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Condannata la blogger siriana

Tal al-Mallouhi, blogger siriana di 19 anni, è stata condannata a cinque anni di carcere per «cooperazione con un paese straniero», ovvero gli Stati Uniti, dalla Corte suprema di Sicurezza dello Stato di Damasco.
Lo ha reso noto il Syrian Observatory for Human Rights. La giovane, era stata arrestata nel dicembre del 2009 dalle autorità siriane, ed è nipote di un ex ministro, ha ricordato l’Osservatorio, che opera da Londra e ha inviato un comunicato sulla vicenda a Nicosia.
In ottobre il giornale siriano Al Watan aveva annunciato che Tal al-Mallouhi era stata accusata di spionaggio per conto dell’Ambasciata americana in Egitto.
In difesa della 19enne era scesa in campo anche l’amministrazione Obama che ne aveva chiesto la liberazione «immediata». Secondo le organizzazioni per i diritti umani, la Corte Suprema è un tribunale speciale che non offre garanzie processuali.
Human Rights Watch ha raccontato che la blogger, arrestata il 27 dicembre 2009, è stata tenuta a lungo senza contatti con l’esterno.

Fonte: Corriere della Sera.

Così la svolta del Cairo si ritorcerà contro di noi

Uno scenario da brivido. E infatti re Abdullah quasi ci resta. Succede ancor prima delle dimissioni annunciate da Hosni Mubarak ieri sera. Succede giovedì mentre al Cairo s’attendono il discorso del Faraone e le decisioni dei generali. Al telefono con l’ottuagenario sovrano saudita convalescente in Marocco dopo una difficile operazione d’ernia c’è il presidente Barack Obama. Non è una telefonata pacata. Il presidente, confortato dalle analisi errate della Cia, annuncia di voler chiuder il rubinetto degli aiuti all’Egitto per favorire il pronunciamento dei generali e accelerare l’uscita di scena del Faraone. Dall’altro capo del filo un sovrano disperato gli ricorda la necessità di non regalare altri punti a Teheran umiliando un vecchio alleato e gettando nel caos uno dei capisaldi dello schieramento anti iraniano. Infuriato dalla coriacea indifferenza di Obama, re Abdullah si dice pronto a garantire di tasca propria il mantenimento degli aiuti finanziari a Mubarak. Poi appende la cornetta e si accascia sul divano. Per molte ore voci incontrollate lo danno per morto, schiantato da un infarto. Per fortuna è solo un falso allarme, ma rende bene il panico generato dalla inadeguatezza e dalla superficialità con cui l’amministrazione Obama gestisce la più grave crisi mediorientale degli ultimi trent’anni. Una crisi che minaccia di contagiare i regimi alleati dell’Occidente, lasciar assolutamente indenni quelli allineati con Teheran e innescare la reazione di uno Stato ebraico pronto a tutto pur d’impedire alla Repubblica Islamica di conquistare l’egemonia regionale.
Eccesso di pessimismo? Non proprio. La calma piatta con cui la Siria, il miglior alleato di Teheran, risponde agli appelli alla rivolta diffusi via internet dagli oppositori all’estero fa capire come i regimi più severi e repressivi, legati a filo doppio all’Iran, siano quelli minor a rischio. L’opposizione iraniana nonostante l’annunciata discesa in piazza di domani non riuscirà, con tutta probabilità, ad aggirare le capillari misure di prevenzione predisposte dal regime. Una caduta rovinosa di Mubarak rischia invece, come ben sa re Abdullah, di delegittimare l’intero sistema di potere egiziano facendo cadere non solo i militari più vicini al ex presidente e al vice presidente Omar Suleiman, ma l’intera classe di potere cresciuta all’ombra del Faraone e dei generali. Uno scenario quasi inevitabile se si continuerà a lasciar mano libera alla piazza senza garantire un’ordinata transizione e una onorevole pensione all’uomo che per 30 anni è stato il simbolo della stabilità del Paese.
Le trame da brivido non si fermano qui. Trascinare nel caos e nell’ingovernabilità l’Egitto significa inevitabilmente far traballare anche Giordania, Yemen e Arabia Saudita. E regalare inaspettate occasione a tutti i gruppi fondamentalisti, dai Fratelli Musulmani ai terroristi di Al Qaida. In Egitto l’intero Sinai, ovvero la sponda orientale del canale di Suez, è tormentata da una rivolta beduina su cui s’inserisce il contagio di formazioni qaidiste e l’infiltrazione dei gruppi che garantiscono il contrabbando di armi iraniane provenienti dal Sudan e destinate a Hamas. Non assicurare più il controllo di quella vitale penisola significa costringere Israele a rispedire l’esercito a Gaza per assumere il pieno controllo della frontiera egiziana. A sud dell’Arabia Saudita la caduta di uno Yemen già infiltrato da Al Qaida e tormentato dalla rivolta delle tribù sciite filo iraniane finirà inevitabilmente con il rendere più instabile anche Riad.
Per garantirsi una piena e totale egemonia regionale Teheran dovrà a quel punto, soltanto accentuare le pressioni su un’Irak già sfuggito di mano all’amministrazione Obama. Un Irak dove da mesi Moqtada Sadr e le altre formazioni sciite alleate di Teheran condizionano l’esecutivo del premier Nuri Maliki. Una volta assunto il pieno controllo dell’asse che dall’Irak attraversa la Siria e il Libano di Hezbollah per arrivare al confine settentrionale d’Israele, Teheran dovrà inevitabilmente affrontare la resa dei conti con lo Stato ebraico. E per il Medio Oriente sarà la vera apocalisse.

Fonte: Gian Micalessin per “Il Giornale”.

Hezbollah coopererà con l’Onu sull’assassinio di Hariri

Pur non riponendo molta fiducia sul suo operato, il movimento sciita Hezbollah collaborerà con il Tribunale speciale per il Libano (Tsl), che sta indagando sull’assassinio dell’ex premier Rafiq Hariri.
A renderlo noto è stato il leader del partito, Hassan Nasrallah, nel corso di un’intervista concessa nei giorni scorsi ad al-Manar, televisione del gruppo.
”Coopereremo per sfidare le indagini svianti, piuttosto che per fiducia”, ha dichiarato Nasrallah, aggiungendo che gli inquirenti nelle ultime settimane hanno già convocato 12 persone vicine a Hezbollah – “in quanto testimoni, e non sospetti” – e che sono in procinto di convocarne altre sei.
Nella sua intervista Nasrallah ha anche criticato il fatto che il Tsl (voluto dalle Nazioni Unite per far luce sull’assassinio del febbraio 2005) abbia subito puntato l’attenzione sulla Siria, stretta alleata di Hezbollah, escludendo di fatto altre piste.
”Tutto questo, aggiunto alle indiscrezioni fatte filtrare alla stampa, ci crea dei dubbi sulla credibilità delle indagini”, ha commentato il leader della formazione sciita, che però ha detto anche di volere dare al comitato investigativo “un’occasione per provare la sua professionalità e non politicizzazione”.

Fonte: Osservatorio Iraq.

Storico vertice a Damasco tra gli ex-nemici Assad e Jumblatt

Il leader druso libanese Walid Jumblatt si è recato in visita ufficiale a Damasco, dove ha incontrato il presidente siriano Bashar al-Assad.
L’incontro – che è stato possibile anche grazie alla mediazione del principale alleato siriano in Libano, ossia Hassan Nasrallah il leader del movimento sciita Hezbollah – ha un grande valore diplomatico in quanto costituisce il primo passo verso una riconciliazione tra due “ex-nemici”.
Dopo essere stato uno storico alleato della Siria, infatti, negli ultimi anni Jumblatt si era schierato con il fronte filo-occidentale libanese e aveva attaccato più volte il presidente Assad e il regime di Damasco, accusandolo anche per l’assassinio del premier libanese Rafiq Hariri (avvenuto nel 2005) e auspicandone il rovesciamento.
Nelle ultime settimane, però, il leader druso, che a Beirut guida il Partito socialista progressista, si è pentito pubblicamente per quelle parole, definendole “improprie” e affermando che furono “pronunciate in un momento di rabbia”.
A marzo Jumblatt ha anche dichiarato di avere ”perdonato e dimenticato” l’assassinio di suo padre Kemal, avvenuto nel 1977, per il quale in passato aveva accusato la Siria.

Fonte: Osservatorio Iraq.

La protesta degli abitanti di Ghajar.

Centinaia di abitanti del villaggio di Ghajar, al confine tra Israele, Libano e Siria, sono scesi in piazza oggi per protestare contro i piani di divisione permanente del villaggio, circolati nelle ultime settimane sulla stampa locale.

Ghajar allora dall’Onu per fissare il confine tra i due Stati ha “spezzato – che storicamente faceva parte della Siria ed è stato occupato da Israele durante la guerra del ’67 – è stato diviso per la prima volta nel 2000, in occasione del ritiro unilaterale di Israele dal Libano.
La Linea blu tracciata ” il villaggio, lasciandone un terzo in Libano e i restanti due terzi nello Stato ebraico.
Successivamente, nel corso della guerra dell’estate 2006 contro il Libano, Israele ha occupato nuovamente anche la parte nord.
Adesso, secondo quanto reso noto dal quotidiano Ha’aretz, Tel Aviv avrebbe intenzione di dividere in maniera permanente il villaggio, mediante la costruzione di una apposita barriera.
In questo caso, la parte nord dell’abitato, dove vivono circa 1500 persone, finirebbe sotto il controllo della Forza multinazionale delle Nazioni Unite in Libano (Unifil), mentre quella sud, con una popolazione di circa 800 unità, rientrerebbe in maniera permanente sotto il controllo israeliano.

Fonte: Osservatorio Iraq.

C’è un tocco femminile nel risveglio religioso siriano

La Siria sembra stare attraversando un revival religioso – ben visibile nel numero crescente di donne che indossano l’hijab, o velo islamico – e guidato, in parte, dalle delle predicatrici di ispirazione conservatrice.
Si dice che la più influente figura religiosa conservatrice donna in Siria, la 70enne Munira Qubaisia, abbia almeno 75 mila seguaci, e il numero è in crescita.

I suoi predicatori, noti come Anseh, provengono per lo più dalle classi agiate ben istruite. Arrivano agli incontri a bordo di costose auto scure, ben vestiti e con un buon eloquio, con un’aria di autorità che lascia gli uditori incantati.
“Mi hanno aiutato, mi hanno fatto acquistare fiducia. Sono riuscita a camminare per strada senza timore degli uomini che mi circondano, e posso anche dire alle persone quando stanno sbagliando”, dice Umm Muhammad, un ex devota di Qubaisia.
Suo marito, tuttavia, non era contento della situazione.
“Non mi dispiace che esca e faccia qualcosa di utile, ma aveva iniziato a cambiare e voleva che cambiassi anch’io”, dice Abu Muhammad, che di mestiere fa il tassista.

Egli, un conservatore di circa 45 anni, dice che quando la moglie ha aderito ai Qubaisiat (dal nome della leader spirituale, ndt) è divenuta più rigida e ha puntato l’attenzione su quelli che lui considerava dettagli della superstizione piuttosto che tradizione consolidata.
“Sono d’accordo – dice Um Muhammad, che in seguito ha lasciato il gruppo – Ammiravo il modo in cui lavoravano e aiutavano le persone della comunità, ma non potevo sopportare il modo in cui volevano controllare le nostre menti e decidere per noi cosa fosse buono e cosa no. Se violi le regole e non obbedisci all’ordine Anseh, viene considerata una blasfemia”.
Nei primi anni ottanta, sotto l’ex presidente Hafiz al-Assad, scoppiarono degli scontri tra il partito socialista Baath al governo e i Fratelli musulmani sunniti, che stavano tentando un golpe contro il regime.
Una dura battaglia ad Hama, a nord di Damasco, causò – secondo le stime – 30 mila morti, per lo più civili, e subito dopo fu avviata una repressione dell’Islam radicale, con le moschee messe sotto stretto controllo.
Il presidente Assad promosse una sorta di Islam moderato “autorizzato dal governo”, concedendo la costruzione di più moschee e più scuole religiose – e più predicazioni da questi pulpiti ufficiali.
Inaspettatamente, ciò ha costituito un’opportunità per le predicatrici donne – che erano escluse dallo spazio pubblico – di fornire insegnamenti religiosi a porte chiuse, e molte di loro hanno tenuto in vita le posizioni più radicali e conservatrici dell’islam.
Con il figlio di Assad, il presidente Bashar al-Assad, le donne, comprese le voci più conservatrici, sono venute allo scoperto per insegnare nelle moschee e nelle scuole religiose.

“Si occupano davvero”
Asmaa Kiftaro, attivista religiosa e commentatrice, ritiene che i Qubaisiat ora sostengano la flessibilità più che in passato.
“Hanno capito che non possono continuare a sostenere un’ideologia rigida. Per avere più seguaci devono essere flessibili, ed è quello che stanno facendo”, dice.

La figlia 16enne di Kiftaro Hanan frequenta le lezioni dei Qubaisiat e afferma di poter scegliere se seguire o meno le loro prescrizioni.
“Mi piacciono, si occupano davvero di ogni ragazza e la fanno sentire importante”, dice Hanan.
“Ma per quanto mi riguarda io faccio quello che ritengo giusto fare. Penso che Dio ci abbia create per goderci la vita e non per essere severi. Non faccio niente di male se indosso i jeans e perciò non mi preoccupo se mi sgridano quando faccio cose che a loro non piacciono”.
Hanan stessa insegna ai bambini.
“Usano come insegnanti ragazze della mia età, 14 in su. Insegnavo loro il Corano e altre cose. Senti di poter fare qualcosa per la tua società, per le ragazze che puoi aiutare con l’Islam, e ciò mi rende davvero felice”.
I siriani sono orgogliosi della diversità e della natura tollerante della loro società. Eppure qualcuno ritiene che ciò stia cambiando.

Kinana Rukbi, graphic designer con convinzioni decisamente laiche, vede questo revival religioso come il risultato non voluto delle frustrazioni sociali ed economiche.
“E’ pericoloso per la società siriana, specialmente per il fatto che non vi sia un’altra tendenza a bilanciarla. Solo una parte è attiva, quella religiosa, ma le persone laiche non si muovono affatto”.
Rukbi vuole che i siriani laici si impegnino con le masse proprio come hanno fatto i Qubaisiat, “non che stiano distanti da loro”.

Fonte: Osservatorio Iraq.

Siccità in Siria, la storia di Turkya.

Il villaggio di Mjebre nel nord-est siriano aspetta da tre anni la pioggia. Storicamente lussureggiante, la regione è oggi in ginocchio per una siccità lunga almeno due anni. Il terreno appare desertico, non c’è più vita per i pascoli e per le altre attività agricole che permettevano il sostentamento della popolazione, costretta ad emigrare.

Turkya è una delle ultime abitanti di Mjebre.
Intervistata dalla Bbc, ricorda che nel 1984 quando diede alla luce Marouf, il suo primogenito, aveva cento pecore; nel 2005 era costretta ad acquistare il latte per la sua ultima figlia, Sabrine, dai vicini, e oggi nemmeno loro hanno più nulla.
Stime dell’Onu quantificano in un milione e trecentomila i rifugiati dell’acqua nella sola Siria, ma il fenomeno riguarda anche i Paesi confinanti, parte della Turchia, Libano, Iraq e Giordania.
Povertà, denutrizione e malattie sono in aumento, ha avvertito l’Onu; ma nonostante le reiterate richieste di aiuti urgenti per il nord-est del Paese, la risposta internazionale è stentata.
All’impasse della Croce Rossa e dell’Onu, che considerano la crisi troppo grande per qualsiasi governo, ha cercato di porre rimedio il governo siriano, distribuendo cibo, aiuti ed introducendo agevolazioni fiscali e nuovi prestiti per gli agricoltori.
La dieta di Turkya e dei suoi figli si limita da mesi a sole lenticchie e pasta, e i risparmi raccolti vendendo le pecore si stanno dissolvendo per acquistare acqua potabile. La regione dispone di un sistema di canali per l’irrigazione, adibiti in questi ultimi anni al trasporto di acqua potabile prelevata dalle falde. Il livello delle acque è però oggi troppo basso anche per quest’uso: l’acqua ristagnante è ad alto rischio di contaminazione.

“Perché la comunità internazionale interviene solo quando è troppo tardi?” si chiede Abdullah Bin Yehia, rappresentante siriano della Fao. “Se noi interveniamo adesso, possiamo ridurre sia la sofferenza che i costi dell’operazione. Intervenire all’ultimo minuto comporta un alto costo di vite umane, di spesa economica e, moralmente, è semplicemente sbagliato” conclude Bin Yehia.
A causa della malnutrizione la piccola Sabrine ha perso i capelli ed un suo fratello non è stato accettato a scuola perché privo della divisa obbligatoria (del costo di 11 dollari Usa), che non rientra nel budget di Turkya.
Marouf, il maggiore, ha contribuito all’aumento dei rifugiati dell’acqua, partendo con la moglie e i due figli. Hanno una tenda in uno dei tanti campi sorti attorno alle grandi città (Damasco, Aleppo e Homs) e quando è il giorno fortunato, Marouf lavora in una vicina azienda per 5 dollari Usa al giorno. La sua famiglia non ha beneficiato di alcun aiuto, e la prospettiva di un inverno in tenda è tragica. Il desiderio di rientrare nel paese di origine è forte, ma Marouf è cosciente dell’impossibilità di vivere oggi a Mjebre.
La provincia più toccata dalla grave siccità è Hasake, ed è l’esempio di come l’emigrazione sia solo una delle conseguenze cui si va incontro: la povertà divampa ed i bambini sono strappati dalle scuole per andare a lavorare.
La Siria ha una forte dipendenza in termini di approvvigionamenti idrici dalla Turchia, da cui nascono i fiumi che irrigano il Paese, ma la Turchia sta soffrendo a sua volta la carestia, e per questo trattiene più acqua, il che aggrava la situazione.
Le relazioni fra i due Paesi giocano in quest’ottica un ruolo di prima importanza, e i rapporti più distesi fra Damasco e Ankara visti in questi ultimi tempi lasciano spazio per una auspicabile collaborazione in tema di risorse idriche che allenti quanto più possibile la morsa della siccità.

Fonte: Osservatorio Iraq.

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