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Ebola: i paradossi della ricerca

A mettere a punto il primo siero promettente contro il virus è stata un’azienda piccola, e semisconosciuta.

 

Interessante articolo  su Panorama.

 

 

Ebola_Victim

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Un indovino mi disse…

Appena ho avuto tra le mani questo libro ero più che convinta di trovarmi davanti alla sempiterna lotta: superstizione contro concretezza.
Conoscevo da molto tempo il Tiziano Terzani “antebarba”, il giornalista puro, che osservava il Mondo con i suoi occhi piccoli, taglienti ma in grado di condurre il lettore a vedere lontano.

“Un indovino mi disse” è una sorta di transizione tra le prime pubblicazioni di analisi e reportages come inviato di guerra e le ultime, che intrecciano i ricordi di una vita densa alla serenità interiore ritrovata (per assurdo) durante la sua lunga malattia.
L’idea per questo diario di viaggio avviene casualmente nel 1976.
Un indovino cinese lo avvertì con una profezia: “Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai!”.
Arrivata la data fatidica, il giornalista è ancora corrispondente nei Paesi asiatici per il settimanale tedesco Der Spiegel. Difficile per lui dover rinunciare ad un mezzo di trasporto veloce. Ma non impossibile. Ottiene il benestare del Direttore che, incuriosito, pone come unica clausola puntuali articoli dalle varie nazioni che visiterà.
Si, nazioni.
Perché quest’avventura lunga dodici mesi senza poter spostarsi con aerei ed elicotteri lo porterà da Hong Kong al Laos alla Birmania, dalla Malesia al Vietnam, dalla Thailandia a Singapore fino a giungere in Europa, quasi sempre in treno, percorrendo anche la leggendaria Transiberiana fino alla sua amata Firenze.Viaggerà anche via nave, sfidando le leggi cinesi: sull’acqua quasi ovunque è consentito solo il trasporto di merci. Ma sente di dover andare: forse le pagine più belle sono proprio quelle scritte dalla nave cargo che lo sta trasbordando.Anche da questi spostamenti si riconosce al primo colpo lo stile di Terzani: niente prima classe, niente alberghi di lusso. Per questo spesso (durante questo viaggio, ma non solo) si vede negare i visti per proseguire: i percorsi che sta seguendo, soprattutto durante gli spostamenti rocamboleschi in automobile, sono gli stessi utilizzati dal variegato panorama della malavita del Paese in cui si trova. Ma fa di tutto per portare a termine il suo progetto, non smettendo mai di ricordare “io non sono un turista”.
E poi il ritorno, sempre in nave: imbarcato sulla “Trieste” partirà da La Spezia per tornare a Singapore e riprendere il lavoro di giornalista.
Incontrerà molti indovini, santoni e guaritori durante il cammino; da ognuno si farà visitare: che si trattasse di lettura delle carte o di iridologia, annota con dovizia di particolari sia le anamnesi che le sue impressioni. Che sono scettiche, sempre. Ma nutrono anche un profondo rispetto sia per gli sciamani che per le persone che a loro si rivolgono.
Ed è questo riguardo che vuole inculcare nel lettore, per permettergli di conoscere anche sotto questo aspetto una cultura, un popolo, un’essenza così diversi dal nostro tempo.
Un immagine, non solo visiva, che penso tutti i lettori di questo libro tengano nel cuore è quella dei laotiani che ascoltano crescere il riso.
Divertenti sono le considerazioni su come ogni santone descriva in modo diverso l’amatissima moglie Angela, che non l’ha seguito in questa avventura.
Ma questo viaggio è per il giornalista l’occasione di visitare nuovamente città e paesaggi a lui cari, incontrare nuovi compagni di avventure e riabbracciarne altri storici.
Anche questo si rivela una perla per chi sta tenendo il libro in mano: Terzani offre una penetrante analisi, a tratti anche impietosa, su come siano cambiati i Paesi orientali nell’arco di un ventennio. Mutamenti radicali dovuti alla diffusione di tecnologie e benessere, ma anche i nuovi poveri e le zone rurali praticamente dimenticate, nonostante siano le uniche a mantenere vive le vere tradizioni, da non confondersi con quelle preconfezionate per il turismo di massa (compreso quello sessuale).
E le sue descrizioni ci fanno ora assaporare i cibi, ora turare il naso: perché i mezzi di trasporto e le persone incontrate sono tratteggiate in ogni particolare, compreso quello olfattivo.
Un pensiero dell’autore condensa in poche righe il motivo di questo viaggio.
“…forse anche per riscoprire che il mondo è un complicato mosaico di paesi, ciascuno con le sue frontiere da varcare; forse per riaccorgermi che la terra non è una massa monocolore punteggiata di aeroporti, come appare nelle carte delle linee aeree; o forse semplicemente per riprovare l’emozione di varcare, fisicamente a piedi, e non per aria, una vera frontiera…” .
Per conoscere l’esito della profezia non resta che sedersi comodi e farsi accompagnare dalle pagine.

Indovino

La malattia come viaggio.

Viaggiare era sempre stato per me un modo di vivere e ora avevo preso la malattia come un altro viaggio: un viaggio involontario, non previsto, per il quale non avevo carte geografiche, per il quale non mi ero in alcun modo preparato, ma che di tutti i viaggi fatti fino ad allora era il più impegnativo, il più intenso.

Lessi “Un altro giro di giostra” poco prima di uno dei miei interventi.
Non so se davvero mi abbia aiutata.
Probabilmente fu tutta suggestione, come scriveva Terzani.
Ma una suggestione buona, che dava l’idea di non essere in clinica ma su un divano comodo, con una coperta e la mia tazza di tea ad aspettarmi.