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Afghanistan: il punto dal Generale Petraeus

Cosa è stato fatto e gli obiettivi ancora da raggiungere.
In un ottimo articolo a cura di RFE/RL .

Al fianco di un Signore della guerra

Un corposo reportage dalla penna di Paul Wood.

Testimoni scomodi

E’ giallo sulla morte di Stefano Siringo e Iendi Iannelli, i due trovati senza vita a Kabul, nella stanza di uno di loro, in circostanze misteriose.
I due italiani potrebbero essere stati testimoni scomodi della sottrazione di milioni di euro destinati a ricostruire l’Afghanistan, e per questo potrebbero essere stati uccisi con una dose letale di eroina.
Siringo e Iendi scomparvero nel febbraio del 2006 nella capitale afghana in circostanze misteriose, come racconta il “Messaggero”. I due infatti non erano tossicopdiendenti.
E a chiarire i contorni della vicenda sarebbero le conclusioni del professor Marcello Chiarotti, consulente del pubblico ministero Luca Palamara, che sta cercando di far luce sulle cause della morte dei due romani. Siringo e Iannelli furono trovati morti nella stanza di Iannelli il 16 febbraio di quattro anni fa.
Il gip Rosalba Liso ha ipotizzato che i due siano stati uccisi perché stavano per rivelare un furto di milioni di euro destinati a ricostruire l’Afghanistan. Siringo era un impiegato del ministero degli Esteri, Iannelli contabile dell’Ildo, un’organizzazione dell’Onu. Furono uccisi da una dose di eroina pura all’89%, ma loro non erano tossicodipendenti.
Dagli ultimi sviluppi delle indagini, sembra che i due non si siano iniettati spontaneamente l’eroina: i valori chimici rinvenuti nel corpo dei due giovani non indica un uso abituale di droghe.
A confermare che questa dovrebbe essere la strada giusta ci sono parecchie testimonianze: quelle dei conoscenti, secondo cui i due non erano soliti far uso di sostanze stupefacenti, e quella del magistrato messicano, Samuel Gonzales Ruiz, che nel 2006 si trovava a Kabul, e che ha sempre sostenuto che i due giovani sapevano troppo.

Fonte: TGCom.

Kabul: il giardino delle donne

Un posto dove le donne sono libere. Un giardino dove a crescere non sono solo i fiori, ma le opportunità.
L’Italia e gli Stati Unitihanno lavorato insieme in Afghanistan per costruire il Giardino delle donne a Kabul: lo Sharara Garden. L’inaugurazione è avvenuta alla presenza dell’Ambasciatore italiano, Claudio Glaentzer, del Ministro degli Affari Femminili, Husun Bano Ghazanfar, dell’Ambasciatore americano Karl W. Eikenberry, e del Responsabile Paese della ONG Care. Il giardino è stato riabilitato da USAID e Care con la collaborazione del Governo italiano, e le strutture costruite dalla Cooperazione Italiana: il Training center, il ristorante Hamesha Bahar, e l’asilo per i bambini delle donne che frequentano il Giardino.
Allo Sharara Garden le donne di Kabul gestiscono alcuni negozi, passeggiano, chiacchierano, seguono corsi di formazione professionale, come quelli avviati nel 2004 nell’ambito del progetto italiano di Formazione Professionale e Imprenditoria Femminile.
Un programma pilota, forse unico nel suo genere, perché ha insegnato a un gruppo di donne vulnerabili mestieri per lo più riservati agli uomini, come il taglio e la lavorazione delle gemme, l’assemblaggio di apparecchi solari e fotovoltaici, la riparazione di strumenti elettronici, la ristorazione e il catering.
Le donne coinvolte nel programma hanno dato vita a quattro piccole imprese, ormai indipendenti che costituiscono un esempio di emancipazione economica e di sviluppo sociale. Sultan Razia intaglia pietre e crea gioielli, Tolo-e-Shams lavora nel settore dell’elettronica e del fotovoltaico, Mushtari offre servizi di catering mentre Hamesha Bahar, l’unica attività ad avere ancora sede nel Giardino, è l’unico ristorante-pizzeria gestito da donne in tutta Kabul.
A gennaio del 2011, il Training Centre della Cooperazione Italiana avvierà nel Giardino delle Donne un nuovo ciclo di corsi di formazione professionale.

Fonte: MaE.

Quando gli italiani danno il meglio di sé

Una sera d’estate in una terrazza romana a parlare con un amico, capitano di ritorno dall’Afghanistan: la moglie aspetta un bambino e lui ha rinunciato a tutte le ferie intermedie per poter rientrare con un mese di anticipo e assistere alla nascita del figlio.
Negli occhi il cielo di Kabul, quello vero, più intenso di quello che abbiamo vagheggiato inseguendo con la fantasia «il cacciatore di aquiloni».
Si capisce subito che ripartirebbe domani. Per guadagnare di più? Sono 100 dollari al giorno in busta paga, una settantina di euro, chi pensa che questo sia il motivo che spinge un ufficiale di trentacinque anni a partire e a rischiare di morire è uno sciocco. Si parte per fare al meglio il proprio lavoro, per vivere un’esperienza irripetibile, per incrociare mondi che non avresti mai pensato di conoscere, per sentirsi utili, per provare emozioni, per vivere la speranza di ritornare, per stare nel cuore della storia. Si parte perché si è un soldato dell’esercito italiano, che preferisce vivere sei mesi a Kabul che non passare carte a Roma.
In Afghanistan ha lavorato all’Isaf. Ogni mattina usciva armato e col giubbotto antiproiettile per incontrare i rappresentanti delle tribù locali e organizzare con loro l’amministrazione della giustizia, l’approvvigionamento idrico, l’istruzione, la sanità, la ricostruzione. Appena arrivato rimase impressionato dal discorso che gli fece un sergente inglese prima di affrontare il viaggio dall’aeroporto alla cittadella fortificata della Nato dove avrebbe vissuto in quei mesi: «Ci possono attaccare in ogni momento, se i tuoi compagni di viaggio morissero, tu dovrai comportarti in questo modo». Si guardarono tutti negli occhi e scoprirono di provenire da ogni parte del mondo. Gli affetti di ciascuno divennero improvvisamente lontani, il rimpianto per la quiete ministeriale pure: hai paura, ma sei in ballo e che Dio te la mandi buona. Lo pensò lui, lo pensarono gli altri e partirono in colonna con il dito tremante sul grilletto.
La situazione è complicata come in tutti i luoghi ove pulsano la guerra e la storia: il controllo del territorio è a macchia di leopardo, la corruzione è dilagante, ci sono zone tranquille e altre in mano ai talebani che avanzano. Rispetto agli schemi imparati a scuola ha capito che è necessario ripristinare e rispettare un tessuto tribale locale, l’unico riconosciuto dagli abitanti; un impasto di vita e di saggezza millenarie, fatto di anziani e capi tribù, la sola sovranità legittimata che la guerra ha lacerato nel tentativo di forzarla dall’esterno pensando di creare sulla carta uno Stato con una logica e una struttura occidentali.
Lo ascolto e penso a quanto siano lontani gli stereotipi in cui siamo cresciuti: l’Italia dei marmittoni, della leva obbligatoria, dei modi escogitati per evitarla. Forse è vero quello che si dice: il soldato italiano quando è all’estero offre il meglio di sé perché nello zaino si porta dentro oltre duemila anni di storia. E sì, perché c’è anche dell’orgoglio patriottico che condividiamo: lì a Kabul ci sono eserciti Nato di tutti i paesi del mondo, ma noi siamo considerati fra i migliori, i più efficaci, stimati, flessibili, rispettati. Il generale David Petraeus sa bene che degli italiani può fidarsi.
Nessuno sa se e quando lasceremo l’Afghanistan, è divisa perfino la Casa Bianca, ma una cosa è certa: se andare via significherà abbandonare quel paese nelle mani talebane, sarà la peggiore delle sconfitte.
Pensavo a quella sera di agosto quando ho appreso la notizia della morte di quattro soldati italiani e del ferimento di altri due. Vedo i loro volti tranquilli di ragazzi, lo sguardo pulito, scopro dove sono nati questi «caporal maggiori» di vent’anni: Lentini, Gagliano del Capo, Pescina, Aradeo, Alghero, Pisa. Una geografia di centro-sud, abitata da campanili sconosciuti, di cui ci accorgiamo solo tra un morto e l’altro. Che sia un’alluvione, una vittima della camorra o della mafia, un militare in missione. E per contrasto il pensiero corre all’Italia di oggi e agli spettacoli indecorosi cui siamo costretti ad assistere da ormai troppo tempo con un misto di assuefazione e di apatia, animati da «astratti furori» e da un sentimento di «quiete nella non speranza» che dominano le nostre incivili conversazioni: alle volgarità e alle ipocrisie populiste, alle bombe di carta e di veleno di questi mesi, lanciate a orologeria agli ordini per interessi di parte.
Ci sono poi le bombe vere, che irrompono tra le cronache di ricatti e irresponsabilità e colpiscono l’Italia silenziosa e migliore.
Da una parte lo svilimento, dall’altro la necessità di dare speranza e riscatto al presente e al futuro di questo paese.
Da una parte la politica che ha perduto ogni ideale, dall’altra gli alpini caduti a Farah.
Non è difficile decidere qual è la parte giusta.

Fonte: Il Sole 24 Ore.

Perché in Afghanistan non stiamo perdendo la guerra

Sergio Romano – uno dei più acuti osservatori della realtà nazionale e internazionale – stavolta cade vittima di un abbaglio.
Dà un’occhiata ad un libro d’immagini scattate dal fotografo Mohammad Qayoumi nella Kabul anni Settanta e sancisce, sulla prima pagina del Corriere, che la partita afghana è definitivamente perduta, che l’attuale Medioevo afghano è il frutto dei nostri irreparabili errori.
Quelle foto ritraggono donne senza velo e ragazzotti vestiti all’Occidentale in una rilassata e tranquilla Kabul anni Settanta. Foto simili le troviamo su libri dedicati alla Palestina del “Mandato britannico”, al Congo belga o all’Eritrea italiana. Ma quelle foto ritraggono solo il ristretto spicchio di realtà dove arriva la macchina fotografica del tempo. Quando nel 1983, in piena invasione sovietica, misi per la prima volta piede nelle provincie tra il confine pakistano e Kabul mi ritrovai sprofondato nello stesso “Medioevo” odierno. Quel Medioevo ha sempre caratterizzato l’Afghanistan al di fuori di Kabul, Herat e pochi altri grandi centri. In quel Medioevo l’unica fotografia – appesa ai muri di fango d’ogni abitazione – era quella di Zahir Sha, sovrano di un’epoca d’oro durata dagli anni Trenta al 1975. Il segreto di quel quarantennio felice non era la sovranità, bensì la frammentazione nazionale. Il paese stava in piedi grazie ad un sistema di contrappesi e “laissez-faire”. Il re governava Kabul e i vari signori tribali estendevano il loro potere fin dove iniziava quello più energico dei vicini concorrenti. Qualcuno potrebbe dire «andiamocene, lasciamo che il Paese ritorni naturalmente a quell’equilibrio». Sbagliato.
Quell’equilibrio non si può più ricreare.
È stato spazzato via dall’invasione sovietica, dal fondamentalismo, dalla fine delle grandi potenze che assicuravano all’Afghanistan il ruolo di Stato cuscinetto, dall’emergere di potenze locali come Iran, Pakistan, nazioni ex sovietiche, India. E oggi anche dalla presenza sempre più ingombrante della nuova potenza cinese. Tutti questi attori – assai poco disinteressati – guardano all’Afghanistan come ad un territorio da spartire. Ma c’è di più. Nel 1960 i potenti di Herat o di Mazar-e–Sharif, della Paktia o del Nuristan erano signorotti locali privi di connessioni con i grandi burattinai dell’area o con le grandi correnti del narcotraffico globale. Cercar di ricreare quell’equilibrio porterebbe alla disintegrazione del Paese e alla nascita di micro potentati del crimine e/o del terrorismo generando una situazione ancor più complessa di quella precedente all’11 settembre. Certo dal 2001 ad oggi si è sbagliato per almeno sette anni. Si continua a sbagliare quando in corso d’opera si sostituisce il generale Stanley McChrystal con David Petraeus (anche se alla fine potrebbe rivelarsi un affare) o quando un giorno si difende il presidente Karzai e un altro lo si liquida come campione della corruzione. Negli ultimi due anni qualcosa però si è fatto e le elezioni di domenica lo dimostrano. Non perché si sia votato (voto e democrazia sono elementi ininfluenti se non dannosi per la stabilità afghana), ma perché per la prima volta i talebani non sono riusciti a rompere la cerchia di sicurezza creata intorno alle grandi città. I razzi e le mine esplosi qui e là sull’immenso territorio afghano e usati per riproporre l’immagine di un imminente vittoria talebana sono bazzecole. Quel che conta è il successo della nuova strategia rivolta a difendere non l’ultima dimenticata vallata, ma le zone in cui si concentrano popolazione civile e nuove istituzioni. In quest’ottica le elezioni sono state un successo perché i talebani non sono riusciti a penetrare né a Kabul, né nel cuore di altre grande città. Qualcuno obietterà che anche i sovietici controllavano i grandi centri urbani e null’altro. La differenza c’è. I sovietici puntavano a dominare il paese e a schiacciare la resistenza. La Nato partendo da quelle aree punta a sviluppare nuove istituzioni capaci di creare un collante tra Kabul e il resto del paese contenendo l’endemica corruzione e coltivando nuove autorità provinciali. La Nato non sogna di restare nel Paese, né di sconfiggere i talebani, ma di cooptarli nel discorso di ricostruzione indebolendoli militarmente e dividendoli localmente. Certo la partita, a 9 anni dal 2001, resta all’inizio, ma potremo vincerla solo se avremo la forza di sopportarne il tributo di sangue e di denaro per altri lunghi anni. Altrimenti possiamo andarcene subito e abbandonare l’Afghanistan al futuro arbitrio di Pakistan, Russia, Iran, India e Cina.
Con buona pace nostra, ma anche di tanti illusi fondamentalisti pronti a morire per un Califfato che sarà solo lo strumento di poteri estranei all’Afghanistan e alla sua popolazione.

Fonte: Gian Micalessin per “Il Giornale”.

Seggi aperti in Afghanistan, con la minaccia dei talebani

Al via le elezioni legislative in Afghanistan.
Alle 7 (le 4.30 italiane) hanno aperto i battenti circa 6.000 seggi per ricevere gli elettori impegnati a scegliere, fra 2.500 candidati, i 249 membri della nuova Wolesi Jirga (Camera bassa) che sarà integrata per legge anche da 68 donne. Il clima è di grande tensione per l’intenzione dei talebani di boicottare l’appuntamento.
Il presidente afgano Hamid Karzai ha votato in una scuola di Kabul.
Razzi ed esplosioni hanno già scandito le prime ore del mattino a Kabul, la capitale, a Jalalabad, nell’est del Paese, e a Kandahar, nel sud, mentre i talebani hanno impedito l’apertura di almeno un paio di seggi elettorali.
Per gli afgani si tratta della seconda chiamata alle urne dalla caduta del regime talebano, nel 2001.
Il presidente afgano Hamid Karzai ha votato in una scuola del centro di Kabul, dopo circa un’ora dall’apertura dei seggi elettorali. “Speriamo che l’affuenza sia alta, che la gente esprima le proprie scelte senza subire pressioni”, ha dichiarato il capo di stato. “E’ un gran giorno. Grazie alla nostra costituzione il popolo ha il diritto di scegliere il suo parlamento”, ha aggiunto Karzai. Anche nei giorni scorsi il presidente aveva lanciato numerosi inviti alla popolazione a recarsi alle urne, nonostante le minacce dei gruppi talebani.
Nei giorni scorsi i talebani avevano minacciato a più riprese di voler impedire il voto e hanno rivolto i loro attacchi in particolare contro le forze di sicurezza e il personale impegnato nell’organizzazione delle elezioni.
All’alba, i razzi hanno colpito il centro di comando della Nato a Kabul: “Non ci sono state vittime né danni”, ha fatto sapere il portavoce dell’Alleanza. Gli altri razzi, sei, sono caduti su Jalalabad e hanno colpito una casa, “ma non ci sono state vittime”, conferma un portavoce della polizia locale. Nel difficile distretto di Surkh Rud, i talebani hanno bloccato due seggi elettorali e pattugliano le strade per impedire alla popolazione di andare a votare. Due persone sono state uccise da razzi sparati su un’abitazione nella provincia di Nangarhar, nell’Afghanistan orientale.
Venerdì, oltre all’attacco contro le truppe italiane, i talebani aveva rapito 18 persone, di cui 10 attivi sostenitori di un candidato e otto funzionali della commissione elettorale. Un candidato è stato sequestrato ad ovest di Kabul.

Fonte: TGCom.