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Seconda guerra mondiale: due soggettive per due romanzi

La guerra acerba e La baracca dei tristi piaceri .

Operazione Jadewa

Avete anche voi una wish-list di letture?
Bene.
Grazie alla mia ho incrociato il romanzo di Marco Catana.
Ho un quaderno sul quale riporto i titoli di libri che possono interessarmi: consigli colti al volo in tv, riviste e quotidiani.
Poi, quando raccimolo abbastanza copechi per un ordine consistente ritorno sui vari siti di vendita libri e compilo la mia commessa.
Quando scegliete di visionare un titolo a fondo pagina c’è sempre una sezione fonte per me di inaspettate scoperte “Chi ha acquistato questo libro ha letto anche…” .
Ed è così che sono arrivata ad “Operazione Jadewa”.
A dire la verità spesso rifuggo da scritti di questo tipo: troppe volte mi sono ritrovata tra le dita delle pagine cariche di una melassa stucchevole ed pindarica.
“Normalmente disponibile in tre settimane”.
Troppo.
Mi rivolgo alla casa editrice, ed in due giorni è a casa mia.

Come da prefazione, quello di Catana è un vero e proprio romanzo d’azione

[…] una profonda riflessione sul mondo e sugli uomini, sulle differenze culturali che ci dividono e ci uniscono al di là delle frontiere politiche.

Sin dalle prime righe si capisce come l’autore conosca molto più che a fondo la tematica del racconto.
Alcuni lo paragonano ad Andy McNab, che anche io leggo sempre con piacere.
E non posso che confermare: sia per i particolari sulle tecniche di attacco e difesa che per le sfumature delle due religioni con le quali convive.
Tuttavia penso che Catana abbia una sensibilità più accentuata e ricca.
E tutto questo si ritrova nello stile di scrittura: i registri sono eterogenei, e vanno ad accomodarsi nei vari scenari che fanno da cornici alla narrazione.
Ad scortarli due linee rosse, sottilissime ma ben marcate.
Da una parte abbiamo la Fede: solida e prezioso cemento per le azioni dell’uomo.
Dall’altra il flusso di adrenalina che spinge ulteriormente il valore del soldato.

Il protagonista è un agente speciale italiano che troviamo in un campo di addestramento sperso in una polverosa e proibitiva porzione di terra afghana, sporco e stanco per il lungo ed arduo addestramento imposto dai suoi carcerieri.
Il motivo è semplice: sequestrare militari occidentali, trattenerli a lungo ed inculcare a forza nelle loro menti sia i dettami delle organizzazioni terroristiche (col pilastro fondamentale della religione islamica) che l’odio verso il loro Paese d’origine (che li ha abbandonati al proprio destino).
Ha superato prove fisiche impossibili, così come ore di insegnamenti per acquisire ogni minimo dettaglio riguardante la cultura ed il culto del territorio che da due anni lo sta ospitando. Questo ha fatto di lui uno dei migliori elementi, a detta del Capo:

Per questo tuo incarico non sarai elevato a Shahid. Non possiamo perderti, quindi niente missioni in cui sacrificherai la tua vita. Almeno per ora.
La settimana scorsa mi sono recato in Iran dove ho ricevuto delle direttive molto precise su come utilizzarti: una missione per screditare il Vaticano, un piano che potrebbe stravolgere il corso della storia occidentale.

Di questo disegno non vi scoprirò alcun particolare.
Perché è così ben articolato, descritto e congeniato che sarebbe un scellerato anche solo accennarne.
Ed è un qualcosa di così incredibile da lasciare di stucco lo stesso agente:

Parlammo delle armi e delle varie tecniche che pensava di utilizzare per colpire l’occidente.
In realtà sembravano più racconti di fantasia usciti dalla mente di un formidabile vignettista, piuttosto che attacchi concreti che potevano realizzarsi.

Da qui riprende il viaggio a ritroso che lo farà tornare in Europa.
Con la paura di poter essere nuovamente ceduto od ucciso.
Con lo stream of consciousness che accompagna le lunghissime ore del viaggio incappucciato.
Con Fede, Speranza ed Amore come pilastri sui quali appoggiare il senso della propria vita.

Su queste basi macina chilometri, stanchezza ed ore passate in solitudine nelle camere d’albergo.
Ed è proprio quando cerca di abbandonarsi al riposo che Catana ci regala le pagine più belle di tutto il romanzo.
Tuffi a quello che ha vissuto nel passato, che fanno sobbalzare il cuore del protagonista mentre permettono al lettore di vivere la sua fatica, assaporare quel povero cibo dal gusto a volte inesistente, di patire la sete che lo accompagnava negli allenamenti.
Ma anche di incantarsi davanti ad un tramonto nel deserto o l‘alba blu profondo di una città europea.
Di afferrare due occhi dolcissimi che ci guardano.
Di respirare insieme a lui sotto i comandi decisi ma posati del dottor Franco.

Accattivanti i cambi di ritmo.
Non sono mai monocolore: ed in questo mi ricordano il simbolo dello ying e dello yang. Una parte nera con un punto di bianco, una sezione bianca con un punto di nero.
Le situazioni di riposo sono sempre mantenute in tono dalla preoccupazione e dall’adrenalina per la missione. Perché spesso la calma può nascondere i peggiori inganni.
E le azioni in solitaria o in gruppo non sono mai una corsa a perdifiato carica di adrenalina per gigioneggiare col lettore.
C’è la mano del professionista: sa che la calma in certe situazioni può salvarti la pelle. Ed è con pazienza, sangue freddo e rapidità che permette ai nostri occhi di viaggiare veloci, paralleli ai suoi, facendoli muovere spediti tra le pagine che sembrano quasi inesistenti grazie all’attrattiva e all’eleganza della narrazione.

Una volta letta l’ultima pagina di questo libro quel che rimane è un’emozione assoluta pensando ai tanti agenti (uomini e donne) che ogni giorno lavorano negli ingranaggi dell’orologio piuttosto che come firma sul quadrante, senza foto sui giornali, senza troppi riconoscimenti pubblici ma con l’orgoglio puro che è dentro di loro.

Ed un mio pensiero è volato oltre il mare, le due e le montagne, fino ad arrivare ad un volto che ne rappresenta milioni, la giovane Jasmine

…che non aveva nemmeno il diritto di poter piangere tranquillamente…

Titolo: Operazione Jadewa
Autore: Marco Catana
Ed: Kimerik, 198 pagine, 14,50 euro.

Olocausto

Due letture, dal mio blog parallelo.

Il piccolo Adolf non aveva le ciglia

La lista di carbone

Una giornata nell’antica Roma

Devo ammetterlo.
Per questo libro partivo decisamente prevenuta.
E ricredersi è stato tutto, fuorché spiacevole.

Ho intrapreso la lettura spinta da un amico che ben conosce i miei gusti riguardo alla Storia.
Il mio essere scettica deriva da un’atavica avversione per i volti televisivi (anche se di tutto rispetto) che si propongono su carta.

I miei dubbi hanno iniziato a rarefarsi sbirciando l’introduzione in libreria:

La grande Storia raccontata da tante piccole storie.
Mi sono reso conto che queste preziose informazioni sul mondo romano non arrivano quasi mai alla gente e spesso rimangono “prigioniere” nelle pubblicazioni specialistiche o nei siti archeologici. Ho quindi provato a raccontarle.
Il modo migliore per ordinare tutte queste informazioni è stato quello di seguire lo scorrere di una giornata. A ogni ora corrisponde un luogo e un volto della Città eterna con le sue attività. E così, momento dopo momento, si scopre la vita quotidiana nell’antica Roma.
[…]
Rimane un’ultima domanda: perché un libro su Roma?
Perché il nostro modo di vivere è figlio di quello romano.
Immaginate, oggi, di mettere assieme le popolazioni della Cina, degli Stati Uniti e della Russia: l’Impero romano aveva una proporzione persino superiore rispetto alla popolazione mondiale di allora…
Roma era diventata la città più popolosa del pianeta: quasi un milione e mezzo di abitanti. Qualcosa che non s’era mai visto da quando era comparso Homo sapiens…
Come riuscivano a vivere tutti assieme?
Questo libro vuole scoprire quale fosse la vita di tutti i giorni nella Roma imperiale, al momento della massima espansione del suo dominio sul mondo antico.
La vita di decine di milioni di persone in tutto l’Impero dipendeva da quello che si decideva a Roma. Ma, a sua volta, la vita di Roma da cosa dipendeva?
Era il frutto di una ragnatela intricata di rapporti tra i suoi abitanti. Un universo sorprendente e irripetibile nella storia, che conosceremo esplorando una giornata qualsiasi.

Da qui si ha un quadro chiarissimo della struttura del saggio.
Pagine godibilissime che ci conducono lungo tutte le ore di una giornata qualsiasi nella Roma antica.
Tre fattori mi hanno fatto apprezzare ogni capitolo:
– le descrizioni sono minuziose ma mai pedanti: il dettaglio dei cibi consumati nei vari pasti, la struttura degli edifici, il cambio delle monete rispetto a quello attuale, i divertimenti, il lavoro…è tutto tratteggiato in maniera precisa ma vivace, senza mai annoiare;
– tutte le raffigurazioni sono poi proposte al lettore in duplice lettura: quella dal punto di vista delle classi più agiate, e la prospettiva di quelle più umili, schiavi compresi;
– anche un’appassionata di Storia come la sottoscritta si è imbattuta in molte nuove rifiniture , ed inoltre la descrizione del “già visto” è resa particolare grazie alla prospettiva insolita scelta dall’io narrante, che non segue una persona per tutta la giornata. Ma lascia invece che il suo sguardo venga attirato ora da questo, poi dall’altro soggetto che gli passa accanto.

Si inizia allora con il risveglio, la colazione e la preparazione per uscire di casa.
Il caos delle vie, delle botteghe, della vendita del bestiame e di quella degli schiavi per poi scendere fino al Foro, alle terme e al Colosseo per lo spettacolo. Una descrizione che non ha bisogno di cadere nello splatter perché è accurata e cruda nei particolari così come si mostrava agli occhi degli spettatori.
Con la stessa mancanza di voli pindarici viene mostrato in che modo vengono trattati gli schiavi, a meno che non possiedano padroni particolarmente giusti.
Ci si muove poi rapidi, per rincasare in fretta ed evitare il buio di una notte che arriva troppo velocemente su Roma.
Ma la giornata non è al suo termine: è l’ora di cena, momento per rifocillarsi e continuare a chiacchierare di lavoro ed interessi tra le varie portate e l’intrattenimento degli schiavi.
E poi addentrarsi nell’oscurità a scrutare le camere da letto, per carpire le abitudini sessuali del tempo. Così diverse dalle nostre, ma così ben regolate.

Questa mia piccola recensione è volutamente molto breve.
Continuando ad elencare ulteriori dettagli, rischio di vanificare il piacere della vostra personale lettura.
Perché confrontandomi con altri fruitori di questo testo ho notato come diversi occhi riescano a cogliere differenti sfumature. Che è un po’ l’obiettivo di Alberto Angela: non seguirmi in modo passivo, ma guardati intorno e cogli quel che io non riesco a vedere.
A mio parere è un’ottima opera che si legge comodamente in un paio di pomeriggi.
E sono convinta che l’autore sia riuscito nel suo intento principale: fare in modo che certi minuti particolari possano essere conosciuti anche dal grande pubblico.
Per arricchire la formazione di chi già è appassionato della materia, così come per avvicinare alla Storia tutti quelli che ancora la ritengono un argomento soporifero.

Titolo: Una giornata nell’antica Roma. Vita quotidiana, segreti e curiosità
Autore: Alberto Angela
Ed: Mondadori, 331 pagine, 12euro

Terra e cenere

Atiq Rahimi descrive una manciata di ore durante una polverosa giornata afghana.
Ma non del Paese che conosciamo dal 2001.
Racconta della guerra con l’Unione Sovietica attraverso una microstoria, quella del vecchio Dastghìr e del nipotino Yassìn.

Devono raggiungere la cava dove lavora il loro figlio e padre, Moràd.
Un bombardamento ha distrutto parte del loro villaggio, polverizzato la loro casa, dato sepolcro istantaneo agli altri membri della famiglia.
E Moràd non sa.
Ed il vecchio attende il passaggio per la cava con una pazienza messa a dura prova dal mezzo che non passa, dal nulla intorno a lui e dall’insistenza di Yassìn.

E’ un racconto che si beve in meno di un’ora di lettura.
Ho impiegato di più.
Perché è straziante.
Dastghìr non sa come potrebbe reagire il figlio.
E negli occhi ancora l’immagine della nuora che fugge tra fiamme e macerie.
Tale è lo strazio da domandarsi più volte perché sia sopravvissuto per esser testimone di tanto orrore.
Ma non ha ancora elaborato il lutto: il dolore è ancora troppo vivo dentro di lui, non riesce a piangere, a metabolizzare. E sono troppe le fotografie che si inseguono nella sua mente. Senza concedergli nemmeno un briciolo di sonno ristoratore.

La stanchezza e l’insonnia ti spingono ogni istante tra le braccia del sonno, un sonno pieno di immagini.
Sembra che tu viva soltanto per queste immagini.
Le immagini ed i sogni di ciò che hai visto, ma che non volevi vedere.
O di ciò che devi vedere, ma non vuoi vedere.

Yassìn è diventato sordo a causa del bombardamento.
Non sente più. Ma non lo sa.
E’ convinto che i russi abbiano rubato la voce a tutti e strappato via ogni suono.
Ed il nonno non sa come spiegare, come consolare perché:

La tua lingua non ha la forza di muoversi.
O, meglio, ha la forza ma sono le parole che si sono appesantite.
Anche le parole, come l’aria, sono diventate dense e voluminose.

Uno scritto breve, scarno, essenziale.
Come il paesaggio che fa da sfondo alle figure appena accennate.
Con la polvere che uniforma ogni colore, ad eccezione del rosso e bianco del gol-e-sib dove sono avvolte le mele.
Non vado avanti oltre nella mia recensione: rischio di privarvi del piacere di scoprire alcune pagine drammaticamente commoventi.
Lo consiglierei a tutti.
In misura maggiore a giornalisti, opinionisti e spettatori che spesso, in contesto bellico, perdono di vista le tante, troppe storie come questa.
Perché ormai siamo assuefatti dai grandi numeri: 100, 200, 1000 morti.
Numeri che quasi non impressionano più.
E pochissime volte ci fermiamo a pensare cosa succederà a chi sopravvive, perché:

Le parole non ascoltate non sono parole.
Sono lacrime.

Titolo: Terra e Cenere
Autore: Atiq Rahimi
Ed: Einaudi, 82 pagine, 9 euro.

Riconciliazione…

“Nel giro di qualche ora dal mio arrivo in Pakistan alcune delle pagine di questo libro sarebbero state emblematicamente annerite dal fuoco e schizzate dal sangue e dalla carne di corpi dilaniati dalle devastanti bombe dei terroristi.
Il massacro che ha accompagnato i gioiosi festeggiamenti per il mio ritorno è stato una raccapricciante metafora della crisi che si apre davanti a noi e del bisogno di un illuminato rinascimento sia all’interno dell’Islam che nei rapporti tra l’Islam e il resto del Mondo…”

Benazir Bhutto

Titolo: Riconciliazione: l’Islam, la democrazia, l’Occidente
Autore: Benazir Bhutto
Ed: Bompiani, 448 pagine, 20 euro.

Tutti i razzisti si somigliano…

«A l centro del mondo», dicono certi vecchi di Rialto, «ghe semo noialtri: i venessiani de Venessia. Al de là del ponte de la Libertà, che porta in terraferma, ghe xè i campagnoli, che i dise de esser venessiani e de parlar venessian, ma no i xè venessiani: i xè campagnoli».

«Al de là dei campagnoli ghe xè i foresti: coma­schi, bergamaschi, canadesi, parigini, polacchi, in­glesi, valdostani… Tuti foresti. Al de là dell’Adriati­co, sotto Trieste, ghe xè i sciavi: gli slavi. E i xinga­ni: gli zingari. Sotto el Po ghe xè i napo’etani. Più sotto ancora dei napo’etani ghe xè i mori: neri, arabi, meticci… Tutti mori». Finché a Venezia, re­stituendo la visita compiuta secoli prima da Mar­co Polo, hanno cominciato ad arrivare i turisti orientali. Prima i giapponesi, poi i coreani e infi­ne i cinesi. A quel punto, i vecchi veneziani non sapevano più come chiamare questa nuova gente. Finché hanno avuto l’illuminazione. E li hanno chiamati: «i sfogi». Le sogliole. Per la faccia gialla e schiacciata.

Questa idea di essere al centro del mondo, in realtà, l’abbiamo dentro tutti. Da sempre. Ed è in qualche mo­do alla base, quando viene stravolta e forzata, di ogni teoria xenofoba. Tutti hanno teorizzato la loro centralità.

Tutti. A partire da quelli che per i ve­neziani vivono all’estrema periferia del pianeta: i cinesi. I quali, al contra­rio, come dicono le parole stesse «Im­pero di mezzo», sono assolutamente convinti, spiega l’etnografo russo Mikhail Kryukov, da anni residente a Pechino e autore del saggio Le origini delle idee razziste nell’antichità e nel Medioevo, non ancora tradotto in Italia, che il loro mondo sia «al centro del Cielo e della Terra, dove le forze cosmiche sono in piena armonia».

È una fissazione, la pretesa di essere il cuore dell’«ecumene», cioè della terra abitata. Gli ebrei si considerano «il popolo eletto», gli egiziani so­stengono che l’Egitto è «Um ad-Dunia» cioè «la madre del mondo», gli indiani sono convinti che il cuore del pianeta sia il Gange, i musulmani che sia la Ka’ba alla Mecca, gli africani occidentali che sia il Kilimangiaro. Ed è così da sempre. I romani vedevano la loro grande capitale come caput mundi e gli antichi greci immaginavano il mon­do abitato come un cerchio al centro del quale, «a metà strada tra il sorgere e il tramontare del sole», si trovava l’Ellade e al centro dell’Ellade Del­fi e al centro di Delfi la pietra dell’ omphalos , l’om­belico del mondo.

Il guaio è quando questa prospettiva in qual­che modo naturale si traduce in una pretesa di egemonia. Di superiorità. Di eccellenza razziale. Quando pretende di scegliersi i vicini. O di distri­buire patenti di «purezza» etnica. Mario Borghe­zio, ad esempio, ha detto al Parlamento europeo, dove è da anni la punta di diamante della Lega Nord, di avere una spina nel cuore: «L’utopia di Orania, il piccolo fazzoletto di terra prescelto da un pugno di afrikaner come nuova patria indipen­dente dal Sudafrica multirazziale, ormai reso invi­vibile dal razzismo e dalla criminalità dei neri, è un esempio straordinario di amore per la libertà di preservazione dell’identità etnoculturale».

Anche in Europa, ha suggerito, «si potrebbe se­guire l’esempio di questi straordinari figli degli antichi coloni boeri e ‘ricolonizzare’ i nostri terri­tori ormai invasi da gente di tutte le provenienze, creando isole di libertà e di civiltà con il ritorno integrale ai nostri usi e costumi e alle nostre tradi­zioni, calpestati e cancellati dall’omologazione mondialista. Ho già preso contatti con questi ‘co­struttori di libertà’ perché il loro sogno di libertà è certo nel cuore di molti, anche in Padania, che come me non si rassegneranno a vivere nel clima alienante e degradato della società multirazziale». La «società multirazziale»? Ma chi l’ha creata, in Sudafrica, la «società multirazziale»? I neri che sono sopravvissuti alla decimazione dei coloniali­sti bianchi e sono tornati da un paio di decenni a governare (parzialmente) quelle che erano da mi­gliaia di anni le loro terre? O i bianchi arrivati nel 1652, cioè poco meno di due millenni più tardi rispetto allo sfondamen­to nella Pianura Padana dei roma­ni che quelli come Borghezio riten­gono ancora oggi degli intrusi colo­nizzatori, al punto che Umberto Bos­si vorrebbe che il «mondo celtico ri­cordasse con un cippo, a Capo Tala­mone » la battaglia che «rese i padani schiavi dei romani»? Niente sintetizza meglio un punto: il razzismo è una que­stione di prospettiva. (…) Non si capiscono i cori negli stadi con­tro i giocatori neri, il dilagare di ostilità e disprezzo su Internet, il risveglio del de­mone antisemita, le spedizioni squadristiche con­tro gli omosessuali, i rimpianti di troppi politici per «i metodi di Hitler», le avanzate in tutta Euro­pa dei partiti xenofobi, le milizie in divisa parana­zista, i pestaggi di disabili, le rivolte veneziane contro gli «zingari» anche se sono veneti da seco­li e fanno di cognome Pavan, gli omicidi di clo­chard bruciati per «ripulire» le città e gli inni im­mondi alla purezza del sangue, se non si parte dall’idea che sta manifestandosi una cosa insie­me nuovissima e vecchissima. Dove l’urlo «Anda­te tutti a ’fanculo: negri, froci, zingari, giudei co!», come capita di leggere sui muri delle città italiane e non solo, è lo spurgo di una società in crisi. Che ha paura di tutto e nel calderone delle sue insicurezze mette insieme tutto: la crisi eco­nomica, i marocchini, i licenziamenti, gli scippi, i banchieri ebrei, i campi rom, gli stupri, le nuove povertà, i negri, i pidocchi e la tubercolosi che «era sparita prima che arrivassero tutti quegli ex­tracomunitari ». Una società dove i più fragili, i più angosciati, e quelli che spudoratamente caval­cano le paure dei più fragili e dei più angosciati, sospirano sognando ognuno la propria Orania. Una meravigliosa Orania ungherese fatta solo di ungheresi, una meravigliosa Orania slovacca fat­ta solo di slovacchi, una meravigliosa Orania fiamminga fatta solo di fiamminghi, una meravi­gliosa Orania padana fatta solo di padani.

Ma che cos’è, Orania? È una specie di repubbli­china privata fondata nel 1990, mentre Nelson Mandela usciva dalla galera in cui era stato caccia­to oltre un quarto di secolo prima, da un po’ di famiglie boere che non volevano saperne di vive­re nella società che si sarebbe affermata dopo la caduta dell’apartheid. Niente più panchine nei parchi vietate ai neri, niente più cinema vietati ai neri, niente più autobus vietati ai neri, nien­te più ascensori vietati ai neri e così via. (…) «Il genocidio dei boeri»: tito­lano oggi molti siti olandesi de­nunciando le aggressioni ai bianchi da parte di bande crimi­nali di colore gonfie di odio raz­ziale che da Durban a Johanne­sburg sono responsabili dal 1994 al 2009, secondo il quoti­diano «Reformatorisch Dag­blad », di oltre tremila omicidi. Il grande paradosso sudafrica­no, quello che mostra come la bestia razzista possa presentar­si sotto mille forme, è qui. I boe­ri, protagonisti di tante brutali­tà contro le popolazioni indige­ne e oggi vittime di troppe ven­dette, sono gli stessi boeri che furono vittime del primo vero genocidio del XX secolo. Perpe­trato dagli inglesi che volevano liberarsi di quei bianchi africa­ni nati da un miscuglio di olan­desi, francesi, tedeschi… (…) È tutto, la memoria: tutto. È impossibile parlare del razzismo di oggi se non si ricorda il razzi­smo di ieri. Sull’uno e sull’altro fronte. Non puoi raccontare gli assalti ai campi rom se non ricordi secoli di po­grom, massacri ed editti da Genova allo Jutland, dove l’11 novembre 1835 organizzarono addirittu­ra, come si trattasse di fagiani, una grande caccia al gitano. Caccia che, come scrivono Donald Kenri­ck e Grattan Puxon ne Il destino degli zingari, «fruttò complessivamente un ‘carniere’ di oltre duecentosessanta uomini, donne e bambini». Non puoi raccontare della ripresa di un crescente odio antiebraico, spesso mascherato da critica al governo israeliano (critica, questa sì, legittima) senza ricordare quanto disse Primo Levi in una lontana intervista al «Manifesto»: «L’antisemiti­smo è un Proteo». Può assumere come Proteo una forma o un’altra, ma alla fine si ripresenta. E va riconosciuto sotto le sue nuove spoglie. Così co­m’è impossibile capire il razzismo se non si ricor­da che ci sono tanti razzismi. Anche tra bianchi e bianchi, tra neri e neri, tra gialli e gialli…

Fonte: Gian Antonio Stella per “Il Corriere della Sera”.

Titolo: Negri, froci e giudei & co.
Autore: Gian Antonio Stella
Ed: Rizzoli, 331 pagg., 20euro.