Archivi tag: mediterraneo

L’istruzione femminile: uno sguardo

A che punto è il progresso per l’educazione di bambine, ragazze e giovani donne nei Paesi in via di sviluppo?

Un ottimo articolo di Rebecca Winthrop.

 

Istruzione

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La fine di Bin Laden e la primavera araba

Un interessante articolo dal WPR.

Marea nera: cosa rischia il Mediterraneo?

Puo’ un incidente come il disastro petrolifero in atto nel Golfo del Messico accadere anche nel Mediterraneo? E’ l’interrogativo cui prova a dare risposta un articolo di Alessandro Candeloro che appare sul sito del PPRD South Programme, l’organismo europeo finanziato dall’Enpi per la cooperazione euromediterrana nella protezione civile. Evidenziando i punti critici e le misure di prevenzione poste in atto finora in particolare con la cooperazione internazionale.
In base al portale di settore Rigzone, scrive l’esperto, vi sono ad oggi 22 impianti estrattivi per il petrolio al largo delle coste mediterranee: sette in Egitto, cinque in Libia, quattro sia in Tunisia che in Italia, una in Croazia ed una a Malta. Le piu’ importanti riserve sottomarine di gas e petrolio si trovano lungo la costa adriatica italiana, nell’Egeo greco, nel golfo tunisino di Gabes e lungo le coste di Egitto e Libia. Sondaggi esplorativi sono anche in corso nelle acque di Marocco, Turchia ed Israele.
Oltre all’esplorazione, la causa piu’ importante di perdite nel Mediterraneo e’ rappresentata dal trasporto di petrolio grezzo di prodotti raffinati e residuali, tramite navigazione e condotti sottomarini. In base ai dati del Rempec – il Regional Marine Pollution Emergency Response Centre for the Mediterranean Sea gestito dall’International Maritime Organization (IMO) in cooperazione con l’UNEP Mediterranean Action Plan – tra il primo agosto 1977 ed il 31 dicembre 2007, circa 402 milioni di litri di petrolio si sono sversati nel Mediterraneo per effetto di incidenti (alcuni dei quali molto gravi, come quello della nave Haven nel golfo di Genova nel 1991) o di scarichi illeciti. L’autore cita anche il Blue Plan Report on Enviroment and Development in the Mediterranean del 2009, secondo il quale negli anni il rischio incidenti si e’ fatto piu’ marcato per quelli minori, come le collisioni in mare o gli inquinamenti di piccola scala.
Per le prime i punti piu’ a rischio sono negli stretti della Turchia e in quelli di Messina e di Gibilterrra, oltre che in tratti di mare ad alto traffico come nell’Italia del Nord e in Grecia e Francia del sud. Un’altra importante causa di inquinamento sono gli scarichi illeciti, nonostante la maggior parte dei Paesi mediterranei abbia ratificato la relativa convenzione di Marpol. Sempre secondo il Blue Plan Report, la maggior parte di tali Paesi ha siglato protocolli nazionali o regionali per la prevenzione dell’inquinamento, e sembra preparato ad affrontare emergenze, ma in alcuni casi mancherebbe ancora un’adeguata formazione del personale. Un ruolo utile puo’ dunque essere svolto dalla cooperazione regionale, quale quella offerta tramite il protocollo Unep/Map, i progetto SafeMed della Ue e le iniziative della European Maritime Safety Agency e del Mediterranean Oil Industry Group, che coinvolge le industrie. Sedici dei 22 Paesi dell’Unep Mediterranan Action Plan hanno firmato finora un protocollo specifico (ratificato da undici fino al 2009); nel 2006 e’ stato lanciato il progetto Safemed, gestito dal Rempec, mentre nel 2007 l’European Maritime Safety Agency ha acquistato cinque imbarcazioni specializzate.

Fonte: ANSAMed.

Ripensare il Mediterraneo

Il Mediterraneo, un luogo geografico che, nella storia, ha avuto momenti d’ombra e di splendore.
Ma è solo con la Rivoluzione Industriale che, la divisione tra Nord e Sud, ha reso più visibile e marcata la dicotomia tra “mondo sviluppato” e “mondo in via di sviluppo”.
L’evoluzione in forma dualistica delle economie dell’area mediterranea ha fatto sì che tra i paesi della sponda nord, appartenenti all’Unione Europea, e quelli della sponda sud vi siano forti differenze sostanziali che hanno conferito ai Paesi mediterranei della sponda settentrionale una posizione dominante all’interno dell’area.
Oggi si parla di dipendenze dalle monoculture del petrolio e dell’agricoltura: il settore petrolifero e quello agricolo sono le principali fonti, rispettivamente di entrata e di occupazione, per le economie dei Paesi mediterranei.
I Paesi che fanno maggior leva sulle risorse petrolifere sono Algeria, Libia, Siria, ed Egitto e se il petrolio e i minerali hanno un’importanza strategica per la formazione del PIL, poiché circa il 90% delle esportazioni di greggio è diretto ai mercati della sponda nord, in testa l’Italia seguita da Germania e Francia, il settore agricolo invece rappresenta una delle principali fonti di occupazione e benessere, contribuendo dal 10 al 20% del PIL e interessando almeno il 40% della popolazione.
Gli effetti della globalizzazione e della modernizzazione tecnologica dei sistemi produttivi hanno portato però, da un lato ad un debole aumento delle esportazioni e, dall’altro ad una forte dipendenza alimentare, aumentandone così il debito estero.
In particolare i Paesi mediterranei sono importatori nei comparti dei cereali, dei latticini, dello zucchero e delle carni e solo nel caso di frutta fresca e ortaggi diventa più favorevole la bilancia commerciale.
Queste asimmetrie economiche sono dovute anche alla dipendenza dai fattori climatici, dalla scarsità delle risorse idriche e dai problemi socio-politici.
Ecco perché i PAS (Piani di aggiustamenti strutturali) proposti dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, con l’obiettivo di raggiungere l’equilibrio nei Paesi in via di sviluppo attraverso la riduzione delle spese governative e l’eliminazione degli ostacoli all’iniziativa privata e al commercio, hanno ancora fallito lasciando irrisolta la questione economica nell’area mediterranea e in quelle del Terzo mondo.
All’accusa di fallimento è possibile dare due interpretazioni: da una parte la colpa è stata addossata alla mancanza di impegno da parte dei governi nell’attuare le politiche di liberalizzazione e alla scarsa capacità amministrativa degli Stati di intraprendere le riforme istituzionali; dall’altra l’assenza di una conoscenza reale della condizione politica, sociale ed economica ha indebolito i processi decisionali.
Difatti i dati dimostrano che il perseguimento di queste politiche, che nella maggior parte dei casi prendono in considerazione solo alcuni aspetti, ha aggravato le condizioni socioeconomiche senza offrire una risposta reale ai bisogni della popolazione.
La povertà, la forte dipendenza alimentare, e i movimenti migratori non dipendono solo da una cattiva gestione economica, bisogna considerare la necessità di attuare precisi piani di intervento su diversi fronti: sanità, urbanizzazione, politiche occupazionali privilegiando la crescita della produttività e dei redditi.
Se oggi la dicotomia tra area sud e nord del bacino mediterraneo persiste è perché non si è ancora riusciti a trasferire quel “sano” processo di modernizzazione che i Paesi della sponda nord hanno sostenuto attraverso il know how, l’informazione e gli investimenti.
Ripensare il Mediterraneo non significa solo inaugurare una zona di libero scambio ma ripartire proprio dalle diversità valorizzandone i mercati e le economie, solo così si riuscirà a parlare di crescita delle società mediterranee.

Fonte: Assadakah.

Nasce il Centro Marsiglia per l’Integrazione nel Mediterraneo

Migliorare la cooperazione, incoraggiare lo sviluppo durevole e favorire una maggiore integrazione delle politiche dei Paesi Med.
E’ questo l’obiettivo dichiarato del nuovo Centro di Marsiglia per l’integrazione nel Mediterraneo (CMIM), lanciato nella citta’ francese in occasione della Settimana economica del Mediterraneo.
Il nuovo organismo – che conta tra i suoi fondatori, oltre al governo francese, alla Banca Mondiale e alla Banca europea degli Investimenti (Bei), i governi di Egitto, Giordania, Libano, Marocco e Tunisia – si propone come una piattaforma di assistenza tecnica alla modernizzazione delle politiche pubbliche dei Paesi del Mediterraneo, in molteplici settori come lo sviluppo urbano, i trasporti, la prevenzione dei cambiamenti climatici e il sostegno all’innovazione delle Pmi.
Il Centro dovra’ anche favorire forme di partenariato tra le Sponde Nord e Sud per realizzare le numerose iniziative in programma nella regione, in particolare quelle indicate come prioritarie dall’Unione per il Mediterraneo. ”L’Upm funziona secondo la cultura dei progetti, dunque bisognera’ mettere in piedi dei progetti di partenariato tra pubblico e privato”, afferma Renaud Muselier, vicesindaco di Marsiglia e presidente del Consiglio culturale dell’Upm. ”L’obiettivo della Banca Mondiale e’ di favorire l’integrazione regionale attraverso le scambio di conoscenze, l’armonizzazione degli standard e delle leggi e la promozione di progetti di sviluppo regionale”, spiega Shamshad Akhtar, vicepresidente della Banca Mondiale per la regione Middle East North Africa (MENA). ”Faremo in modo – assicura – che questo partenariato porti a risultati concreti per la regione e contribuisca a ridurre la disoccupazione e la poverta”’. Per Philippe de Fontaine Vive, vicepresidente della Bei, ”il Centro di Marsiglia mira ad instaurare un partenariato di qualita’, associando totalmente i Paesi della riva sud alla riflessione sui progetti e alla loro realizzazione”.
Per ora sono 14 i programmi che saranno sviluppati nell’ambito del CMIM, in cinque settori: sviluppo urbano e del territorio, sviluppo durevole, occupazione e mobilita’ professionale, trasporti e logistica, innovazione.

Fonte: AnsaMed.

24 - Porto Marsiglia