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Le ferite aperte della guerra in Kosovo

Il campo del dolore. È così che si chiama il più grande cimitero albanese delle vittime civili della guerra del Kosovo.
Ma più di dieci anni dopo, i riflettori sono puntati su serbi e albanesi di cui non si è mai più trovata traccia. Oggi sono nel mirino gli ex eroi dell’esercito di liberazione del Kosovo accusati di crimini di guerra da un rapporto del Consiglio d’Europa.

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Kosovo: Cimic Health Centre “fiore all’occhiello” dell’Esercito Italiano

Continua l’attività dell’Health Centre, sezione del CIMIC (Civil Military Cooperation) che opera nel settore sanitario.
176 sono i casi esaminati, 41 i bambini curati in Italia; questi sono i numeri di quanto è stato fatto dal CIMIC del contingente militare italiano in Kosovo dal 1° gennaio di quest’anno. Il contingente militare italiano, attualmente costituito su base 1° Reggimento “Granatieri di Sardegna”, è inserito nel MNBG-W (Multinational Battle Group – West), unità multinazionale a guida italiana comandata dal Col. Carlo Emiliani.
Fiore all’occhiello della Forza Armata, il CIMIC Health Centre rappresenta l’unica struttura del KFOR (Kosovo Force) presente in teatro in grado di fornire un aiuto a tutti i bambini che necessitano di cure che non sono garantite dalle carenti strutture sanitarie locali.
Quotidianamente, infatti, genitori di bambini affetti da patologie molto gravi si presentano presso “Villaggio Italia”, la base militare italiana in Kosovo, chiedendo di poter incontrare gli uomini e le donne del CIMIC Health Centre.
Questo team dell’Esercito Italiano, dopo aver analizzato il caso, contatta ONLUS come l’ASVI, la KIM ed altre organizzazioni come la fondazione Luchetta.
Nello specifico l’Health Centre mantiene e cura i contatti tra le famiglie, le associazioni e le strutture sanitarie italiane, riuscendo a seguire i bambini dal momento della partenza per l’Italia fino al rientro in Kosovo.
Nato fin dall’inizio della missione italiana in Kosovo, questo centro rappresenta in questo momento l’unica realtà a livello multinazionale che continua a fornire questo tipo di assistenza.

Fonte: Ministero della Difesa.

Soldati italiani in missione: rischiano ogni giorno, ma ci si ricorda di loro solo quando muoiono

L’incubo della guerra nucleare. Scenari da war games, dove un pulsante decide della vita o della morte di milioni di persone.
Mentre il mondo dibatte su scenari apocalittici e di armi da guerre stellari, nelle regioni più instabili del Pianeta, un drappello di uomini, in divisa, lavora ogni giorno per evitare che le crisi da locali si trasformino in globali. Impegnati a impedire che il terrorismo trovi nuovi santuari per portare di nuovo attacchi nelle nostre città. Soldati esperti di nuove tecnologie, ma che ogni giorno calpestano il fango di strade sterrate e piene di insidie tra le montagne, roccaforti dei talebani. Bersaglieri e parà che proteggono i monasteri ortodossi dall’odio etnico in Kosovo.
La missione Kfor, da gennaio, ha ridotto il livello operativo a Multinational Battle Group West. Ora al comando è il colonnello Vincenzo Grasso, con il 9° Reggimento Fanteria «Bari». I nostri soldati restano impegnati a protezione della minoranza serba, i difesa dei luogi sacri come l’eremo di Decjane, addestrano le forze di polizia kosovare e sono in supporto alle organizzazioni umanitarie.
Fronte caldo anche l’isola caraibica di Haiti dove un terremoto ha seminato morte e distruzione. Una task force multiruolo con la portaerei ammiraglia Cavour come base e gli specialisti del Genio impegnati a terra a ad aiutare la popolazione. Uomini in divisa con il tricolore sul braccio che non si risparamiano. A rischio della vita. È l’impegno in Afghanistan. In questi giorni la Brigata Sassari al comando del generale di brigata Alessandro Veltri sta terminado la sua missione in Afghanistan. Al suo posto arriveranno gli Alpini della Taurinense guidati dal generele Claudio Berto, già operativo nel 2002 in Enduring Freedom a Khost con la «Nibbio 1».
È il nostro impegno maggiore «fuori area». Dove i pericoli sono maggiori. I nostri militari hanno pagato un pesante tributo di vite umane. Ma il loro impegno non è mai venuto meno. Nonostante i micidiali «ied», le trappole esplosive che gli americani chiamano «booby trap», i Lince con il tricolre continuano a pattugliare la provincia di Herat per proteggere la popolazione, stando al loro fianco, cercando di separarla dagli insorti e facendo sì che si sappia chi è dalla parte del governo afghano e chi, al contrario, ostacola il processo di crescita e sviluppo del Paese.
La vera sfida, come ribadito dal generale Stanley McChrystal, consiste non tanto nel numero degli insorti che le forze di Isaf riusciranno a neutralizzare quanto nel numero degli afghani che riusciremo ad avere dalla nostra parte. Per ottenere il consenso, il contingente italiano ha garantito in primo luogo la sicurezza della popolazione, difendendola dagli stessi insorti e pensando al loro benessere attraverso l’avvio delle molteplici attività di ricostruzione e sviluppo.
Appena due giorni fa è stato inaugurato nella zona di Shindand un ponte nella Zeerko Valley. Attraverso le unità Cimic sono state avviate diverse iniziative per sostenere l’emancipazione delle donne afghane anche attraverso il microcredito. Costruzione di case e scuole. Ma i soldati combattono. Tre giorni fa a Farsi, 130 chilometri ad est di Shindand, si è conclusa la più importante operazione elitrasportata condotta dai militari italiani del Regional Command West della «Sassari». I bersaglieri della Task Force Center hanno ripulito le «Gole di Farsi» dove si era rifugiato un consistente numero di «insorgenti». E mentre da una parte si sparava, un nucleo sanitario effettuava visite mediche nei villaggi circostanti.
Cuori e menti conquistati pregando sempre di portare a casa la pelle.

Fonte: Il Tempo.

Gjakovë: cambio al comando della Task Force Air A.M.I.Ko.

Lo scorso otto gennaio, presso l’Aeroporto A.M.I.Ko. a Gjacovë in Kosovo, alla presenza del Comandante della MNTF-W e Comandante dell’IT NCC, Gen. B. Roberto D’Alessandro, autorità civili e militari si è svolta la cerimonia di avvicendamento al Comando della Task Force Air tra il Colonnello Nav. Fabio Terpin Comandante uscente, ed il subentrante Colonnello Pil. Angelantonio Palmiero.
Nel suo intervento il Col. Palmiero ha espresso tutto il proprio entusiasmo in virtù di questo nuovo incarico “Quello che sta per iniziare è un periodo di Comando che si preannuncia ricchissimo di emozioni umane e professionali”.
Nel discorso di commiato il Col. Terpin ha sottolineato lo sforzo che il personale della Task Force Air, anche in situazioni critiche, ha sostenuto per ottemperare alla missione assegnata all’Aeroporto A.M.I.Ko. che è quella di assicurare il flusso logistico e di personale alla MNTF-W.
Il Generale D’Alessandro ha augurato buon lavoro al Col. Palmiero ed ha espresso un vivo apprezzamento per la capacità professionale e le doti umane con cui il Colonnello Terpin ha svolto il proprio incarico, nonché per i risultati operativi conseguiti da tutta la Task Force Air.
L’Aeroporto A.M.I.Ko. di Gjacovë, operativo dal 1999, nell’anno 2009 ha registrato circa 2.000 movimenti di aeromobili ad ala fissa ed ala rotante, e circa 20.000 transiti di personale militare e civile.

Fonte: Ministero della Difesa.

Andrea Nativi: meno soldati in Kosovo per rafforzare Kabul.

Meno soldati nei Balcani, più soldati in Afghanistan.
Questo è il nuovo corso delle operazioni militari italiane. Il nostro Paese infatti mantiene un forte impegno nelle missioni militari internazionali, con oltre 8.300 uomini e donne all’estero alla fine del 2009, ma, finalmente, cerca di razionalizzare lo sforzo, concentrando uomini, mezzi e soldi là dove è più importante per gli interessi nazionali.
E mentre si avvia un potenziamento del contingente in Afghanistan, che arriverà nel corso dell’anno a sfiorare i 4.000 uomini, si comincia a ridurre la presenza in altri teatri.
Il ministro della Difesa Ignazio la Russa, insieme al ministro degli Esteri Franco Frattini, ha confermato al parlamento il piano di ridimensionamento del contingente presente in Kosovo, nel quadro della missione a guida Nato Kfor.
Attualmente sono poco meno di 1.900 i militari italiani impegnati per questa missione. Ma dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo e con il processo di avvicinamento della Serbia alla Unione Europea in pieno svolgimento, finalmente è giunto il momento di ridurre la tutela militare alleata. La Nato ha deciso di tagliare di un terzo la consistenza della Kfor, da 15mila a 10mila militari e parallelamente l’Italia rimpatrierà 500 soldati, pur mantenendo il comando della regione occidentale, che scenderà dal livello di brigata a quello di reggimento. Se la situazione sul terreno lo consentirà, altre consistenti riduzioni saranno effettuate nel corso dell’anno. In teoria la Nato vuole arrivare a 5.000 uomini entro fine anno e poi magari passare la mano alla Unione Europea. E l’Italia potrebbe ritirare almeno altri 500 soldati, forse di più.
Parallelamente si cercherà, finalmente, di chiudere anche la missione in Bosnia, in corso dal 1995, dove tuttora l’Italia mantiene poco meno di 300 militari, inquadrati nella operazione Altea, a guida Ue.
Probabile anche un ridimensionamento della nostra presenza in Libano, con la missione Unifil a guida Onu. Al momento abbiamo quasi 2.100 militari, ma si spera di poterne richiamare circa 300. Non molti di più, sia per le pressioni internazionali, sia perché la situazione è solo apparentemente tranquilla e nessuno vuole un nuovo scontro tra Hezbollah e Israele.
Inoltre la Difesa, di conserva con gli Esteri, sta rivedendo il complesso delle missioni in corso, che vedono i nostri soldati impegnati in 27 missioni in 20 Paesi. Davvero troppo. Alcune presenze sono simboliche, come quella di 3 uomini in Sudan, di 7 in Pakistan, 5 in Congo, 4 a Cipro e 4 in Marocco. Altre sono più sostanziose. Dalle acque della Somalia al Medio Oriente, i nostri militari sono un po’ ovunque. La razionalizzazione consentirà di sfoltire gli impegni, per realizzare una «massa critica» in pochi teatri principali, con lo scopo di conseguire il massimo ritorno politico e strategico. Solo così si giustifica una spesa che nel 2010 raggiungerà 1,5 miliardi di euro (750 milioni a semestre) per il versante Difesa, ai quali si spera si aggiungano almeno 200 milioni di euro per le indispensabili attività di cooperazione degli Esteri.
È ben chiaro che mandare e sostenere mille uomini in più in Afghanistan, dove tra l’altro i battle groups, le formazioni di manovra, schierate nella regione Ovest, diventeranno quattro ed il comando italiano salirà al livello Divisione, è ben più costoso rispetto ad un impegno numerico identico nei Balcani o anche in Libano, fosse solo per ragioni logistiche. Però un ridimensionamento degli impegni non essenziali consentirà di risparmiare soldi e soldati, che saranno poi impiegati al meglio. Questa è una novità assoluta nella stagione delle missioni militari italiane che spesso hanno visto una dispersione su troppi fronti, senza raccogliere dividendi politici, strategici ed economici adeguati. Ora si vuole cambiare e le prime decisioni vanno nella giusta direzione.

Fonte: Il Giornale.

Matteo, Marianna, Dario: italiani in missione ai confini della Pace.

AFGHANISTAN
MATTEO, IL BERSAGLIERE CHE HA VISTO LA MORTE IN FACCIA

«Ho visto ferire i miei uomini e morire il caporale maggiore Alessandro Di Lisio. Io stesso sono stato attaccato dai taleban con la mia compagnia. Ma quest’anno sono cresciuto e so che i nostri sacrifici non sono stati inutili». Il 2009 del capitano Matteo Epifani, trent’anni, romano, in forza al Primo Reggimento Bersaglieri di Cosenza, è stato un anno duro ma importante. Di quelli che segnano la vita. Da marzo a ottobre ha partecipato alla missione Isaf in Afghanistan con un compito rischioso: è stato inviato col 187° reggimento paracadutisti Folgore a controllare la zona di Farah, un’area fra le più calde del Paese, nella zona meridionale della provincia sotto responsabilità italiana di Herat. «Le condizioni di vita erano particolarmente dure. Basi in cui mancava tutto, un’area da controllare vasta come Lazio e Abruzzo, l’esercito afghano da riorganizzare – racconta Epifani –. La nostra presenza è risultata essenziale. Lì gli insorti erano dappertutto, i traffici di armi e droga continui. E la ricostruzione è possibile solo se c’è sicurezza».
Il giovane capitano, già abituato ai terreni caldi dell’Iraq e del Libano, si è ritrovato a comandare la compagnia meccanizzata Dardo. Ogni giorno pattugliamenti capillari, controlli sempre più efficaci e, di conseguenza, le prime reazioni. «Siamo riusciti a sventare molti attentati. Ma purtroppo, non sempre è bastato». Lui ha ancora negli occhi immagini che non dimenticherà mai. «Comunque sono scoppiate 7 o 8 mine, ho visto saltare in aria i militari afghani che purtroppo hanno mezzi meno robusti dei nostri Lince. Il 14 luglio dell’anno scorso una di queste ha ucciso il caporale Di Lisio. Era uno sminatore, un ragazzo coraggioso con cui ho condiviso giorno e notte la vita di frontiera, dove nascono e si cementano legami indissolubili». Il 25 luglio, poi, un conflitto di 5 ore con gli insorti ha coinvolto lo stesso Epifani. «Ci hanno attaccato mentre verificavamo l’esistenza di un deposito di esplosivi. Un razzo ha ferito gravemente un soldato della mia compagnia. In quei momenti fai davvero i conti con te stesso e con i motivi per cui sei lì». Anche quando, neanche un mese dopo, altri sei parà della Folgore muoiono in un attentato a Kabul.
A questo punto verrebbe da chiedergli dei dubbi, delle paure, di chi glielo fa fare, di quanto gli manca la famiglia. Ma è il capitano a giocare d’anticipo. Riflette, prende un lungo respiro e spiega: «Questo è stato un anno fondamentale per la mia crescita umana e professionale. Mi è servito a capire cosa vuol dire fare parte delle Forze Armate. Ti si può chiedere di fare il tuo mestiere in posti in cui non è remota la possibilità di mettere a rischio la vita. Ma sai che è un tuo dovere morale. Che c’è una popolazione che vive in uno stato di miseria tale che non puoi girare la testa dall’altra parte, e che tu hai i mezzi per aiutarla».
Che ne pensa del fatto che il 2010 porterà mille militari italiani in più in Afghanistan? «È anche un segno di stima. Stiamo lavorando nell’ambito di un mandato internazionale e gli alleati ci chiedono di più proprio perché la professionalità della nostra forza armata in dieci anni ha fatto passi da gigante. Ecco la mia speranza più grande: che il nostro lavoro e i nostri sacrifici portino un contributo a risolvere la situazione di quel Paese, ad avvicinare l’ora della pace, della riconciliazione e di uno sviluppo vero. Gli afghani, dopo il calvario di tanti anni, se lo meritano. E sarebbe questa la ricompensa più grande per il sacrificio di tanti miei commilitoni».

LIBANO
MARIANNA, IL TENENTE CHE GUIDA LA CACCIA A MINE E CLUSTER BOMB

«Il mio 2009 l’ho passato in buona parte nel Sud del Libano: sette mesi a bonificare terreni minati. Un’opera che sarà utile per il futuro di quel popolo». Il tenente Marianna Calò, 29 anni, in forza al 10° reggimento Genio guastatori di Cremona, è rientrata dalla missione Onu Unifil pochi giorni fa e ha festeggiato il Capodanno con i genitori ad Anzio. Parla con tranquillità del suo difficilissimo lavoro, come fosse cosa da tutti i giorni. Nessun vanto, anche se ne avrebbe più di un motivo: è la prima donna ad avere comandato un plotone Acrt, un pugno di uomini specializzati nella ricognizione dei terreni, dalla viabilità delle strade alla presenza di ordigni, per metterli in sicurezza. Ha comandato la prima attività di bonifica di campi minati effettuata dal Genio militare italiano dai tempi della seconda guerra mondiale. «Con un plotone di 15 uomini siamo stati incaricati dall’Onu di aprire un corridoio in un campo minato piazzato nel 1982 sul confine fra Israele e il Sud del Libano – racconta –. Io dovevo studiare la segnalazione delle bombe sulle piantine e controllare le procedure previste, la larghezza dello scavo, l’attività giornaliera dei ragazzi distribuita su turni di 40 ore di lavoro e 20 di pausa».
Massima concentrazione e sangue freddo, ma anche tanta professionalità per Marianna, che per due mesi ha tenuto d’occhio col fiato sospeso i suoi uomini (ma c’è anche una caporal maggiore sminatrice) che operavano su un campo minato in quella che tecnicamente si chiama attività di “bonifica operativa”. «Gli altri cinque mesi, invece, abbiamo effettuato attività di bonifica umanitaria. Si tratta di andare a sminare i terreni dei civili dalle cosiddette “cluster bomb”, le bombe a pioggia che restano disseminate ed inesplose soprattutto nei terreni agricoli. Sono le più pericolose per la popolazione». Col suo “team minex” (plotone sminatori), questo tosto e biondo tenente è anche andata a controllare l’eventuale presenza di ordigni improvvisati su ponti, sottopassi e strade. «Il 2009 è stato l’anno della mia prima missione. Nel 2010 porterò con me la soddisfazione di avere aiutato i libanesi, una popolazione che con noi italiani ha sempre manifestato stima e affetto». Inoltre festeggerà, insieme alle sue colleghe, un decennale importante, quello dell’entrata delle donne nelle Forze Armate italiane. Figlia di un maresciallo dell’Esercito, Marianna è stata fra le prime ragazze ad essere ammessa all’Accademia di Modena nel 2000 per intraprendere la carriera di ufficiale.

KOSOVO
LE SENTINELLE DEL PATRIARCATO ORTODOSSO

«È è il secondo Capodanno che passo in missione, sempre in Kosovo. È un’esperienza diversa, ma di grande amicizia». Il caporale maggiore scelto Dario Francone, originario della provincia di Lecce, affronta la lontananza da casa e dagli amici di sempre con l’entusiasmo dei suoi 24 anni. Insieme a lui, tanti altri compagni di lavoro della Multinational Task Force West, dislocata nella parte occidentale del Kosovo, passano le feste lì, lavorando per sicurezza e ricostruzione. «Nel Villaggio Italia di Pec si lavora anche la notte di Natale e Capodanno, ma si fa il possibile per creare l’atmosfera delle feste. La base è addobbata, tutti ci siamo sentiti più vicini durante la Messa di Natale. E la notte di San Silvestro si è fatta un po’ di musica invitando anche i militari dei contingenti stranieri. Qui certi valori diventano ancora più importanti». Dopo il brindisi, però, occhi comunque aperti per il caporale Francone e per la sua squadra. «Comando un gruppo di sei persone che il compito di salvaguardare il Patriarcato di Pec».
Prima di arrivare in Kosovo, Dario non conosceva nulla dei luoghi sacri della religione ortodossa, identificati con l’etnia serba e quindi costantemente a rischio. «Qui sto imparando molto, sia sul mio lavoro sia sulla cultura della popolazione. Molti miei colleghi presidiano i monasteri ortodossi, veri gioielli d’arte. La convivenza fra etnie non è semplice, ma proviamo a farla rispettare». Con i religiosi «che tutti i giorni ci ringraziano per essere lì a vegliare sui luoghi sacri». La riconoscenza dei kosovari è quello che colpisce di più i nostri soldati, come conferma anche Giampiero Portincasa, 32 anni, barese, tenente del Genio guastatori, che rimarrà in Kosovo sino a marzo. Dopodiché penserà alle nozze con la sua fidanzata. Laureato in scienze organizzative e gestionali, fa parte della cellula Cimic, si occupa di cooperazione civile e militare. «Mi occupo di progetti umanitari, economici, sociali e di ricostruzione. Da settembre, con gli uomini e le donne del Cimic, tra cui architetti e ingegneri, abbiamo portato avanti progetti sulle infrastrutture, sull’istruzione e sull’agricoltura in collaborazione con le organizzazioni governative e con le ong presenti sul territorio. È un’espeienza umana molto forte. Qui la situazione è ancora molto difficile per la popolazione. In questi giorni stiamo sistemando il riscaldamento in una scuola e stiamo creando i bagni in un’altra che ne era priva. Vedere i bambini in certe condizioni, ci tocca profondamente. Ma il loro grazie è la migliore soddisfazione da portare a casa nel 2010».

Fonte: Avvenire.