Archivi tag: marocco

Dove diamine si nasconde Osama Bin Laden?

L’interessante documentario di Morgan Spurlock parte da uno dei pensieri principali di chi sta per diventare genitore: come posso proteggere mio figlio?
I pericoli nascosti in casa, quelli del quartiere, le catastrofi ambientali e, last but not least, il terrorismo che rende ormai insicuro ogni angolo del Pianeta.
E come ogni newyorkese post 11 settembre 2001 quando si accenna ad un attentato il pensiero va immediatamente ad Osama Bin Laden e ad Al-quaeda.

Abbiamo l’esercito più potente, le spie meglio addestrate e le tecnologie più avanzate del Mondo.
Ma non riusciamo a trovare un uomo che si nasconde in Afghanilakuchapakiwaziristan?
[…]
Se ho imparato qualcosa dai film di azione ad alto budget, è che le complicate crisi globali possono essere risolte soltanto da un eroe solitario.
Pazzo abbastanza da credere di riuscire a sistemare tutto prima dei titoli di coda.
E scoprirò una volta per tutte… dove diamine si nasconde Osama Bin Laden?

Con questa premessa mi aspettavo novanta minuti di biascicamento sull’importanza della guerra che gli Stati Uniti hanno intrapreso contro il Nemico numero 1. Ben mescolato con una sapiente ridicolizzazione dello stesso, un po’ alla Achmed, the dead terrorist.
Ed invece mi sono trovata davanti agli occhi un regista che ha intrapreso il suo viaggio liberandosi di ogni sovrastruttura, pronto ad ascoltare chiunque volesse parlare con lui: ceto sociale, idee politiche, schieramento…poco importa.
Il fulcro dell’inchiesta è il confronto vero.
E tirando le somme, capire che, in fondo, tutti vorremmo ottenere le stesse cose. Soprattutto per le nuove generazioni.

Interessante, soprattutto per i non appassionati di Storia, il riassunto dei rapporti fra i presidenti Usa ed i vari “colleghi”: da Trujillo a Mubarak, passando per lo Shah di Persia ed arrivando a Saddam Hussein.

Il viaggio inizia a New York, ancor prima di partire.
Vaccinazioni e visite mediche.
Un corso avanzato di protezione personale: arti marziali, messa in sicurezza in caso di conflitto a fuoco e, soprattutto, come comportarsi in caso di posti di blocco e rapimenti.
Decisamente importanti poi un’infarinatura di lingua araba e di sociologia spicciola che sono basilari per l’intento del regista: parlare il più possibile con le popolazioni locali.

Il viaggio inizia in Egitto.
Si articola poi in Marocco, Israele, Giordania ed Arabia Saudita.
Le tappe finali saranno l’Afghanistan ed il Pakistan, culla e (come quasi tutti confidano) ultimo nascondiglio di Osama Bin Laden.
Ed in ognuno di questi Paesi Spurlock decide di raccogliere le opinioni ambedue i piatti della bilancia.
Chi crede che Al-qaeda debba continuare il suo lavoro per sradicare gli invasori dalla propria terra, anche a costo di uccidere tanti innocenti.
Chi, dall’altra parte, vorrebbe solo che tutto questo finisse: non tanto per gli adulti, che ormai vedono la loro vita irrimediabilmente segnata, ma per dare nuova speranza ai bambini ed ai ragazzi. Che rischiano, vista la povertà di quelle zone, di essere facilmente abbindolati e trascinati nelle fila dei terroristi in cambio di denaro per la famiglia e di un edulcorato Paradiso per loro.
La domanda che pone alla tutti i suoi interlocutori è semplice: se Osama Bin Laden venisse catturato ed ucciso, le cose cambierebbero?
La risposta è sempre: no.
Perché quel che ha fatto la strategia americana non è stata una guerra al Terrore, ma un’esportazione ed una frammentazione tali che ormai lo fanno somigliare ad una sorta di franchising: più si spendono soldi per combatterli, più i terroristi trovano nuovi canali per espandersi e trovare uomini da arruolare.
Al-qaeda è diventata così un’idea sovranazionale.
E continua ad usare la Religione come una maschera per nascondere la crudeltà e l’orrore della violenza: dove i moderati sarebbero anche la maggioranza, ma non hanno voci abbastanza forti per farsi sentire.
Il seme del rancore non può sparire da un momento all’altro: è necessaria una nuova politica per sradicarlo.
Ciò che serve è una strategia culturale: senza comprensione dell’altro, senza reciproco rispetto e tolleranza non può fiorire la Pace.

Il Paese che colpisce più di tutti il regista è sicuramente l’Afghanistan.
Dal primo sguardo si capisce come sia una terra che da più di trent’anni non conosce altro che la guerra.
La povertà è visibile ad occhio nudo, e poi manca tutto: ospedali, scuole, cibo, pozzi per l’acqua potabile.
Ma, soprattutto, si tocca l’assenza di speranza verso il futuro: i bambini non hanno cure, ne’ istruzione e, se nulla cambierà, saranno prede arrendevoli per i terroristi.
E la rabbia è tanta, troppa.
Perché gli aiuti internazionali arrivano. Ma le organizzazioni si limitano a guardare quanti soldi in più vengono inviati ogni mese. Non vanno a controllare i risultati finali: se quelle cifre siano poi effettivamente ripartite tra la popolazione ed usate per le infrastrutture basilari. Ed ecco che tutto si perde durante il percorso.
Viene filmata una scuola di Tora Bora: avevano promesso di costruirne una nuova, ed invece è tutto fermo dall’ultimo bombardamento. I muri pochi sono mattoni che lottano per restare uniti, il tetto non esiste così come l’illuminazione affidata semplicemente al sole. Come si può pensare a costruire un futuro in queste condizioni?

La mia piccola recensione si ferma qui: lascio a voi il gusto di scoprire la fine di questo bel documentario, così come i tanti volti che hanno accompagnato Spurlock nel suo lavoro, che riassume così:

Quello che ho capito in tutto questo viaggio è l’occasione di andare la fuori, a vedere e parlare con quelle persone delle quali, ci dicono, dovremmo avere paura.
Non sono uno che pensa che possiamo sederci intorno ad un falò a cantare Kumbaya, ok?
E’ una cosa ridicola.
Però credo che questi demoni ce li siamo creati dentro di noi.
Li abbiamo creati attraverso i media, e abbiamo creato queste visioni che sono così lontane dalla realtà.
E dopo un po’ iniziano ad alimentarsi da sole.
E la nostra paura cresce in modo esponenziale.
Si dice che chi va in cerca di guai, prima o poi li trova.
Io non sto cercando guai: cerco solo delle risposte.
E credo di averne trovate parecchie in questo viaggio…

Annunci

UE: Marocco, Stati Uniti ed America Latina

L’Agence Maghreb Arabe Press annuncia il primo summit tra Marocco ed Unione Europea.
Il Primo Ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero ha dichiarato sul Pais che l’incontro sarà un’opportunità per favorire il processo di modernizzazione nel paese africano che gode già dello “stato avanzato” nelle relazioni con l’Ue.
Il Summit Marocco-Ue si terrà nel mese di marzo e a capo della presidenza ci sarà la Spagna, in carica dal primo gennaio. Zapatero ha sottolineato che questo summit, insieme a quello con l’America Latina e gli Stati Uniti, sarà il più importante per la nazione iberica.
Il summit con l’America Latina avrà luogo per firmare un accordo con il Mercato Comune del Sud (Mercosur), mentre quello con gli Stati Uniti ha l’obiettivo di aggiornare l’agenda transatlantica con ulteriori questioni legate alla sicurezza, all’energia, alla ricerca, allo sviluppo e all’innovazione.

Fonte: Assadakah.

Marocco: una rete tv per i Berberi.

A fine anno, il Marocco avrà una rete televisiva pubblica in amazigh.
L’iniziativa è un passo molto importante per la comunità berbera che da anni aspettava un tale riconoscimento in quanto si tratta di un modo per preservare una cultura e una lingua lungamente marginalizzata.
La lingua berbera è stata, infatti, duramente repressa negli anni passati dai paesi del Nordafrica che si proclamano “arabi” e procedono a sistematiche campagne di arabizzazione. Fino ad oggi in Marocco non esistevano reti televisive berbere. “È per noi un passo molto importante – spiega Ahmed Boukous il rettore dell’Istituto Reale della Cultura Amazigh, l’ente governativo del Marocco incaricato della salvaguardia e della promozione della lingua e della cultura amazigh -. Indiscutibilmente, la nostra lingua è minacciata e le giovani generazioni la conoscono sempre meno”.

Secondo l’ultimo censimento, nel 2004, 8,4 milioni di marocchini – circa il 28 per cento della popolazione del paese (31,5 milioni) – parlano quotidianamente uno dei tre dialetti berberi: il tarifit nel nord del Marocco, il tamazight nel Marocco centrale, e il tachelit nel Sud. “Questo sondaggio è stato fatto male – dichiara Boukous -. La stampa araba se ne è impossessato per affermare che i berberi rappresentano meno di un terzo della popolazione marocchina quando invece l’85 per cento dei marocchini erano berberi nel 1956, anno dell’indipendenza”. Per Rachid Raha, membro fondatore del Congresso mondiale amazigh e direttore del mensile ‘Il mondo amazigh’, “La cultura amazighe è stata vittima del campo politico. I partiti tradizionali marocchini vogliono imporre l’arabizzazione nell’insegnamento, Noi invece vogliamo difendere la cultura amazighe perché reputiamo sia una ricchezza e una prova di democrazia”.

Fonte: Liberal.