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Mostra fotografica: Il ruolo dell’Italia nella NATO

Il Presidente del Comitato Atlantico Italiano, On. Enrico La Loggia e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Vincenzo Camporini, hanno inaugurato nella serata di ieri, presso la Sala Giubileo del Complesso del Vittoriano, la Mostra fotografica “Il ruolo dell’Italia nella NATO”.
Si tratta di una iniziativa del Comitato Atlantico Italiano, in collaborazione con lo Stato Maggiore della Difesa per proporre un momento di riflessione e di approfondimento su ciò che la NATO ha rappresentato per l’Italia e su come l’Italia, le sue Istituzioni – e tra queste le Forze Armate – hanno saputo partecipare e integrarsi nella sua struttura politica e militare.
Attraverso un sintetico ma significativo percorso, costituito da oltre 30 pannelli, con foto d’epoca, estratti di documenti storici, immagini e filmati relativi ad alcune delle missioni a cui l’Esercito, la Marina, l’Aeronautica e i Carabinieri hanno partecipato, si ripercorrono le tappe principali dei 61 anni di appartenenza all’Alleanza Atlantica, osservando anche come lo strumento militare italiano si sia evoluto e integrato efficacemente nell’attività operativa e di peace-keeping internazionale.

La mostra, con ingresso gratuito, sarà aperta sino al 5 dicembre 2010, con i seguenti orari: 9.30 – 19.30.

Fonte: Ministero della Difesa.

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Quando gli italiani danno il meglio di sé

Una sera d’estate in una terrazza romana a parlare con un amico, capitano di ritorno dall’Afghanistan: la moglie aspetta un bambino e lui ha rinunciato a tutte le ferie intermedie per poter rientrare con un mese di anticipo e assistere alla nascita del figlio.
Negli occhi il cielo di Kabul, quello vero, più intenso di quello che abbiamo vagheggiato inseguendo con la fantasia «il cacciatore di aquiloni».
Si capisce subito che ripartirebbe domani. Per guadagnare di più? Sono 100 dollari al giorno in busta paga, una settantina di euro, chi pensa che questo sia il motivo che spinge un ufficiale di trentacinque anni a partire e a rischiare di morire è uno sciocco. Si parte per fare al meglio il proprio lavoro, per vivere un’esperienza irripetibile, per incrociare mondi che non avresti mai pensato di conoscere, per sentirsi utili, per provare emozioni, per vivere la speranza di ritornare, per stare nel cuore della storia. Si parte perché si è un soldato dell’esercito italiano, che preferisce vivere sei mesi a Kabul che non passare carte a Roma.
In Afghanistan ha lavorato all’Isaf. Ogni mattina usciva armato e col giubbotto antiproiettile per incontrare i rappresentanti delle tribù locali e organizzare con loro l’amministrazione della giustizia, l’approvvigionamento idrico, l’istruzione, la sanità, la ricostruzione. Appena arrivato rimase impressionato dal discorso che gli fece un sergente inglese prima di affrontare il viaggio dall’aeroporto alla cittadella fortificata della Nato dove avrebbe vissuto in quei mesi: «Ci possono attaccare in ogni momento, se i tuoi compagni di viaggio morissero, tu dovrai comportarti in questo modo». Si guardarono tutti negli occhi e scoprirono di provenire da ogni parte del mondo. Gli affetti di ciascuno divennero improvvisamente lontani, il rimpianto per la quiete ministeriale pure: hai paura, ma sei in ballo e che Dio te la mandi buona. Lo pensò lui, lo pensarono gli altri e partirono in colonna con il dito tremante sul grilletto.
La situazione è complicata come in tutti i luoghi ove pulsano la guerra e la storia: il controllo del territorio è a macchia di leopardo, la corruzione è dilagante, ci sono zone tranquille e altre in mano ai talebani che avanzano. Rispetto agli schemi imparati a scuola ha capito che è necessario ripristinare e rispettare un tessuto tribale locale, l’unico riconosciuto dagli abitanti; un impasto di vita e di saggezza millenarie, fatto di anziani e capi tribù, la sola sovranità legittimata che la guerra ha lacerato nel tentativo di forzarla dall’esterno pensando di creare sulla carta uno Stato con una logica e una struttura occidentali.
Lo ascolto e penso a quanto siano lontani gli stereotipi in cui siamo cresciuti: l’Italia dei marmittoni, della leva obbligatoria, dei modi escogitati per evitarla. Forse è vero quello che si dice: il soldato italiano quando è all’estero offre il meglio di sé perché nello zaino si porta dentro oltre duemila anni di storia. E sì, perché c’è anche dell’orgoglio patriottico che condividiamo: lì a Kabul ci sono eserciti Nato di tutti i paesi del mondo, ma noi siamo considerati fra i migliori, i più efficaci, stimati, flessibili, rispettati. Il generale David Petraeus sa bene che degli italiani può fidarsi.
Nessuno sa se e quando lasceremo l’Afghanistan, è divisa perfino la Casa Bianca, ma una cosa è certa: se andare via significherà abbandonare quel paese nelle mani talebane, sarà la peggiore delle sconfitte.
Pensavo a quella sera di agosto quando ho appreso la notizia della morte di quattro soldati italiani e del ferimento di altri due. Vedo i loro volti tranquilli di ragazzi, lo sguardo pulito, scopro dove sono nati questi «caporal maggiori» di vent’anni: Lentini, Gagliano del Capo, Pescina, Aradeo, Alghero, Pisa. Una geografia di centro-sud, abitata da campanili sconosciuti, di cui ci accorgiamo solo tra un morto e l’altro. Che sia un’alluvione, una vittima della camorra o della mafia, un militare in missione. E per contrasto il pensiero corre all’Italia di oggi e agli spettacoli indecorosi cui siamo costretti ad assistere da ormai troppo tempo con un misto di assuefazione e di apatia, animati da «astratti furori» e da un sentimento di «quiete nella non speranza» che dominano le nostre incivili conversazioni: alle volgarità e alle ipocrisie populiste, alle bombe di carta e di veleno di questi mesi, lanciate a orologeria agli ordini per interessi di parte.
Ci sono poi le bombe vere, che irrompono tra le cronache di ricatti e irresponsabilità e colpiscono l’Italia silenziosa e migliore.
Da una parte lo svilimento, dall’altro la necessità di dare speranza e riscatto al presente e al futuro di questo paese.
Da una parte la politica che ha perduto ogni ideale, dall’altra gli alpini caduti a Farah.
Non è difficile decidere qual è la parte giusta.

Fonte: Il Sole 24 Ore.

ONU: il ruolo dell’Italia nel peacekeeping

Il contributo dell’Italia al peacekeeping ONU è di assoluta preminenza, sia dal punto di vista quantitativo (primo fornitore di Caschi Blu fra i Paesi occidentali e dell’Unione Europea e sesto finanziatore con quasi 180 milioni di euro nel 2009) e qualitativo, che in termini di articolazione dell’impegno in una pluralità di attività, ognuna cruciale per il successo delle operazioni di mantenimento della pace.
Tre i pilastri su cui si fonda: partecipazione sul terreno (UNIFIL e altre missioni); formazione (CoESPU); sostegno logistico (Base di Brindisi, UNLB).
Dal 2006 l’Italia è al primo posto come fornitore di Caschi Blu fra i Paesi occidentali e dell’Unione Europea ed undicesimo in assoluto.
I nostri militari, a differenza di molti altri contingenti, godono di autonomia logistica ed operativa e non gravano così direttamente sulle risorse dell’ONU (i rimborsi delle Nazioni Unite coprono solo una parte limitate dei nostri costi). Il decisivo contributo dell’Italia all’operazione di pace delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) è unanimemente riconosciuto. Dal 2006 l’Italia è il Paese con il contingente maggiore: attualmente 1900 militari, mentre nel passato erano state raggiunte le 2600-2800 unità. Italiano è stato il comando della missione, con il generale Graziano, fino al febbraio 2010, mentre dal 1 dicembre 2009 l’Italia ha assunto (per la terza volta) il comando della Task Force marittima di UNIFIL per sei mesi.

Formazione

Costituito su impulso italo-statunitense, il CoESPU (Centre of Excellence for Stability Police Units), operativo dal 2005 a Vicenza, ha formato sinora 2.300 ufficiali di polizia di 29 Paesi diversi (prevalentemente africani) ed arriverà a 3.000 nel 2010.
Secondo la filosofia del ‘train the trainers’, queste unità a loro volta formeranno 4.500 poliziotti aggiuntivi nei rispettivi Paesi, raggiungendo l’obiettivo di 7.500 unità stabilito al Vertice G-8 di Sea Island del 2004, che varò l’iniziativa.
Oltre alle attività di formazione condotte dai Carabinieri a Vicenza, dei team mobili composti da formatori specializzati del CoESPU e degli Stati Uniti, con la partecipazione di rappresentati del DPKO, si recano nei vari Paesi per verificare il livello di preparazione raggiunto, in un’attività di ‘monitoring/mentoring’.

Logistica

La Base Logistica delle Nazioni Unite (United Nations Logistics Base, UNLB), operativa a Brindisi dalla metà degli anni Novanta, è una struttura unica al mondo da cui dipende l’intera logistica delle numerose operazioni di pace delle Nazioni Unite nei vari continenti.
Nata come deposito di materiali al tempo dei conflitti balcanici, la UNLB si è sviluppata nel corso degli anni fino a divenire un centro di supporto globale per il peacekeeping ONU. Oltre alle funzioni di sostegno logistico, infatti, la base ospita la riserva strategica di materiali ed ha un ruolo chiave anche come centro di comunicazioni satellitari delle Nazioni Unite, di addestramento professionale e di supporto tecnico ai velivoli impegnati nei collegamenti con le missioni di pace. A Brindisi è stata trasferita anche la Forza di Polizia Permanente (Standing Police Capacity, SPC) delle Nazioni Unite.

Il contributo italiano al peacekeeping ONU non è solo presenza sul terreno ma anche definizione di linee strategiche ed elaborazione dottrinale. Sia nei contatti con il Segretariato, sia nei dibattiti negli opportuni fori (Assemblea Generale e Consiglio di Sicurezza), l’Italia sta partecipando all’esercizio di riforma del peacekeeping con la credibilità che le deriva dall’essere un Paese leader in questo settore

Fonte: MaE.