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I piastrini degli Alpini in Russia

Dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” una storia che scalda il cuore.
E riesce a riportare in Italia un ricordo concreto di tanti giovani morti in Russia.

Qui trovate la storia ed il video realizzato.

L’attentato di Mosca: una brusca sveglia per la sicurezza aeroportuale

Da un intervento della AbcNews .

Via Lenin dalla Piazza Rossa?

Un curioso sondaggio dimostra come i due terzi dei moscoviti vorrebbero la rimozione dal mausoleo della Piazza Rossa.
Scoprite perché in questo articolo dal The Telegraph .

Il giro di vite di Alexander Lukashenko

Un articolo del The Christian Science Monitor .

L’inferno dietro la facciata: la dittatura cecena tirata a lucido

Anna Politkovskaya venne uccisa nel suo condominio di Mosca il 7 ottobre del 2006. Nel computer aveva pronto un altro articolo contro Ramzan Kadyrov, l’uomo che oggi è presidente della Cecenia. Da sette anni la giornalista scriveva di questa piccola repubblica della Federazione russa come di un buco nero della coscienza, dove stupri, torture e massacri erano norma per soldati e miliziani. «Un posto — sosteneva — dove alcuni possono fare quel che vogliono e gli altri devono accettarlo.
La Russia continua a permettere che esista un angolo del Paese dove i diritti civili non esistono.
È una scelta molto rischiosa» («Un piccolo angolo d’inferno», Rizzoli 2008).
Quattro anni sono passati dalla sua morte.
La Cecenia è ancora quel «posto»?
La repubblica non è più ufficialmente «zona di operazioni anti terroristiche» dall’aprile del 2009. Di «Grozny la sudicia», di «Grozny moderna Stalingrado », non c’è più traccia. La facciata è lucida, brillante. Sulla piazza che fu del palazzo presidenziale sovietico, il 33enne Kadyrov ha costruito la più grande moschea d’Europa, poi ha diviso in due l’ex «Leninsky Prospekt», la strada principale: fino alla moschea l’ha intitolata a «Putin», suo mentore, da lì in poi l’ha chiamata «Ahmad Kadyrov », suo padre. Imprese turche e coreane costruiscono grattacieli, di cui poi il giovane presidente, a nome della Fondazione Ahmad Kadyrov, regala alcuni appartamenti. La stessa cosa succede nel resto delle cittadine della pianura, da Gudermes ad Argun. I ristoranti di lusso che servono su tovaglie immacolate bollito e pastasciutta (il piatto nazionale) sono deserti, ma a Grozny sono aperte anche abbordabili pizzerie, gli italiani «Corleone» e «Sicilia», un cinese e persino un ambizioso sushi. I marciapiedi sono puliti, il monumento ai poliziotti «kadyroviani» caduti nella lotta al terrorismo spolverato ogni giorno.
La Politkovskaya non ha visto nulla di tutto questo, non ha potuto neppure sperimentare i nuovi alberghi di Grozny. Cosa avrebbe detto dell’Arena City, ad esempio? Venticinque stanze con idromassaggio e preservativi nel comodino, è tra i migliori. Capita che la sala del ristorante venga chiusa per garantire la privacy di vip locali come il deputato alla Duma di Mosca Adam Dilimkanov, cugino di Kadyrov, arrivato all’Arena City su una Porche Cayenne bianca opaca con altre dieci jeep blindate per la sua scorta armata. L’onorevole Dilimkanov è ricercato dall’Interpol per l’omicidio in Austria di un «kadyroviano » ribelle.
Le mamme spingono le carrozzine all’ombra di tabelloni in cui Kadyrov abbraccia bambini, soccorre mutilati e vecchi, stringe la mano a Putin, «ricorda e ama», come recitano gli striscioni, il padre ucciso. Pare un salto indietro ai tempi staliniani del culto della personalità. E non è l’unico parallelo con gli anni del Terrore comunista. Per Grozny circolano auto senza targa, dai vetri neri, piene di armati con le maschere sul volto. Sono squadre speciali «anti terrorismo », di fatto i padroni della vita di chiunque. In ogni momento possono fermarsi e rapire chi vogliono nella più assoluta impunità. I giudici nominati da Mosca rifiutano di avviare le indagini, i poliziotti comuni non accettano la denuncia e minacciano chi insiste a lamentarsi. È il terrore che quasi più nessuno è rimasto a raccontare. Il responsabile dell’ufficio ceceno di Memorial, la più celebre organizzazione per i diritti umani russa, è tra loro. Dokku Itsloyev è ormai il solo nell’ufficio ad aver conosciuto la Politkovskaya.
La sua collega di Memorial, Natalia Estemirova, amica ed erede spirituale della giornalista, è stata uccisa a Grozny nel luglio del 2009. I due capi dell’ufficio che l’hanno preceduto sono scappati per le minacce ricevute: Lidia Yusupova a Mosca, Shakhman Akbulatov in Francia. Anche all’Ong «Salviamo la generazione», citata tante volte nei libri della Politkovskaya, sono in pochi a ricordarla. I suoi amici, Zarema Sadulaeva, presidente, e suo marito, sono stati trucidati in città l’estate scorsa.
Dokku Itsloyev ha gli occhi appannati e la voce calma. Non si è mai mosso da Urus Martan, alle porte di Grozny. Ha visto e denunciato tutto: le due guerre, le retate, le violenze, le bombe, gli omicidi e ora il terrore kadyroviano. La bandiera blu dell’Unione europea che si è appeso dietro la scrivania sembra il suo unico scudo quando dice cose come queste: «La Cecenia vive di arbitrio e corruzione. Se il presidente è di buon umore, ferma la sua colonna di auto, scende e distribuisce rotoli da mille dollari. Il suo compleanno, quello della madre, della moglie e della prima figlia sono feste nazionali. In quei giorni la strada per Zentori, il villaggio dove è nato e dove si è costruito uno zoo privato con leoni e tigri, è intasata di questuanti. Arrivati alla sbarra che chiude il paese ricevono buste piene di denaro. Non possono essere soldi personali perché Kadyrov dichiara un reddito di 130mila euro l’anno. Ma neppure dello Stato perché sarebbe illegale distribuirli così senza criterio».
«Le spie sono dappertutto» scriveva Politkovskaya e l’unico scopo dei ceceni «è sopravvivere anche a prezzo della vita altrui». È ancora così. A Grozny si parla esclusivamente bene del presidente. In pubblico. Perché qui non esiste legge se non quella di Kadyrov. La gente «viene presa», si dice qui, e, quando va bene, ricompare il mattino dopo torturata in qualche stazione di polizia. Altrimenti c’è solo il cadavere. Pochi, sempre meno, hanno il coraggio di denunciare per la certezza di fare la stessa fine e perché, comunque, i magistrati si rifiuterebbero di aprire i procedimenti.
A Mosca aveva messo sull’avviso l’ex redattore de «La Stella Rossa», quotidiano dell’Armata e oggi direttore del giornale on line http://www.ej.ru Alexandr Golts: «Kadyrov ha quell’indipendenza che era stata rifiutata ai ceceni nel ’94. Il Cremlino non si intromette mai nei suoi affari, neppure quando i nemici di Kadyrov vengono eliminati a colpi di pistola sotto le mura del Cremlino». Figurarsi per le strade di Grozny.
A pochi metri dal palazzone dove la Estemirova ospitava la Politkovskaya, c’è il ristorante preferito da un avvocato ceceno, un altro dei pochi amici di Anna rimasti. «Niente nome, per favore, ormai è troppo pericoloso. Mi sono rassegnato anche a non accettare più cause contro i “kadyroviani”». L’avvocato ha esaminato gli ultimi cento processi a terroristi islamici o indipendentisti. «Si ripete sempre lo stesso copione: il ragazzo va in montagna ad addestrarsi con la guerriglia per due-tre settimane, poi gli dicono di tornarsene a casa e attendere ordini. Dopo un mesetto scatta un’operazione speciale nella quale il neoterrorista viene sequestrato, torturato o ucciso. Ora, siccome i campi descritti sono sempre gli stessi tre (Vedenò, Arshti e Roshni-Chiu) perché la polizia non va a prendere gli addestratori? La mia risposta è che quelli non sono veri guerriglieri, ma agenti che fabbricano colpevoli per ricevere i soldi di Mosca della guerra al terrorismo».
Non c’è chiarezza sul fiume di denaro che la Federazione russa versa per mantenere la «calma» nella riottosa Cecenia. Il presidente Kadyrov parla di un «piano di ricostruzione finanziato da Mosca da 600 milioni di euro l’anno». Ma stipendi di poliziotti, insegnanti, medici, funzionari pubblici, nonché infrastrutture ed energia sono totalmente a carico di Mosca. Il conto finale dovrebbe oscillare tra gli 8 e i 12 miliardi di euro l’anno cui vanno aggiunti centinaia di milioni ottenuti pompando petrolio di contrabbando o con la «tassa per la pace» ottenuta dalle comunità cecene all’estero. «Non so quali siano i metodi—ammette Itsloyev —, ma devono essere convincenti. Circola sui telefonini un video sull’enorme caveau della Fondazione Kadyrov in cui i dollari arrivano a metà parete. Pare sia umido e le guardie stendano le banconote al sole per eliminare la muffa».
Sono tanti i modi con cui un politico può diventare oligarca oggi in Russia. Kadyrov li sta sperimentando a uno a uno. Dopo petrolio e guerra al terrorismo sta scoprendo commercio e turismo. L’aeroporto di Grozny è appena salito al rango di scalo internazionale, ma non per portare pellegrini alla Mecca o capitali negli Emirati Arabi. L’obbiettivo è avere da Mosca il diritto alla dogana, così da qui potranno partire e arrivare merci di ogni genere con il solo controllo dei «kadyroviani». Sulla spinta delle Olimpiadi Invernali di Sochi del 2014, poi, Kadyrov progetta una stazione sciistica. «Saremo la Svizzera dell’Asia» assicura. «Una scelta molto rischiosa» scriveva Politkovskaya. A quattro anni dalla morte sembra aver avuto ragione. «Ramzan Kadyrov — dice a Mosca Pavel Felghenhauer, analista militare —è per il Cremlino quel che un re goto era per l’Impero romano: un aiuto oggi, ma un pericolo domani. Kadyrov ha denaro e potere autonomi. Il suo esercito è fatto 20-30mila uomini, 3 o 4 volte più numerosi dei guerriglieri che hanno cacciato Mosca nel 1996 da Grozny. È gente spietata, decisa a tutto. Sanno che se perdessero il potere verrebbero uccisi dalle vendette cecene o arrestati dalla Russia. In caso di rottura dell’alleanza personale tra Kadyrov e Putin non avrebbero altra scelta che combattere e sarebbe una guerra decisamente più difficile di quelle che abbiamo già visto».

Fonte: Corriere della Sera.

Ritorno ad Astrachan: dove i musulmani proteggono le chiese

Basta il nome per evocare il lusso di pregiatissime morbide pellicce, ma questa città di oltre mezzo milione di abitanti, sorta su dodici isole separate dai canali e perciò battezzata la Venezia del Caspio, è anche un florido centro commerciale che deve la sua ricchezza al petrolio e al caviale.
Rasa al suolo nel Medioevo da Tamerlano, aggredita nel ’500 da Ivan il Terribile (vicenda che ispirò l’incandescente «Oratorio» di Sergej Prokofiev), sgominata dai cosacchi, devastata da una serie di paurosi incendi e infine decimata dal colera nel 1830, Astrachan ebbe sorte migliore sotto Pietro il Grande, che fece costruire i cantieri navali, e durante il regno di Caterina II, che avviò le strutture industriali gettando le basi della prosperità odierna.

Ciò che vide il giovane ufficiale austriaco e scrittore Joseph Roth quando vi sbarcò negli anni Venti su un battello a vapore era un «mondo di poveri», di bambini che «vivono d’aria e di sventura», di scaricatori di porto che si sbronzano d’acquavite «e cantano come condannati a morte: mentre le città che s’incontrano lungo i 3.531 chilometri del Volga—il più lungo fiume europeo—sono le più tristi che io abbia mai visto».

Facendo il percorso inverso —ma in treno, non in barca—sulla sponda occidentale del fiume (ancora ghiacciato ai primi d’aprile), i grossi e piccoli centri abitati lungo la strada da Astrachan a Nizhny-Novgorod (la ex Gorky, per dirla con risparmio di ostiche consonanti) non mi sono parsi così deprimenti: né avrebbe potuto essere diversamente se si tiene conto che dal viaggio di Roth, nell’estate del ’26, ad oggi, sono passati quasi cent’anni e la fisionomia della Russia è stata drammaticamente alterata da rivoluzioni e guerre. Se l’odore (o il profumo) del pesce ti dà la nausea, Astrachan è città da evitare, nel modo più assoluto: perché esso ti insegue e perseguita ovunque, sprigionandosi giorno e notte dalle bancarelle del mercato coperto dove sono stivati quintali e quintali di lucci, siluri, carpe, storioni, aringhe affumicate. Tutta merce di ottima qualità che viene ulteriormente aromatizzata, in cene pantagrueliche, da un diluvio di ettolitri di vodka.

I cronisti del più importante quotidiano locale lamentano che nel delta del Volga la presenza degli storioni — dalle cui uova si ricava il caviale—si sia via via diradata facendone temere l’estinzione: «Negli anni Ottanta — precisa uno dei redattori — è stato raggiunto il punto più alto dello sfruttamento intensivo dello storione rosso, da cui si è potuto estrarre dal 13 al 22 per cento di caviale. Ma ora anche gli iraniani, sfruttando il Caspio, ne producono grosse quantità e ci fanno concorrenza. Non lo mangiano per motivi religiosi e quindi lo esportano all’estero col massimo profitto». Un’altra minaccia è costituita dal bracconaggio sempre più intenso nella regione del Daghestan, dove i bucanieri, talvolta con la complicità della polizia locale, catturano il pesce prima che arrivi ad Astrachan. Contro di loro le autorità di Mosca hanno fatto scendere in campo i «Piranas », reparti speciali cui vengono affidate le missioni più rischiose e difficili. Secondo gli esperti, occorrono 16 anni perché lo storione produca il caviale e il programma di rivitalizzazione del pesce più pregiato del Volga e del Caspio è alla fine «molto costoso». Ma quaggiù, nella retrovia meridionale se la ridono, convinti come sono che lassù a Mosca nessuno è in grado di distinguere il prodotto di valore da quello scadente e comunque il prezzo delle prelibate scatolette resta sempre molto alto. «Quello rosso—dice il collega russo che ci accompagna— si trova dappertutto, mentre di quello nero ne rimane pochissimo e beato chi se lo può permettere, come Vladimir Putin». Il raro privilegio è confermato da una foto che mostra il leader russo mentre bacia uno storione sulla riva del Volga e subito dopo, generosamente, lo ributta in acqua: «Un gesto — aggiunge il giornalista—che secondo me ha un significato preciso: oggi ci sono ricchezze più grandi del caviale, che pure rimane un grosso introito per l’economia nazionale. Ma stiamo vivendo nell’era del gas e del petrolio. Nel mare, a soli 150 chilometri da Astrachan, sono già in azione una schiera di pozzi che costituiscono la più solida garanzia per il nostro futuro».

Fortunatamente la natura è provvida e se lo storione comincia a scarseggiare ecco che i russi trovano in abbondanza nelle loro acque un altro grosso pesce, la vobla, da cui pure si ricava il caviale, che è diventato il piatto forte dei pescatori: tutta gente di insaziabile appetito e forza erculea, capace di «portare sulla schiena 240 chili» e di «stritolare una noce tra l’indice e il medio», come scrive Roth nella sua prosa omerica. Uomini che sono delle gru: e gru che solo possano essere abbattute da ettolitri di acquavite fatta in casa. Tuttavia, questo enorme patrimonio ittico viene costantemente insidiato dalle industrie che sfruttano l’acqua per accumulare energia idroelettrica, col risultato— avvertono gli scienziati—che nel Volga, nei suoi affluenti e nella rete dei canali non c’è più acqua sufficiente per le 45 mila tonnellate di pesce che vi guazzano dentro. Non stupisce che sia nato e continui a imperversare un conflitto tra la categoria dei pescatori e quella dei camici bianchi delle centrali idroelettriche. Nella periferia di Astrachan, fiumi, laghi, canali e stagni sono ancora tutti gelati. Sulla lastra di ghiaccio si vedono solo dei puntini neri, uomini e donne intenti a pescare. «Mia moglie ed io ci veniamo regolarmente— dice Larry, l’uomo che ci ha accompagnato in questa estrema solitudine, a 70 chilometri dalla città — facciamo un buco nel ghiaccio e tiriamo su i pesciolini, già belli congelati. Ma non mancano i pesci grossi. D’estate piovono qui orde di turisti, fino a un milione e mezzo di pescatori da strapazzo che noi chiamiamo selvaggi. Ma i pesci non abboccano».

Non credo sia facile tracciare una fisionomia di Astrachan, via via definita una città di profughi, di fuggiaschi, di gente in cerca di fortuna, una specie di approdo come per i pionieri del Far West. C’è però un connotato che la contraddistingue e viene giustamente sottolineato: e cioè che nella sua storia e tra le sue mura non vi sia mai stata la servitù della gleba. Retaggio che spiega in parte anche la pacifica convivenza odierna fra le due grandi etnie e le due grandi fedi religiose della popolazione: da una parte i russi ortodossi, dall’altra i tatari musulmani. Ed è perlomeno curioso che abbia affrontato l’argomento di questo straordinario fenomeno di concordia in un luogo neutro come la Cattedrale dell’Assunzione di Astrachan, una chiesa cattolica, grazie all’incontro con suor Anna, arrivata qui dal Canada francese 13 anni or sono, e con l’imam Farid, ambedue impegnati nella propria missione. «Ad Astrachan —spiega Farid—ci sono oggi più di 40 moschee, mentre prima, in un passato neanche troppo remoto, ce n’erano solo cinque. La presenza, in questa città, di 19 confessioni o fedi non ha creato mai alcun problema, al contrario. Io m’incontro spesso con suor Anna e con altri leader religiosi, mettiamo a confronto le diverse esperienze nel tentativo di appianare e superare le difficoltà che ogni Chiesa deve affrontare. Per quanto riguarda la mia religione, posso tranquillamente affermare che qui non si sono mai verificati episodi omanifestazioni di quel fanatismo islamico che ha provocato altrove gravi inquietudini e turbamenti. Non siamo mai scesi sul terreno di guerra nel nome di Allah. Avrà notato che ad Astrachan si vedono poche donne velate per le strade, anzi non ce ne sono più». La cattedrale, con le sue cupole splendenti in questa giornata di sole e d’azzurro, è stata costruita—informa suor Anna—grazie anche ai finanziamenti dei commercianti e degli industriali locali, per la maggior parte di fede islamica, che accomuna il 24 per cento della popolazione russa. «La cosa non deve stupire — aggiunge in fretta la religiosa canadese avvertendo la nostra sorpresa —. Negli anni Trenta, quando il regime ateo comunista di Mosca minacciava di distruggere tutte le chiese o farne dei magazzini e delle caserme, furono i tatari musulmani, qui ad Astrachan, a fare una catena umana attorno alla chiesa per impedire l’assalto dei militari ».

A Saratov—anch’essa sul Volga, mille chilometri a sud di Mosca, circa un milione di abitanti — la religione sembra avere un impatto più forte. Molta gente, inginocchiata sulla moquette, assiste alla cerimonia liturgica nella moschea di Rachida. «Sia l’Islam che la Chiesa ortodossa—dice l’imam—sono in piena attività e godono, ambedue, di una grande affluenza di pubblico. Le due religioni convivono pacificamente da sempre perché animate dagli stessi principi. Solo la liturgia è diversa». Il regime sovietico è intervenuto pesantemente contro l’una e l’altra fede: «La repressione ha colpito nella stessa misura la comunità cristiana come quella musulmana. Ognuna ha avuto i suoi martiri: gente ammazzata, deportata in Siberia». Queste sofferenze hanno rafforzato lo spirito religioso nella regione di Saratov, che si distingue per l’assiduità, da parte dei musulmani, ai pellegrinaggi annuali alla Mecca. «Ma — assicura l’imam— noi non siamo mai stati contaminati da quel movimento che viene definito integralismo islamico. E disponiamo di un organo interno che previene ogni tipo di estremismo ». I libri di storia informano che l’Islam approdò in questa parte del mondo nel nono secolo dopo Cristo per iniziativa dello sceicco arabo Ibn Fadlan. Attualmente, i musulmani della regione sono una piccola minoranza rispetto allo Stato totalmente islamico delle origini. L’attuale muftì di Saratov, Mukaddas Barbisov, ricorda di essere entrato nella moschea quando aveva 17 anni tra la disapprovazione dei suoi coetanei, che non vi avrebbero mai messo piede, perché — sottolinea — «durante il periodo sovietico, un credente era considerato un retrogrado, fosse esso musulmano o cristiano». Una filosofia non del tutto estinta.

Fonte: Ettore Mo per il Corriere della Sera.

Una diciassettenne tra le vedove nere di Mosca

Gli investigatori russi hanno identificato una delle kamikaze che si sono fatte esplodere il 29 marzo nella metropolitana di Mosca: è una 17enne, vedova da pochi mesi di un miliziano ceceno. Le autorità hanno confermato che si tratta di Dzhennet Abdurakhmanova, e il quotidiano Kommersant ha pubblicato anche una sua foto con il marito, Umalat Magomedov: lei ha il capo coperto da un velo nero, ed entrambi compaiono con una pistola in mano.
La giovane era vedova di un militante islamico di peso in Daghestan, Umalat Magomedov, ucciso il 31 dicembre 2009 in un’operazione delle forze sopeciali contro i ribelli ceceni. L’identificazione “si basa su informazioni ricevute attraverso molteplici canali” secondo una fonte vicina all’inchiesta.
La foto della ragazza, con tratti ancora fanciulleschi nel volto, il capo interamente coperto dal velo nero, e abbracciata al compagno, entrambi con la pistola in mano, è stata pubblicata dal quotidiano di Mosca Kommersant. Non è chiaro se i due fossero formalmente sposati: Magomedov nella foto non porta l’anello. La “vedova nera” proveniva dal distretto nel Daghestan di Khasavyurtovsky e aveva conosciuto Magomedov quando aveva 16 anni, contattando i ribelli su Internet.
La stampa moscovita ha indicato inoltre nell’altra kamikaze una giovane di 20 originaria della Cecenia, Markha Ustarkhanova, a sua volta vedova di un ribelle ceceno ucciso nel 2009. Said-Emin Khazriev, eliminato in ottobre durante la preparazione di un attentato contro il presidente ceceno Ramzan Kadyrov.
Secondo l’agenzia di stampa Interfax, i servizi russi Fsb e la polizia avrebbero ormai identificato attentatori, complici e organizzatori sia dell’attentato della metropolitana di Mosca, il cui bilancio oggi è salito a 40 vittime, sia di quello di mercoledì a Kizliar, in Daghestan, costato la vita a 12 persone.

Fonte: TGCom.