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L’istruzione femminile: uno sguardo

A che punto è il progresso per l’educazione di bambine, ragazze e giovani donne nei Paesi in via di sviluppo?

Un ottimo articolo di Rebecca Winthrop.

 

Istruzione

Pakistan: meno povertà, più sviluppo e istruzione nelle aree rurali

Il successo delle strategie mirate alla diminuzione della povertà, allo sviluppo economico e all’incremento dell’istruzione nelle aree rurali del Gilgit-Baltisan, in Pakistan, potrebbe fungere da volano per la pianificazione dello sviluppo nel resto del Paese.
Con la fine del sistema feudale agli inizi degli anni ’70 e la costituzione del Consiglio delle aree settentrionali (Northern Areas), la popolazione del Gilgit-Baltistan ottenne per la prima volta il diritto di eleggere i propri leader politici. Finalmente fu loro concessa l’opportunità di partecipare attivamente allo sviluppo.
Diverse organizzazioni non governative presero a offrire sostegno alla popolazione tramite interventi per la riduzione della povertà e l’incremento dell’istruzione. Agli inizi degli anni ’80, grazie alle donazioni di diverse istituzioni finanziarie internazionali e del governo, emerse un nuovo sistema socio-politico, composto da ONG, enti governativi e gli stessi villaggi, mirato alla pianificazione dello sviluppo nella regione.
La prima sfida consisteva nel motivare e organizzare gli abitanti dei villaggi. Scopo raggiungibile solo tramite organizzazioni base che potevano garantire la loro partecipazione in modo democratico, trasparente e responsabile, per identificarne i problemi e fornire soluzioni con la collaborazione del governo e delle ONG.
Gli stessi abitanti dei villaggi hanno contribuito alla metà dei costi necessari per il progetto di sviluppo. L’idea era quella di garantire la loro partecipazione e infondere un senso di proprietà rispetto al progetto, visto che poi avrebbero dovuto proseguirlo in maniera autonoma.
Vennero ampliati i tradizionali canali di irrigazione, sostituendo gli argini pericolosamente instabili con calcestruzzo e canali in cemento relativamente sostenibili. Con la fornitura di acqua ai villaggi, le tradizionali coltivazioni e piantagioni di frutta a basso rendimento furono sostituite da colture più resistenti e con una produttività relativamente alta, come le ciliegie delle Alpi francesi, le mele delle alture meridionali di Beirut, le patate delle Ande sudamericane e il frumento canadese.
Tra gli animali domestici, vennero poi introdotte e diffuse nell’intera regione le pecore del Kashmir e del Shimshal, nonché le capre del Chilas, note per la loro carne e l’elevata produzione di latte. Un’iniziativa interessante è stato l’incrocio tra il bovino domestico e gli yak di Hisper, Shimshal e delle vallate superiori di Baltistan, per ottenere un animale ibrido, adatto ai pascoli ad altitudini elevate e a basse temperature come gli yak, ma facilmente addomesticabile come un comune bovino. È seguito un lungo processo di ibridazione diviso in cinque fasi per la selezione delle caratteristiche migliori di entrambe le specie.
Nella prima fase un maschio di yak viene incrociato con un bovino domestico per ottenere uno zo (se maschio) o zomo (se femmina). Per ricavare la seconda generazione, lo zomo viene accoppiato con un maschio di yak, da questa unione nasce un tol (se maschio) o tolmo (se femmina). Nella terza fase, il tolmo viene di nuovo incrociato con un maschio di yak per ottenere un gar (se maschio) o garmo (se femmina). Infine, l’incrocio tra un garmo e il maschio produce un hulk (se maschio) o hulkmo (se femmina), che è considerato l’ibridazione migliore tra lo yak e il bovino domestico per la produzione di latte e carne.
Il latte dell’hulkmo è grasso e di colore giallastro, mentre la carne è una via di mezzo tra quella di yak e di vacca. L’hulkmo può pascolare ad altitudini elevate e vive in ambienti freddi. Essendo relativamente meno selvatico delle generazioni precedenti, risulta adatto per l’allevamento.
Poiché lo yak è una specie endemica dei pascoli montani di Hisper e Shimshal nel distretto di Hunza Nagar e nei terreni rocciosi della regione di Baltisan, c’è voluto del tempo prima che i contadini della regione li sostituissero con gli hulkmo, dopo che alcuni di loro ne avevano sperimentato l’introduzione.
Adesso i villaggi di Shinaki e Minapin producono il latte giallastro degli hulkmo, che la gente del posto chiama bepeye zaat (una razza di yak nelle lingue brushasky e shina).
Sono stati introdotti anche dei programmi per fornire un valore aggiunto all’imballaggio della frutta. In passato, le albicocche venivano sparse sui tetti o su grandi rocce per l’essicazione, ma il vento e la pioggia le annerivano. Adesso vengono essiccate con diossido di zolfo e coperte con plastica, per proteggerle da insetti e polvere, mantenendone il colore originale.
Le piantagioni di mele e ciliegie sono estese su centinaia di ettari. Dopo essere essiccate e impacchettate igienicamente, le albicocche e le ciliegie del Gilgit-Baltistan oggi sono destinate ai mercati nazionali e internazionali. Recentemente in un super-mercato di Berlino ho acquistato con orgoglio un pacchetto da 100g di albicocche essiccate del marchio “Hunza-Apricot” al prezzo di 2,50 euro. È indescrivibile la felicità che ho provato nel vedere un prodotto del mio villaggio competere nel mercato globale, addirittura in Germania.

Fonte: La Stampa.

Il PRT Italiano realizza quattro progetti in favore delle istituzioni di Herat

Il Provincial Reconstruction Team di Herat – l’unità costituita dal 1° reggimento artiglieria da montagna – ha realizzato quattro importanti progetti a impatto immediato in favore delle istituzioni locali della provincia, per un totale di circa 30.000 Euro.
Primo dei beneficiari è stato il carcere minorile di Herat, al quale i militari italiani hanno fornito condizionatori e ventilatori, oltre a una partita di medicinali. La struttura è stata poi arricchita di una fossa settica e di un nuovo locale per il corpo di guardia.
Il comando della polizia di Herat ha visto potenziare le proprie capacità investigative attraverso l’acquisizione di computer, stampanti, scanner e fotocopiatrici. Insieme al materiale informatico, il PRT ha consegnato 5.000 litri di carburante per i mezzi delle forze dell’ordine.
Sono stati inoltre acquistati materiali d’arredo per la sede Consiglio Provinciale di Herat, l’organo eletto dal popolo a rappresentanza di tutti i distretti della provincia, la cui struttura era stata costruita dal PRT nel 2006.
Il plotone del 1° da montagna distaccato presso la Task Force Centre di Shindand per condurre attività di cooperazione civile-militare ha infine consegnato una’importante partita di medicinali all’ospedale distrettuale di Adraskan.
“Le iniziative rientrano nel novero dei progetti a impatto immediato, che si aggiungono alle realizzazioni a medio e lungo termine intraprese dal PRT di Herat – con un budget di oltre 5 milioni di Euro messo a disposizione dal Ministero della Difesa – secondo le priorità indicate dal Provincial Development Commitee, l’organo governativo provinciale in cui vengono invece definite le priorità dei progetti e di cui il PRT è parte integrante a titolo consultivo”, così ha dichiarato il colonnello Emmanuele Aresu, comandante dell’unità di stanza a Herat nel corso di una delle cerimonie formali di consegna.

Fonte: Ministero della Difesa.

Ad Herat una scuola dedicata a Maria Grazia

«Da quando sono in Afghanistan mi sembra di sentire più forte la presenza di Maria Grazia. È la prima volta dalla morte di mia sorella che un Cutuli viene qui».
Mario Cutuli, il «fratello piccolo» della giornalista del Corriere uccisa il 19 novembre del 2001, parla in un microfono che rimanda la sua voce in un’eco. Prima di lui l’hanno sperimentato il mullah e capo villaggio, le autorità del distretto e della provincia, i militari italiani, il rappresentante della Farnesina e anche un coro di bimbe hazara in foularino bianco. Ognuno a suo modo ha ringraziato gli altri per la costruzione della nuova scuola dedicata a Maria Grazia Cutuli.
Il sole è implacabile e l’ospitalità afghana fa il possibile: ai notabili col turbante arrivano cetrioli e pesche, agli stranieri si offrono bibite in lattina, da un pentolone i bambini a turno bevono limonata con un’unica tazza gialla. Mario Cutuli è commosso. Ha lavorato tanto per queste future otto classi, progettate con i criteri della bioedilizia e del risparmio energetico, immerse in un orto-giardino che servirà anche per le lezioni di un agronomo. «Otto architetti hanno contribuito gratuitamente per onorare ciò che Maria Grazia amava di più di questo Paese: il paesaggio e i bambini». È il giorno della posa della prima pietra. Ci sono stati mesi di trattative, la ricerca del villaggio, degli ok dalla politica e dalla burocrazia afghana. È una festa, ma tutt’attorno ci sono alpini, marò del San Marco, carabinieri in giubbetto anti proiettile ed elmetto, un cordone di sicurezza fatto da blindati anti mina e Land Cruiser corazzate e senza targa. La storia della scuola che verrà può già raccontare tanto dell’Afghanistan. Anche perché questa sarà la seconda scuola dedicata a Maria Grazia. La prima è a Maimanà, in un’area lontana da ogni base militare dove, nel 2004, potevano vivere senza protezione i cooperanti di Intersos che la fecero con fondi Rcs. Il villaggio di Kush Rod, invece, è a 15 chilometri da Herat dove hanno la loro caserma principale 4600 soldati internazionali di cui 3.600 italiani. Il villaggio è stato scelto, tra le altre cose, anche per le garanzie di sicurezza per chi dovrà seguire i lavori, portare 50 computer e garantire il rispetto degli accordi. Perché qui, dice orgoglioso Said Ahmad, il capo villaggio, «siamo tutti mujaheddin, nemici dei talebani. Quando il mullah Omar conquistò Herat, su 3.000 abitanti, 2.500 scapparono in Iran con il comandante Ismail Khan».
Il distretto di Injil dove si trova il paesino è uno di più amichevoli nei confronti della Coalizione anche grazie ai buoni uffici dello stesso Ismail Khan che oggi è ministro dell’Energia. I pashtun, l’etnia che ha sorretto il movimento talebano, qui è solo il 10-20 per cento. Con le fornaci per i mattoni e i canali d’irrigazione per l’agricoltura è tra i distretti più ricchi della provincia che è la più ricca del Paese. Sempre secondo gli standard afghani, naturalmente. L’unica scuola del villaggio è un tugurio di terra battuta, caldo d’estate e freddo d’inverno, troppo piccolo per i 600 studenti. La maggioranza sono femmine visto che i maschi, spiega Jamal Sha, capo della shura, il consiglio degli anziani, «possono anche camminare un po’ di più per arrivare in altre scuole». Attenzione a rallegrarsi, è sempre Afghanistan. «Da noi i bambini non lavorano» si vanta, infatti, Haji Sufi Gulasha, proprietario di due fornaci. «Cominciamo ad assumerli solo dai 10 anni». «Tentiamo di portare il buon governo, non siamo un semplice imbuto attraverso il quale passano i soldi per scuole, ospedali, strade». Chi parla è il colonnello Emanuele Aresu, comandante del Prt di Herat (la squadra di ricostruzione provinciale della Coalizione). È grazie al suo lavoro se, dall’Italia, la Fondazione Cutuli ha potuto preparare l’iniziativa che così, al di là o meno delle intenzioni, rientra nella strategia del generale americano McChrystal: premiare le aree favorevoli al governo di Kabul, invogliare quelle ostili a cambiare alleanza attraverso il pugno di ferro e aiuti concreti.
Un esempio viene dalla provincia di Farah, dove a comandare il distaccamento italiano è il colonnello Franco Federici. «L’anno scorso il villaggio di Shewan sulla strada 517 — racconta — era infestato di “insorgenti”». Truppe speciali Usa e afghane li hanno sconfitti in autunno. «Ora sulla strada ci sono i check point della polizia afghana e noi italiani abbiamo concordato con gli anziani la costruzione di una scuola di quattro classi». Solo maschile, certo, perché dopo 9 anni di presenza internazionale, l’obbiettivo non è più quello di cambiare la mentalità, ma solo di convincere la gente che è più conveniente stare con Karzai e l’Occidente piuttosto che con il mullah Omar. La prima scuola «Maria Grazia Cutuli», quella a Maimanà, oggi non ha più assistenza internazionale diretta. La provincia è diventata troppo pericolosa per degli stranieri disarmati. La seconda sorgerà alle porte di Herat dove il Prt italiano è uno dei rari esempi di successo. «È solo una goccia, ma mi auguro che possa contribuire a riportare pace e sviluppo in questo Paese che mia sorella amava tanto» ha detto Mario Cutuli mescolando di nuovo il proprio dramma familiare con quello di una nazione intera. «Inshallah», a Dio piacendo, hanno replicato i notabili applaudendo.

Fonte: Il Corriere della Sera.

I talebani lanciano gas su una scuola femminile di Kunduz

Una cinquantina di bambine sono rimaste intossicate da un gas sprigionato nella loro scuola di Kunduz, nel nord dell’Afghanistan. Lo ha riferito un capo di polizia provinciale indicando come responsabili dell’attentato i talebani, che si oppongono fra l’altro all’istruzione femminile. Il funzionario di polizia, Abdul Razzaq Yaqubi, ha precisato che a sentirsi male, in alcuni casi fino a svenire, sono state 48 ragazzine e alcuni professori.
Fonti ufficiali dell’ospedale di Kunduz hanno riferito che molto scolare hanno accusato dolori, vertigini e vomito.
Quando erano saliti al potere in Afghanistan, tra il 1996 e il 2001, i talebani avevano abolito ogni forma di istruzione femminile, e la questione rimane controversa in gran parte dell’Afghanistan.
Attentati simili a questo erano stati compiuti negli anni scorsi in altre parti del Paese, pure dove la presenza talebana risulta più debole. Soltanto la settimana scorsa, ha ricordato Yaqubi, il capo della polizia provinciale, 20 bambine si erano ammalate per un sospetto avvelenamento in un’altra scuola di Kunduz.
Nel sud e nell’est dell’Afghanistan, dove i talebani controllano città e villaggi, le scuole femminili restano chiuse, gli insegnanti vengono minacciati e qualche bambina è stata addirittura sfigurata con l’acido.
“Ero in classe quando ho sentito l’odore come di un fiore”, ha raccontato Sumaila, 12 anni, una delle piccole ricoverate. “Ho visto le compagne e il professore svenire – ha riferito ancora la bambina – e quando o riaperto gli occhi ero in ospedale”. Nonostante l’intossicazione, Sumaila spera che il padre le consenta di tornare a scuola: “Sono molto impaurita – ha detto la bambina – I miei genitori sono preoccupati. Mio padre mi ha detto che ho imparato molto. Non so se mi consentiranno ancora di andare a scuola dopo quello che è accaduto”.

Fonte: TGCom.

Afghanistan: una nuova scuola inaugurata dal PRT italiano

Nell’ambito del progetto di sviluppo del settore scolastico portato avanti in collaborazione con il Dipartimento dell’educazione della provincia di Herat, il Provincial Reconstruction Team italiano inaugura una nuova scuola a Seyawashan, un villaggio del distretto di Gozara, noto per i ripetuti attacchi perpetrati tempo addietro dagli insorti contro le forze di ISAF e che oggi, grazie alla costante presenza delle ANSF (Afghan National Security Forces) e di ISAF, gode di un sempre più stabile livello di sicurezza a tutto beneficio della popolazione.
La scuola, una struttura di 800 metri quadrati del valore di circa 90 mila euro realizzata grazie ai fondi messi a disposizione dal Ministero della Difesa, consta di dieci classi ed è dotata di tutti i servizi generali compreso un campo sportivo polivalente.
Alla cerimonia di inaugurazione, presente un gran numero di giovanissimi studenti, hanno preso parte il Comandante del Provincial Reconstruction Team, Colonnello Claudio Dei, il Governatore del distretto di Gozara, Ziayudeen Sharify, il rappresentante del governatore di Herat, Shaoobi Masoomi, il capo dipartimento dell’educazione di Herat, Azrat Ghulam Tanha, il vice Comandante provinciale dell’Afghan National Police, Colonnello Delewar Delewarsaha, numerose altre autorità ed elders locali.
Il Governatore di Gozara, Ziayudeen SHARIFY, ha ringraziato il Comandante del Provincial Reconstruction Team, Colonnello Claudio Dei, “per lo sforzo e l’impegno profuso dal contingente italiano a favore dello sviluppo e della ricostruzione del distretto di Gozara, in particolare nel settore dell’educazione, di fondamentale importanza per l’istruzione dei giovani studenti del distretto”.
In questi ultimi mesi, nel villaggio di Seyawashan – 15 chilometri a sud-est di Herat – è stato sviluppato un programma infrastrutturale riguardante, oltre alla costruzione della suddetta scuola, la ristrutturazione di un secondo edificio scolastico, la realizzazione di un importante tratto di strada (2 chilometri asfaltati e 14 chilometri in macadam), di un pozzo per l’approvvigionamento di acqua potabile e l’irrigazione dei terreni destinati alla coltivazione nonché il ripristino di alcuni fondamentali sottoservizi stradali per lo smaltimento delle acque.
“Tutte queste opere – ha confermato il Comandante del Regional Command West, Generale di Brigata Alessandro Veltri – continuano ad essere sviluppate per il soddisfacimento dei bisogni primari della popolazione e a consolidamento del rapporto di fiducia che la stessa oramai nutre nei confronti delle forze di ISAF e delle Afghan National Security Forces”.

Fonte: Ministero della Difesa.

La Cattolica ad Herat per l’istruzione femminile

L’infanzia a Kabul non esiste.
Il 60% dei bambini afghani, secondo dati Onu, lavora per strada con i genitori e non accede ad alcun tipo di istruzione.
La mancanza di istruzione nega un futuro di sviluppo a tutto il Paese e, in particolar modo, si riflette sulla condizione della donna. L’Università Cattolica di Milano, in collaborazione con la Regione Lombardia, ha siglato un accordo con l’ateneo di Herat per l’avvio di due progetti nel campo dell’istruzione proprio a favore delle donne. Una delle questioni centrali per lo sviluppo dell’Afghanistan, ma spesso per molti altri Paesi islamici e radicali, riguarda infatti la qualità della formazione di base e la capacità del sistema educativo di mantenere a scuola le donne.
Il primo progetto, quindi, mira a supportare la qualità del sistema educativo delle donne afghane attraverso la formazione del corpo docente e la consegna di 50 borse di studio per quelle famiglie che decideranno di far proseguire gli studi delle ragazze fino al diploma. Il progetto è stato attivato presso la scuola della Pace, nel villaggio di Tangi Gharo, costruita nel 2005 con fondi internazionali (450mila dollari il 20% dei quali stanziati dal Vaticano) e che oggi ospita circa 1000 alunni, di cui 300 bambine e ragazze. Il secondo prevede la realizzazione del corso universitario Solidarietà e Sviluppo Sociale rivolto agli studenti del terzo anno accademico delle facoltà Educazione e Lettere dell’Università di Herat. Il corso, finanziato dall’assessorato Solidarietà e Famiglia della Regione Lombardia, vuole focalizzare la questione delle donne e delle famiglie come attori di sviluppo cruciali per l’Afghanistan moderno e pacificato, perché attraverso la loro emancipazione familiare si può aprire la strada a un Paese pacificato e democratico. Quella svolta dal professor Marco Lombardi dell’Università Cattolica di Milano è la terza missione nel Paese e, come le prime due, si è avvalsa dell’assistenza del ministero della Difesa per l’aspetto logistico e per l’ospitalità in sicurezza in Afghanistan. La prima missione risale al luglio del 2009 e servì a prendere coscienza della situazione afghana. Nella sua ultima missione il professor Lombardi è stato accompagnato dal funzionario della Regione Lombardia Antonello Grimaldi e dalla presidente della Fondazione Fondiaria Sai Giulia Ligresti. Nel corso di questa terza missione è emersa la necessità di ulteriori sostegni alla società afghana. I prossimi progetti allo studio riguardano un corso universitario di giornalismo, un progetto dedicato alle docenti donne e la realizzazione di una biblioteca giuridica per la polizia afghana.
Perché, come tutti gli operatori internazionali dicono, bisogna ridare al più presto l’Afghanistan agli afghani.

Fonte: Corriere della Sera.