fatah, nostro nemico ideologico per eccellenza», replica per esempio Taher Al Nunu, portavoce di Hamas. E infatti Atef nel giugno 2009 si è fatto oltre una settimana di “carcere giornaliero”. Ricorda: «Non c’era violenza vera. Solo fastidio, tanta sete al sole, grande perdita di tempo e interrogatori spossanti». Ora è preoccupato. Ai primi di giugno è stato riconvocato alla polizia per 24 ore. Teme censurino il suo libro di short stories appena pubblicato in arabo: «Natura morta. Storie dal tempo di Gaza». La censura è strisciante, minacciosa, immanente. Ne parla Mohammad Aruki mostrando la zona del suo campo di tende devastato dal fuoco. Tra i capi di accusa nei loro confronti c’è anche un sondaggio condotto tra i giovani di Gaza in cui si conclude che almeno il 41% spera di emigrare all’estero. E il motivo portante di tanta disaffezione è la crescita delle accuse contro la corruzione e il nepotismo dei dirigenti islamici. I toni sono simili a quelli che imperavano contro i capi di Fatah prima del voto del 2006. Lo stesso leader di Hamas, il cinquantenne Ismail Haniyeh, si vede messo in dubbio tra l’altro per aver sposato come seconda moglie la vedova 22enne di una delle guardie del corpo di Said Siam, noto militante ucciso dalle bombe israeliane nel 2009. Sottolinea Aruki: «Per Hamas il nostro sondaggio è una grande debacle. Dimostra che i giovani non vogliono più lottare. L’embargo israeliano è terribile, ci impedisce ogni movimento, siamo in una grande prigione a cielo aperto. Però è morto lo spirito delle due intifade. Si vuole fuggire nel privato, stare bene individualmente. Una volta c’erano studenti che rifiutavano le rare borse di studio all’estero pur di restare a combattere collettivamente l’occupazione sionista. Oggi tutti vorrebbero emigrare e a bloccarci non è solo Israele. L’Egitto fa passare con il contagocce la gente da Rafah. E Hamas concede il permesso di emigrazione unicamente ai suoi militanti. Gli altri sono solo sudditi da convertire alla sua lettura dell’Islam».

Fonte: Corriere della Sera.