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L’Europa e il contagio della paura

Il risultato del voto svedese assume un significato che fa della Svezia il campione dei profondi mutamenti che, da qualche anno, stanno sconvolgendo il panorama politico dell’Europa nordica un tempo immune da tempeste, nevrosi e paure endemicamente diffuse nelle regioni meridionali e orientali del Vecchio Continente. Il significato storico ed emblematico di quanto è emerso dalle urne scandinave va ben al di là di un semplice regolamento o spostamento di conti elettorali da sinistra e destra.
Gli svedesi, assuefatti da quasi un secolo a vivere in un clima di welfare blindato, abbiente, pressoché infinito, hanno determinato col loro voto una sorta d’eutanasia rivoluzionaria: hanno staccato la presa dell’ossigeno al già indebolito partito socialdemocratico, infliggendogli, per la prima volta in ottant’anni, un catastrofico calo di oltre il 4 per cento. Sempre per la prima volta una coalizione moderata di centrodestra, guidata con accortezza dal premier Fredrik Reinfeldt ed elevata alla notevole percentuale del 49,1 (un passo dalla maggioranza assoluta), è riuscita non solo a portare a termine il mandato governativo, ma potrà e dovrà impegnarsi sia pure con qualche spinosa difficoltà nella formazione di un secondo esecutivo.
Nella lineare e neutrale vicenda della Svezia contemporanea, sostanzialmente modellata e condizionata dal predominio socialdemocratico, non era ancora successo dalla fine della guerra che i conservatori crescessero al punto di conquistare due mandati di seguito.
Il primo dato impressionante emerso dalle urne è infatti la conferma di quella che l’Economist, con icasticità clinica, definisce oggi «la strana morte della socialdemocrazia svedese». Basti pensare che solo cinque anni prima il severo Guardian, influente negli ambienti laburisti, vedeva nella Svezia forgiata dai governi di Olof Palme «la migliore delle società che il mondo avesse mai conosciuto». Per anni i socialisti europei, e non solo europei, avevano ammirato e contemplato nella nazione guida della Scandinavia un socialismo democratico austero e generoso insieme, capace di combinare un fisco esigentissimo e una spesa pubblica massiccia con un’economia robusta e un’alta qualità della vita. I Paesi vicini e consimili, Finlandia, Danimarca, Norvegia, perfino l’Olanda, cercavano d’imitarne con successo la lezione che conteneva in sé anche una notevole e talora ardita tolleranza nel settore dei diritti civili, concessi sia ai concittadini sia agli stranieri immigrati.
Dopo l’enigmatico assassinio di Palme nel 1986, mai chiarito fino in fondo, le prime ombre cominciarono a oscurare il paradiso socialdemocratico di Stoccolma. Iniziò a turbarsi la sostanziale stabilità politica, presero ad aprirsi parentesi governative gestite dai conservatori, la Svezia nel 1994 siglò gli accordi per l’ingresso nell’Unione Europea. Con il progressivo allargamento verso l’Europa orientale postcomunista si profilarono, anche per gli svedesi, ormai stanchi del modello socialista, troppo fiscale con i compatrioti e troppo indulgente con gli stranieri, i due problemi insidiosi che l’Europa intera conosce da alcuni anni: la crisi economica combinata con la crisi dell’immigrazione incontrollata. Sul piano economico il governo dei conservatori moderati, eletto nel 2006, capeggiato dal primo ministro Reinfeldt e amministrato dal responsabile delle Finanze Borg, ha saputo affrontare con sagacia e competenza la crisi, senza smantellare le fondamenta del sistema socialdemocratico ma correggendone gli eccessi ideologici e ammorbidendo con interventi liberisti e maggiore elasticità gli spazi operativi dell’industria privata. Il compromesso è riuscito, il prodotto lordo è aumentato, la disoccupazione è calata. Oggi la Svezia occupa un posto d’avanguardia nell’economia mondiale. Il contrasto con la situazione stentata di non pochi Paesi europei è più che notevole: è quasi schiacciante.
Alla fine, anche su questa Svezia economicamente risanata e ristabilizzata incombe lo stesso pericolo che oggi travaglia, assieme alle regioni scandinave, tanti altri Paesi europei. Esso incombe però con forza particolarmente nevrotica a Stoccolma, a Helsinki, a Copenaghen, ad Amsterdam, nelle parti fiamminghe del Belgio: cioè proprio nei vivai delle civiltà nordiche più evolute, fino all’altroieri culturalmente più aperte alla tolleranza e alla convivenza con il diverso, con l’esule, con l’immigrato in cerca di pane e di protezione. Il retaggio di tolleranza, di carità umana, depositato in quelle gelide terre settentrionali dal protestantesimo e dalle socialdemocrazie, si è come rovesciato nella grande paura dei diversi che oggi vagano e premono a tutte le porte del continente. Il cortocircuito prodotto dalla paura per la calata in massa dei dissimili, paura ancestrale, che per facile retorica definiamo troppo sbrigativamente «xenofobia», sta fomentando perfino nella civilissima Svezia una contropartita politica. Qui, difatti, si è verificata un’ennesima «prima volta» con la rottura dello sbarramento elettorale del 4 per cento e l’entrata imbarazzante in scena dell’estrema destra del giovanissimo Jimmie Akesson. Esorcizzati non solo dai perdenti socialdemocratici di Mona Sahlin, ma anche dal vincente conservatore Reinfeldt, i «Democratici svedesi» capitanati da Akesson hanno raggiunto, pare, più del 6,5 percento dei voti al grido «restituiamo la Svezia alla Svezia». La situazione è poco piacevole soprattutto per Reinfeldt che, dopo aver annunciato che non toccherà Akesson «neppure con le pinze», potrebbe vedersi costretto a trattare una scandalosa coalizione proprio con l’intoccabile. La vittoria del centrodestra moderato è stata purtroppo incompleta: alla coalizione manca una manciata di voti per formare un esecutivo da soli.
Non sappiamo quello che potrà succedere a giorni a Stoccolma. Sappiamo invece che la paura sta dilagando per il Nord. In Finlandia stanno correndo forte i cosiddetti «Veri finlandesi» che esaltano la «dignità delle tradizioni silvane». In Danimarca sta crescendo il «Partito del popolo» che basa la sua campagna sul «pericolo immigrati». In Olanda il «Partito della libertà» di Geert Wilders ha già 24 seggi in Parlamento e intrattiene contatti sempre più stretti con i consanguinei nazionalisti fiamminghi di Vlaams Belang. Tutti, compresi i nazionalradicali di Budapest e di Bucarest, si riuniranno a fine ottobre ad Amsterdam per festeggiare l’ormai leggendario Wilders.
Si vede, insomma, che il caso svedese è tutt’altro che isolato. L’Europa si è fatta più piccola, mentre la paura, che andrebbe studiata e non solo respinta con anemica «correttezza politica», si va facendo sempre più grande e più ubiqua. Non basta condannare alla rinfusa i «cattivi». Bisognerebbe anche sforzarsi di spiegare come e capire perché sono diventati tali dal Baltico fino al Danubio.

Fonte: Enzo Bettiza per “La Stampa”.

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Ecco come la jihad ha plagiato gli afghani

Tamim Ansary è nato a Kabul nel 1948 da padre afghano e madre americana. A 16 anni si è stabilito negli Stati Uniti, dove si è dedicato molto presto alla divulgazione storica. È diventato famoso dopo l’11 settembre per una mail pubblica dove spiegava il punto di vista di un afghano-statunitense sull’attentato. Nel testo descriveva i talebani e Bin Laden alla stregua dei nazisti, ma faceva anche notare che la maggior parte degli afghani erano loro «prigionieri», sconsigliando l’uso massiccio delle bombe e un’invasione non mirata. Da allora ha scritto molti libri per approfondire il rapporto fra Oriente e Occidente, fra cui West of Kabul, East of New York e l’ultimo, appena pubblicato da Fazi, Un destino parallelo . Ansary lo presenterà al festival «èStoria» di Gorizia.

Professor Ansary, dopo l’11 settembre lei, come afghano-statunitense, mandò un’appassionata mail discutendo l’attacco dalla sua particolare prospettiva. A dieci anni di distanza quali sono le sue valutazioni?
«Io allora dissi che bisognava distinguere fra talebani e afghani. Dopo una settimana di bombardamenti massicci persino Rumsfeld finalmente ammise che le cose non funzionavano… “Non ci sono veri bersagli da colpire”, disse. Allora gli Stati Uniti passarono a una politica più sfumata, aiutando sul campo l’Alleanza del Nord. E io credo abbiano fatto bene. Si dica quel che si vuole a proposito di quella collettanea di signori della guerra, strangolatori, patrioti e ladri: alla fin fine erano afghani e sapevano che cosa fare in Afghanistan. Ancor più importante il fatto che gli Usa siano riusciti a convincere i servizi segreti pakistani a sganciarsi dai talebani di Kabul… Insomma, si stava aprendo una finestra di buone possibilità di successo. Avrebbe potuto funzionare se gli Usa avessero sostenuto subito una ricostruzione della società civile…».

E invece?
«Invece si sono lanciati nel conflitto iracheno e l’Afghanistan è passato in seconda fila, precipitando di nuovo nel caos… Anche perché se il Pakistan ufficialmente collabora con l’Occidente, ciò che fanno alcuni pakistani è tutta un’altra storia…».

Chi sono esattamente i talebani contro cui combattiamo?
«All’origine il movimento degli “studenti religiosi” è nato durante la guerra con i russi. Sono stati rapidamente cooptati da un’alleanza di potere tra jihadisti e servizi segreti pakistani che volevano usare il movimento come cavallo di Troia per occupare l’Afghanistan. I quadri sono stati quasi tutti reclutati nei campi di esuli afghani che si trovavano sul territorio pakistano. Reclutavano soprattutto ragazzini poveri plagiandoli sin dalla gioventù… Però col passare degli anni il movimento si è frammentato e ha assunto caratteri xenofobi e localistici. Usano la bandiera dell’Islam per scatenare l’odio contro tutto ciò che viene da fuori, sia che siano gli occidentali sia che si tratti del governo di Kabul».

In Occidente si tendono a identificare afghani e talebani?
«Purtroppo la distinzione sta sparendo anche tra gli afghani. Gli islamisti che sono venuti in Afghanistan hanno sfruttato così bene le tensioni tribali e le fratture che qualsiasi membro delle tribù che si oppongono al governo può venir etichettato come talebano».

Si parla spesso della necessità di trattare con i talebani e di trovare un modo di reintegrarli nella società afghana…
«La questione: è reintegrare chi in che cosa? È vero che molti di quelli coinvolti nella rivolta talebana sono solo contadini che lottano per sopravvivere. Se gli si dessero delle possibilità probabilmente le coglierebbero… Solo che non esiste una società civile afghana che per queste persone rappresenti qualcosa. E non è solo una questione di soldi, non basta dargli qualcosa più di quello che gli danno i talebani».

Ma allora come difenderci dai terroristi e dai talebani? Due soldati italiani sono stati appena uccisi…«Mi spiace molto per i vostri soldati, ma sul caso specifico non so abbastanza per non parlare a sproposito… In generale solo un governo afghano stabile e forte può creare una società che chiuda le porte del Paese al terrorismo. E questo non si può ottenere se non con le tecniche specifiche e i trucchi della politica afghana. Non basta la forza. Se mai accadrà, accadrà attraverso manipolazioni, pagamenti, matrimoni combinati, concessioni strategiche, appelli alla legislazione islamica, compravendite di cavalli, frodi… L’Occidente non ha idea di come maneggiare una cosa del genere…».

Non è comunque una soluzione semplice…
«Dio mi scampi dal dare l’impressione di avere soluzioni certe. Si sono fatti errori in passato e ora rimediare è difficilissimo. Se le forze occidentali si ritirassero milioni di afghani modernisti che vivono nelle città soffrirebbero orribilmente. Se invece non si ritirassero i talebani userebbero la loro presenza per rinforzare la “narrativa” sull’invasione straniera. Le limitazioni che le forze occidentali si impongono per non colpire i civili le rendono vulnerabili, ma se colpiscono i civili… E così via. Le buone notizie vengono dalle piccole cose. La questione è se sia possibile investire in un cambiamento lento mentre contemporaneamente si viene colpiti e sabotati».

In Un destino parallelo lei ha cercato di far percepire a un lettore occidentale che cosa significhi appartenere alla comunità islamica. La percezione degli eventi è davvero così diversa?
«Sì e no. Un pezzo del mondo islamico si è, come dire, occidentalizzato. Questo contatto con l’Occidente ha allargato i conflitti interni e i disagi psicologici. Soprattutto in società come quella pakistana in cui c’è una grossa divisione tra i modernisti che vivono nelle città e la realtà tribale dei villaggi… Quando poi i modernisti, come molti islamici che vivono in Europa, non riescono più a far convivere le due polarità, c’è chi ripiomba in maniera fortissima nel versante islamista».

Che cosa gli occidentali proprio non capiscono dell’Islam?«Molti credono che l’Islam sia una religione che permea una società. Ma non è così. L’Islam è una società, è totalizzante. E molti musulmani che all’interno di questa società accettano e predicano valori come la fratellanza e la pace. Non riescono però a rendersi conto che vanno praticati anche al di fuori dei confini di questa comunità e delle sue regole. Questo gioca a tutto vantaggio di chi vuole fomentare lo scontro».

Per lei che vive sospeso tra questi due mondi facendo da ponte, non deve essere facile…
«Spero che niente di quanto le ho detto dia l’impressione che la questione sia facile. In caso contrario devo essermi spiegato male».

Fonte: Il Giornale.

Ritorno ad Astrachan: dove i musulmani proteggono le chiese

Basta il nome per evocare il lusso di pregiatissime morbide pellicce, ma questa città di oltre mezzo milione di abitanti, sorta su dodici isole separate dai canali e perciò battezzata la Venezia del Caspio, è anche un florido centro commerciale che deve la sua ricchezza al petrolio e al caviale.
Rasa al suolo nel Medioevo da Tamerlano, aggredita nel ’500 da Ivan il Terribile (vicenda che ispirò l’incandescente «Oratorio» di Sergej Prokofiev), sgominata dai cosacchi, devastata da una serie di paurosi incendi e infine decimata dal colera nel 1830, Astrachan ebbe sorte migliore sotto Pietro il Grande, che fece costruire i cantieri navali, e durante il regno di Caterina II, che avviò le strutture industriali gettando le basi della prosperità odierna.

Ciò che vide il giovane ufficiale austriaco e scrittore Joseph Roth quando vi sbarcò negli anni Venti su un battello a vapore era un «mondo di poveri», di bambini che «vivono d’aria e di sventura», di scaricatori di porto che si sbronzano d’acquavite «e cantano come condannati a morte: mentre le città che s’incontrano lungo i 3.531 chilometri del Volga—il più lungo fiume europeo—sono le più tristi che io abbia mai visto».

Facendo il percorso inverso —ma in treno, non in barca—sulla sponda occidentale del fiume (ancora ghiacciato ai primi d’aprile), i grossi e piccoli centri abitati lungo la strada da Astrachan a Nizhny-Novgorod (la ex Gorky, per dirla con risparmio di ostiche consonanti) non mi sono parsi così deprimenti: né avrebbe potuto essere diversamente se si tiene conto che dal viaggio di Roth, nell’estate del ’26, ad oggi, sono passati quasi cent’anni e la fisionomia della Russia è stata drammaticamente alterata da rivoluzioni e guerre. Se l’odore (o il profumo) del pesce ti dà la nausea, Astrachan è città da evitare, nel modo più assoluto: perché esso ti insegue e perseguita ovunque, sprigionandosi giorno e notte dalle bancarelle del mercato coperto dove sono stivati quintali e quintali di lucci, siluri, carpe, storioni, aringhe affumicate. Tutta merce di ottima qualità che viene ulteriormente aromatizzata, in cene pantagrueliche, da un diluvio di ettolitri di vodka.

I cronisti del più importante quotidiano locale lamentano che nel delta del Volga la presenza degli storioni — dalle cui uova si ricava il caviale—si sia via via diradata facendone temere l’estinzione: «Negli anni Ottanta — precisa uno dei redattori — è stato raggiunto il punto più alto dello sfruttamento intensivo dello storione rosso, da cui si è potuto estrarre dal 13 al 22 per cento di caviale. Ma ora anche gli iraniani, sfruttando il Caspio, ne producono grosse quantità e ci fanno concorrenza. Non lo mangiano per motivi religiosi e quindi lo esportano all’estero col massimo profitto». Un’altra minaccia è costituita dal bracconaggio sempre più intenso nella regione del Daghestan, dove i bucanieri, talvolta con la complicità della polizia locale, catturano il pesce prima che arrivi ad Astrachan. Contro di loro le autorità di Mosca hanno fatto scendere in campo i «Piranas », reparti speciali cui vengono affidate le missioni più rischiose e difficili. Secondo gli esperti, occorrono 16 anni perché lo storione produca il caviale e il programma di rivitalizzazione del pesce più pregiato del Volga e del Caspio è alla fine «molto costoso». Ma quaggiù, nella retrovia meridionale se la ridono, convinti come sono che lassù a Mosca nessuno è in grado di distinguere il prodotto di valore da quello scadente e comunque il prezzo delle prelibate scatolette resta sempre molto alto. «Quello rosso—dice il collega russo che ci accompagna— si trova dappertutto, mentre di quello nero ne rimane pochissimo e beato chi se lo può permettere, come Vladimir Putin». Il raro privilegio è confermato da una foto che mostra il leader russo mentre bacia uno storione sulla riva del Volga e subito dopo, generosamente, lo ributta in acqua: «Un gesto — aggiunge il giornalista—che secondo me ha un significato preciso: oggi ci sono ricchezze più grandi del caviale, che pure rimane un grosso introito per l’economia nazionale. Ma stiamo vivendo nell’era del gas e del petrolio. Nel mare, a soli 150 chilometri da Astrachan, sono già in azione una schiera di pozzi che costituiscono la più solida garanzia per il nostro futuro».

Fortunatamente la natura è provvida e se lo storione comincia a scarseggiare ecco che i russi trovano in abbondanza nelle loro acque un altro grosso pesce, la vobla, da cui pure si ricava il caviale, che è diventato il piatto forte dei pescatori: tutta gente di insaziabile appetito e forza erculea, capace di «portare sulla schiena 240 chili» e di «stritolare una noce tra l’indice e il medio», come scrive Roth nella sua prosa omerica. Uomini che sono delle gru: e gru che solo possano essere abbattute da ettolitri di acquavite fatta in casa. Tuttavia, questo enorme patrimonio ittico viene costantemente insidiato dalle industrie che sfruttano l’acqua per accumulare energia idroelettrica, col risultato— avvertono gli scienziati—che nel Volga, nei suoi affluenti e nella rete dei canali non c’è più acqua sufficiente per le 45 mila tonnellate di pesce che vi guazzano dentro. Non stupisce che sia nato e continui a imperversare un conflitto tra la categoria dei pescatori e quella dei camici bianchi delle centrali idroelettriche. Nella periferia di Astrachan, fiumi, laghi, canali e stagni sono ancora tutti gelati. Sulla lastra di ghiaccio si vedono solo dei puntini neri, uomini e donne intenti a pescare. «Mia moglie ed io ci veniamo regolarmente— dice Larry, l’uomo che ci ha accompagnato in questa estrema solitudine, a 70 chilometri dalla città — facciamo un buco nel ghiaccio e tiriamo su i pesciolini, già belli congelati. Ma non mancano i pesci grossi. D’estate piovono qui orde di turisti, fino a un milione e mezzo di pescatori da strapazzo che noi chiamiamo selvaggi. Ma i pesci non abboccano».

Non credo sia facile tracciare una fisionomia di Astrachan, via via definita una città di profughi, di fuggiaschi, di gente in cerca di fortuna, una specie di approdo come per i pionieri del Far West. C’è però un connotato che la contraddistingue e viene giustamente sottolineato: e cioè che nella sua storia e tra le sue mura non vi sia mai stata la servitù della gleba. Retaggio che spiega in parte anche la pacifica convivenza odierna fra le due grandi etnie e le due grandi fedi religiose della popolazione: da una parte i russi ortodossi, dall’altra i tatari musulmani. Ed è perlomeno curioso che abbia affrontato l’argomento di questo straordinario fenomeno di concordia in un luogo neutro come la Cattedrale dell’Assunzione di Astrachan, una chiesa cattolica, grazie all’incontro con suor Anna, arrivata qui dal Canada francese 13 anni or sono, e con l’imam Farid, ambedue impegnati nella propria missione. «Ad Astrachan —spiega Farid—ci sono oggi più di 40 moschee, mentre prima, in un passato neanche troppo remoto, ce n’erano solo cinque. La presenza, in questa città, di 19 confessioni o fedi non ha creato mai alcun problema, al contrario. Io m’incontro spesso con suor Anna e con altri leader religiosi, mettiamo a confronto le diverse esperienze nel tentativo di appianare e superare le difficoltà che ogni Chiesa deve affrontare. Per quanto riguarda la mia religione, posso tranquillamente affermare che qui non si sono mai verificati episodi omanifestazioni di quel fanatismo islamico che ha provocato altrove gravi inquietudini e turbamenti. Non siamo mai scesi sul terreno di guerra nel nome di Allah. Avrà notato che ad Astrachan si vedono poche donne velate per le strade, anzi non ce ne sono più». La cattedrale, con le sue cupole splendenti in questa giornata di sole e d’azzurro, è stata costruita—informa suor Anna—grazie anche ai finanziamenti dei commercianti e degli industriali locali, per la maggior parte di fede islamica, che accomuna il 24 per cento della popolazione russa. «La cosa non deve stupire — aggiunge in fretta la religiosa canadese avvertendo la nostra sorpresa —. Negli anni Trenta, quando il regime ateo comunista di Mosca minacciava di distruggere tutte le chiese o farne dei magazzini e delle caserme, furono i tatari musulmani, qui ad Astrachan, a fare una catena umana attorno alla chiesa per impedire l’assalto dei militari ».

A Saratov—anch’essa sul Volga, mille chilometri a sud di Mosca, circa un milione di abitanti — la religione sembra avere un impatto più forte. Molta gente, inginocchiata sulla moquette, assiste alla cerimonia liturgica nella moschea di Rachida. «Sia l’Islam che la Chiesa ortodossa—dice l’imam—sono in piena attività e godono, ambedue, di una grande affluenza di pubblico. Le due religioni convivono pacificamente da sempre perché animate dagli stessi principi. Solo la liturgia è diversa». Il regime sovietico è intervenuto pesantemente contro l’una e l’altra fede: «La repressione ha colpito nella stessa misura la comunità cristiana come quella musulmana. Ognuna ha avuto i suoi martiri: gente ammazzata, deportata in Siberia». Queste sofferenze hanno rafforzato lo spirito religioso nella regione di Saratov, che si distingue per l’assiduità, da parte dei musulmani, ai pellegrinaggi annuali alla Mecca. «Ma — assicura l’imam— noi non siamo mai stati contaminati da quel movimento che viene definito integralismo islamico. E disponiamo di un organo interno che previene ogni tipo di estremismo ». I libri di storia informano che l’Islam approdò in questa parte del mondo nel nono secolo dopo Cristo per iniziativa dello sceicco arabo Ibn Fadlan. Attualmente, i musulmani della regione sono una piccola minoranza rispetto allo Stato totalmente islamico delle origini. L’attuale muftì di Saratov, Mukaddas Barbisov, ricorda di essere entrato nella moschea quando aveva 17 anni tra la disapprovazione dei suoi coetanei, che non vi avrebbero mai messo piede, perché — sottolinea — «durante il periodo sovietico, un credente era considerato un retrogrado, fosse esso musulmano o cristiano». Una filosofia non del tutto estinta.

Fonte: Ettore Mo per il Corriere della Sera.

Soldati italiani in missione: rischiano ogni giorno, ma ci si ricorda di loro solo quando muoiono

L’incubo della guerra nucleare. Scenari da war games, dove un pulsante decide della vita o della morte di milioni di persone.
Mentre il mondo dibatte su scenari apocalittici e di armi da guerre stellari, nelle regioni più instabili del Pianeta, un drappello di uomini, in divisa, lavora ogni giorno per evitare che le crisi da locali si trasformino in globali. Impegnati a impedire che il terrorismo trovi nuovi santuari per portare di nuovo attacchi nelle nostre città. Soldati esperti di nuove tecnologie, ma che ogni giorno calpestano il fango di strade sterrate e piene di insidie tra le montagne, roccaforti dei talebani. Bersaglieri e parà che proteggono i monasteri ortodossi dall’odio etnico in Kosovo.
La missione Kfor, da gennaio, ha ridotto il livello operativo a Multinational Battle Group West. Ora al comando è il colonnello Vincenzo Grasso, con il 9° Reggimento Fanteria «Bari». I nostri soldati restano impegnati a protezione della minoranza serba, i difesa dei luogi sacri come l’eremo di Decjane, addestrano le forze di polizia kosovare e sono in supporto alle organizzazioni umanitarie.
Fronte caldo anche l’isola caraibica di Haiti dove un terremoto ha seminato morte e distruzione. Una task force multiruolo con la portaerei ammiraglia Cavour come base e gli specialisti del Genio impegnati a terra a ad aiutare la popolazione. Uomini in divisa con il tricolore sul braccio che non si risparamiano. A rischio della vita. È l’impegno in Afghanistan. In questi giorni la Brigata Sassari al comando del generale di brigata Alessandro Veltri sta terminado la sua missione in Afghanistan. Al suo posto arriveranno gli Alpini della Taurinense guidati dal generele Claudio Berto, già operativo nel 2002 in Enduring Freedom a Khost con la «Nibbio 1».
È il nostro impegno maggiore «fuori area». Dove i pericoli sono maggiori. I nostri militari hanno pagato un pesante tributo di vite umane. Ma il loro impegno non è mai venuto meno. Nonostante i micidiali «ied», le trappole esplosive che gli americani chiamano «booby trap», i Lince con il tricolre continuano a pattugliare la provincia di Herat per proteggere la popolazione, stando al loro fianco, cercando di separarla dagli insorti e facendo sì che si sappia chi è dalla parte del governo afghano e chi, al contrario, ostacola il processo di crescita e sviluppo del Paese.
La vera sfida, come ribadito dal generale Stanley McChrystal, consiste non tanto nel numero degli insorti che le forze di Isaf riusciranno a neutralizzare quanto nel numero degli afghani che riusciremo ad avere dalla nostra parte. Per ottenere il consenso, il contingente italiano ha garantito in primo luogo la sicurezza della popolazione, difendendola dagli stessi insorti e pensando al loro benessere attraverso l’avvio delle molteplici attività di ricostruzione e sviluppo.
Appena due giorni fa è stato inaugurato nella zona di Shindand un ponte nella Zeerko Valley. Attraverso le unità Cimic sono state avviate diverse iniziative per sostenere l’emancipazione delle donne afghane anche attraverso il microcredito. Costruzione di case e scuole. Ma i soldati combattono. Tre giorni fa a Farsi, 130 chilometri ad est di Shindand, si è conclusa la più importante operazione elitrasportata condotta dai militari italiani del Regional Command West della «Sassari». I bersaglieri della Task Force Center hanno ripulito le «Gole di Farsi» dove si era rifugiato un consistente numero di «insorgenti». E mentre da una parte si sparava, un nucleo sanitario effettuava visite mediche nei villaggi circostanti.
Cuori e menti conquistati pregando sempre di portare a casa la pelle.

Fonte: Il Tempo.

Scontri tra cristiani e musulmani: oltre 200 morti in Nigeria.

Almeno 200 persone sono morte negli scontri fra pastori nomadi musulmani e cristiani di un villaggio non lontano dalla città di Jos, nel centro della Nigeria, come hanno reso noto alcuni testimoni.
Una fonte della Croce Rossa ha riferito che centinaia di abitanti stanno abbandonando le loro case a Jos a causa degli scontri.
Secondo quanto riportano testimoni locali, pastori islamici hanno attaccato il villaggio di Dogo Nahawa, a sud di Jos, sparando in aria e colpendo la popolazione a colpi di macete.
Circa 18 cadaveri sono stati portati fuori dalla città e sotterrati, altri feriti sono stati portati in ospedale. La Croce Rossa internazionale ha fatto sapere che molte persone stanno fuggendo dalle loro case.
La situazione nel Paese è sempre più tesa da quando il 9 febbraio scorso il vicepresidente Goodluck Jonathan è stato nominato presidente provvisorio in vista delle prossime elezioni presidenziali nel primo semestre 2011. Il rientro a sorpresa poi dell’ex presidente Umaru Yar’adua. Musulmano del sud, ha poi accentuato il clima di violenza, dal momento che Jonathan, cristiano, ha dichiarato di non voler lasciare la carica.

Fonte: TGCom.

Suor Virginie: la Madre Teresa della Beckaa.

Poco lontano da Zahle, la “sposa della Beckaa”, sulla collina di Ksara affacciata sui rigogliosi vigneti, c’è una casa speciale.
Vi abitano poco più di cento fra bambini e ragazzi, ma il loro numero, purtroppo, aumenta di giorno in giorno. Fanno tutti parte della stesso famiglia. E’ la famiglia Malouf.
Il capostipite è Suor Virginie Maalouf, Maman Virginie, come la chiamano i piccoli residenti. Nella serenità delle sale ordinate e accoglienti, nella gioia dell’area adibita al gioco di “Maison notre Dame des dons pur l’enfant heureux” – La Casa Nostra signora dei doni per il bambino felice – Suor Virginie accoglie orfani, bambini abbandonati, “bambini di strada” e quei “figli della guerra” che il Libano ha partorito in anni di conflitti. Tra di loro si chiamano “fratello” e “sorella”, indipendentemente dalla provenienza e dalla confessione religiosa.

Bambini cristiani, musulmani, drusi, condividono i momenti di gioco e di crescita nella struttura costruita nel 1980, dopo una prima esperienza nel 1970 a Hoch El Omara, per creare un luogo in cui si potesse respirare un’atmosfera diversa da quella fredda e impersonale degli orfanotrofi classici in cui aveva operato e mettere a disposizione una vera casa e una vera famiglia per i piccoli senza genitori. Grazie all’aiuto di alcuni generosi amici, nacque così la “Maison de Notre Dame des dons pour l’enfant heureux”. “Questa casa fu dapprima un modesto appartamento di quattro stanze in cui, durante la guerra, oltre cinquanta bambini trovarono rifugio”, racconta Suor Virginie ricordando i primi anni di attività. “Per circa un mese, i bombardamenti impedirono qualsiasi uscita. Dietro alle persiane chiuse, terrorizzata dal rumore delle bombe, questa grande famiglia nascente si dovette accontentare di mangiare spaghetti sconditi, fortunatamente immagazzinati prima del “diluvio di fuoco”. Nel 1987, Suor Virginie ha ottenuto i materiali necessari per la costruzione di una grande casa di 880 mq. Si è indebitata per acquistare il terreno e pagare i lavori, e qualche aiuto e donazione locale hanno permesso di raggiungere il budget richiesto.
“Ho sempre vissuto qui”, racconta Joe, che oggi ha 18 anni e frequenta l’università a Beirut, dove studia “Hotel management”. Aveva solo un’ora di vita quando è stato accolto in quella che sarebbe diventata la sua casa. E’ qui che torna ogni fine settimana, quando è libero dagli impegni universitari e può ritrovare la sua famiglia e aiutare Suor Virginie e le persone che lavorano nella struttura per garantire ai piccoli ospiti una vita dignitosa e, soprattutto, un futuro. Assieme agli educatori, le ragazze più grandi – di età fra i 14 e i 22 anni – aiutano Madre Virginie a occuparsi dei più piccoli. Tre impiegati, un autista e due cuoche completano il personale della struttura.
La giornata comincia alle cinque, per permettere a tutti di andare in bagno – vi sono solo quattro bagni per le esigenze di oltre cento persone – e prepararsi per la scuola. La mancanza di mezzi di trasporto costringe infatti a effettuare più viaggi con l’unico pulmino a disposizione, con conseguente perdita di tempo e denaro. Dopo la scuola, nel pomeriggio, ci si dedica allo studio, al gioco e alle attività educative e ricreative extrascolastiche, come le lezioni di canto e di musica, che hanno dato vita a una piccola corale che anima la messa della domenica nella chiesa di Zahle, ma anche gli spettacoli e le serate organizzate all’orfanotrofio. La formazione musicale completa l’eccellente educazione data da madre Virginie ai suoi bambini, e la giornata finisce con i canti e le preghiere collettive davanti alla statua della Vergine collocata all’ingresso della casa e quella situata nella piccola grotta artificiale accanto alla struttura. “L’istruzione è fondamentale per la crescita dei bambini”, commenta Suor Virginie, sottolineando che una buona istruzione deve essere garantita tutti. “E’ giusto che ogni bambino abbia le stesse possibilità e abbia accesso all’istruzione senza discriminazioni”. Dalla scuola materna alla scuola elementare, fino il diploma e poi l’università.Il sabato e la domenica sono invece dedicati alla realizzazione di piccoli oggetti di artigianato, che i bambini costruiscono con le proprie mani, esprimendo la propria creatività e fantasia: ricami, oggetti in legno, decorazioni pasquali e natalizie, ma anche decorazioni per abbellire e rendere accogliente l’orfanotrofio. Un modo per insegnare ai bambini il valore del lavoro e impiegare il tempo libero in modo utile.
Proprio in questi giorni si respira grande fermento a casa Maalouf. Tutti sono impegnati nella preparazione di decorazioni per un evento speciale: il 10 agosto si sposerà la sorella di Joe. Prima di lei, altre 47 ragazze ospiti dell’orfanotrofio si sono sposate e oggi continuano a far parte della grande famiglia Maalouf, che conta oltre 400 membri, considerati tutti i bambini e le bambine che sono stati ospiti della struttura. Molti di loro oggi vivono altrove e hanno una propria famiglia, ma fanno regolarmente visita a Maman Virginie e ai loro “fratellini” e “sorelline”. Per rafforzare il legame che la unisce ai suoi bambini, madre Virginie ha adottato tutti coloro che sono orfani di padre e di madre – è il caso di 16 ragazzi e ragazze di età compresa fra gli 1 e i 22 anni che vivono tuttora con lei – e ha donato loro il suo cognome.
Dietro ai sorrisi, alle grida di gioia, si celano storie di solitudine e violenze, storie troppo grandi per dei bambini che dovrebbero conoscere solo l’affetto, l’amicizia e il gioco. La storia di Mosè è tutta nel suo nome: è stato ritrovato lungo un fiume e poi accolto da Maman Virginie. E’ invece una storia di profonda solitudine quella di Charbel, abbandonato al suo destino e cresciuto per tre anni in mezzo alla natura. E’ difficile immaginare le violenze subite dalla piccola Fatima, di cui hanno ripetutamente abusato quando aveva solo tre anni. Oggi, grazie alle cure e all’amore di Suor Virginie e della sua grande famiglia, stanno ritrovando il sorriso.
Dietro alla serenità dell’orfanotrofio e alla normalità che Suor Virginie e i suoi collaboratori sono riusciti a creare, ci sono anche i grandi sforzi per superare le difficoltà quotidiane nel gestire la struttura: assicurare il cibo e l’istruzione a bambini e ragazzi, garantire loro un luogo dignitoso in cui vivere, pagare le bollette e le rette scolastiche. E poi ci sono la manutenzione e la necessità di sostituire i computer ormai obsoleti e acquistare l’arredamento per le aule studio. Ad aggravare la situazione contribuiscono le infiltrazioni d’acqua che hanno provocato un notevole deterioramento degli intonaci, in particolare nelle camere. L’insufficienza di energia elettrica rende inoltre necessario un generatore per evitare danni alla conservazione del cibo nei mesi più caldi e garantire il riscaldamento nei mesi invernali.
Maggiori risorse economiche servono per il completamento della nuova ala della struttura, cominciata tre anni fa e oggi sospesa, per offrire ai ragazzi più grandi un alloggio separato da quello delle ragazze. Uno spazio ideato e progettato da madre Virginie, che ha pensato proprio a tutto, preoccupandosi anche dello stato d’animo dei giovani ospiti. Oltre alle camere e alle aule studio ha previsto infatti degli “spazi in cui anche gli spazi dell’anima possano trovare una loro dimensione”, attraverso attività e luoghi che li aiutino a dimenticare le sofferenze: una piccola sala in cui raccogliersi in preghiera, spazi comuni, una graziosa pergola rilassarsi.
Per pagare i suoi debiti e far vivere la sua grande famiglia, Madre Virginie ha avuto l’dea di aprire nella sua casa un asilo e una colonia estiva per i bambini delle vicinanze: La Garderie, a cui i genitori possono affidare i figli durante le ore lavorative. Ma La Garderie non è solo un modo per recuperare nuove risorse: è anche uno strumento fondamentale per favorire l’integrazione dei bambini ospiti dell’orfanotrofio con i loro coetanei e la comunità locale. Ai momenti di gioco si aggiungono le altre iniziative organizzate per facilitare il contatto tra i bambini ed eliminare le differenze, come la colonia estiva o le giornate sulla neve nei mesi invernali.
Le difficoltà, seppur numerose, non scoraggiano Suor Virginie, che, con l’aiuto di chi ha a cuore il futuro dei bambini accolti a “Maison notre Dame des dons pur l’enfant heureux”, continua nel suo impegno perché possano continuare ad essere davvero felici. Ed è proprio per la forza d’animo, la sensibilità e la volontà che la contraddistinguono che Suor Virginie è conosciuta nella Beckaa come una nuova “Madre Teresa”.

Fonte: Assadakah.

Se il Vangelo fa paura…

Non è facile dirsi cristiani nella Babele «global».
La Santa Sede monitora i paesi dove la fede in Gesù è vietata o contrastata da jihadisti asiatici e africani, comunisti atei, fanatici indù o nazionalisti buddisti. Dalla Nigeria al Vietnam, dallo Yemen alla Cina, dall’Algeria all’Indonesia.
Il Novecento è stato il secolo con il maggior numero di martiri cristiani e il terzo millennio si è aperto seguendo la stessa striscia di sangue.
Ai tempi di Maometto lo Yemen era un regno cristiano che ospitava i musulmani in fuga dalla Mecca prima della conquista islamica. Ora gli yemeniti martirizzano i cristiani.
Persecuzioni come in Sudan o divieti come in Afghanistan, una delle nazioni meno raggiunte dal Vangelo, composta da 70 popoli ma quasi nessuno conosce Cristo.

La cristianità assediata spazia dall’Algeria (dove il proselitismo è proibito e le minoranze non musulmane devono tenere un profilo basso), all’Arabia Saudita dove è lecito praticare solo l’Islam e i lavoratori stranieri (filippini e indiani) non possono riunirsi in un luogo pubblico per pregare e per leggere la Bibbia. Nell’Azerbaigian musulmano i cristiani sono addirittura considerati la «quinta colonna dei nemici russi e armeni»: la maggior parte delle città e dei villaggi azeri non sono mai stati evangelizzati.
In Bangladesh i 18 tentativi di colpo di stato negli ultimi 25 anni sono sfociati nell’introduzione della Sharia e in discriminazioni tribali verso i cristiani come il divieto di usare l’acqua dei pozzi dei musulmani.
In Bielorussia i testi religiosi sono censurati, in Cina tra i 70 milioni di cristiani le bibbie circolano clandestinamente, in Nord Corea è vietata qualunque forma di religione ad eccezione dell’ideologia atea «juche» (l’uomo deve redimere se stesso). Chi viene trovato con un Vangelo finisce in lager dai quali quasi nessuno esce vivo. A scuola i bambini vengono spronati alla delazione, anche dei loro genitori.

A Cuba cattolici e protestanti hanno il marchio governativo di «parassiti sociali». I fedeli sono imprigionati e le chiese distrutte.
In Eritrea, ex colonia italiana, i missionari stranieri sono nel mirino dei fondamentalisti islamici, mentre in India gli indù radicali moltiplicano gli episodi di violenza indù contro i cristiani e molti stati hanno varato leggi «anti conversione».
In Indonesia gruppi islamici hanno lanciato la «Jihad» distruggendo 700 chiese e uccidendo 9mila fedeli: il governo pianifica la migrazione di musulmani nelle aree tradizionalmente abitate dai cristiani.
Ahmadinejad in Iran ha deciso di impedire le conversioni con misure rigide: le chiese non osano più accogliere gli (ex) musulmani per paura di spie e ritorsioni.
In Iraq gli islamici che si ribellano all’occupazione anglo-americana prendono di mira i luoghi sacri dei cristiani. Risultato: un esodo di massa.
Nelle Isole Comore esistono 780 moschee, ma nessuna chiesa, in Kuwait l’Islam è la religione di stato, solo i musulmani possono diventare cittadini, l’evangelizzazione è proibita.
Il governo scoraggia il cristianesimo dando incentivi economici ai musulmani e acquista grandi quantità di Bibbie per poi bruciarle. In Libia la letteratura cristiana può entrare nel Paese solo segretamente, gli incontri religiosi sono monitorati dai servizi di sicurezza.

Alle Maldive i cristiani praticano i loro culti solo in privato, in Malesia il permesso di costruire nuove chiese non viene quasi mai accordato e in Marocco le missioni sono proibite, i convertiti subiscono l’allontanamento forzato dalle loro famiglie, la perdita del lavoro, la prigione. In Mauritania la liberta religiosa non esiste e la legge coranica impedisce ai cittadini di entrare nelle case dei non musulmani. Chi segue Gesù rischia la pena di morte. In Nigeria la maggioranza musulmana del nord nega i diritti civili ai cristiani, spesso picchiati e uccisi. La Siria, invece, non consente l’evangelizzazione aperta e per i missionari stranieri la residenza è impossibile. In Somalia la «Sharia» viene applicata da giudici auto costituiti: i non musulmani subiscono fustigazioni, lapidazioni e sono costretti a emigrare. Non va meglio con il nazionalismo buddista. Nello stato himalayano del Bhutan il cristianesimo è ufficialmente vietato dal 1969 e perseguitato dal ‘96: i cristiani non possono mandare i figli a scuola, ottenere un impiego governativo, creare un’azienda, tenere riunioni in casa. Vengono incarcerati, torturati e, se non rinnegano la fede, espulsi. Le autorità dello Sri Lanka associano il cristianesimo al colonialismo, agli stranieri. Chiese e credenti sono assediati dall’intolleranza buddista.

Fonte: La Stampa.