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L’istruzione femminile: uno sguardo

A che punto è il progresso per l’educazione di bambine, ragazze e giovani donne nei Paesi in via di sviluppo?

Un ottimo articolo di Rebecca Winthrop.

 

Istruzione

I piastrini degli Alpini in Russia

Dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” una storia che scalda il cuore.
E riesce a riportare in Italia un ricordo concreto di tanti giovani morti in Russia.

Qui trovate la storia ed il video realizzato.

La situazione critica dei palestinesi nei campi profughi del Libano settentrionale

Un interessante servizio della BBC .

Morire in un giorno di festa

Sembra che morire in un giorno di festa sia quasi una colpa.
Qualcosa da nascondere sotto il tappeto.
Anche se questa volta a far da coltre sono stati i mille, inutili, servizi su come si sarebbe festeggiata la notte di San Silvestro in giro per il Mondo.

È morto un altro soldato italiano: il Caporal Maggiore degli Alpini Matteo Miotto.
Non si è levato il solito coro dei “bastaguerre/tuttiacasa!” .
Così come l’insipida banalità di coloro che scrivono: è semplicemente l’ennesimo morto sul lavoro.
Evidentemente i pacifinti erano tutti troppo occupati col veglione di Capodanno.

Onori a te, Matteo.
Che la tua passione sia di esempio per i commilitoni, e possa consolare chi ti vorrà sempre bene.
Gli altri sono e saranno calciatori da salotto: seduti in poltrona son tutti capaci a segnare un goal…

Dove diamine si nasconde Osama Bin Laden?

L’interessante documentario di Morgan Spurlock parte da uno dei pensieri principali di chi sta per diventare genitore: come posso proteggere mio figlio?
I pericoli nascosti in casa, quelli del quartiere, le catastrofi ambientali e, last but not least, il terrorismo che rende ormai insicuro ogni angolo del Pianeta.
E come ogni newyorkese post 11 settembre 2001 quando si accenna ad un attentato il pensiero va immediatamente ad Osama Bin Laden e ad Al-quaeda.

Abbiamo l’esercito più potente, le spie meglio addestrate e le tecnologie più avanzate del Mondo.
Ma non riusciamo a trovare un uomo che si nasconde in Afghanilakuchapakiwaziristan?
[…]
Se ho imparato qualcosa dai film di azione ad alto budget, è che le complicate crisi globali possono essere risolte soltanto da un eroe solitario.
Pazzo abbastanza da credere di riuscire a sistemare tutto prima dei titoli di coda.
E scoprirò una volta per tutte… dove diamine si nasconde Osama Bin Laden?

Con questa premessa mi aspettavo novanta minuti di biascicamento sull’importanza della guerra che gli Stati Uniti hanno intrapreso contro il Nemico numero 1. Ben mescolato con una sapiente ridicolizzazione dello stesso, un po’ alla Achmed, the dead terrorist.
Ed invece mi sono trovata davanti agli occhi un regista che ha intrapreso il suo viaggio liberandosi di ogni sovrastruttura, pronto ad ascoltare chiunque volesse parlare con lui: ceto sociale, idee politiche, schieramento…poco importa.
Il fulcro dell’inchiesta è il confronto vero.
E tirando le somme, capire che, in fondo, tutti vorremmo ottenere le stesse cose. Soprattutto per le nuove generazioni.

Interessante, soprattutto per i non appassionati di Storia, il riassunto dei rapporti fra i presidenti Usa ed i vari “colleghi”: da Trujillo a Mubarak, passando per lo Shah di Persia ed arrivando a Saddam Hussein.

Il viaggio inizia a New York, ancor prima di partire.
Vaccinazioni e visite mediche.
Un corso avanzato di protezione personale: arti marziali, messa in sicurezza in caso di conflitto a fuoco e, soprattutto, come comportarsi in caso di posti di blocco e rapimenti.
Decisamente importanti poi un’infarinatura di lingua araba e di sociologia spicciola che sono basilari per l’intento del regista: parlare il più possibile con le popolazioni locali.

Il viaggio inizia in Egitto.
Si articola poi in Marocco, Israele, Giordania ed Arabia Saudita.
Le tappe finali saranno l’Afghanistan ed il Pakistan, culla e (come quasi tutti confidano) ultimo nascondiglio di Osama Bin Laden.
Ed in ognuno di questi Paesi Spurlock decide di raccogliere le opinioni ambedue i piatti della bilancia.
Chi crede che Al-qaeda debba continuare il suo lavoro per sradicare gli invasori dalla propria terra, anche a costo di uccidere tanti innocenti.
Chi, dall’altra parte, vorrebbe solo che tutto questo finisse: non tanto per gli adulti, che ormai vedono la loro vita irrimediabilmente segnata, ma per dare nuova speranza ai bambini ed ai ragazzi. Che rischiano, vista la povertà di quelle zone, di essere facilmente abbindolati e trascinati nelle fila dei terroristi in cambio di denaro per la famiglia e di un edulcorato Paradiso per loro.
La domanda che pone alla tutti i suoi interlocutori è semplice: se Osama Bin Laden venisse catturato ed ucciso, le cose cambierebbero?
La risposta è sempre: no.
Perché quel che ha fatto la strategia americana non è stata una guerra al Terrore, ma un’esportazione ed una frammentazione tali che ormai lo fanno somigliare ad una sorta di franchising: più si spendono soldi per combatterli, più i terroristi trovano nuovi canali per espandersi e trovare uomini da arruolare.
Al-qaeda è diventata così un’idea sovranazionale.
E continua ad usare la Religione come una maschera per nascondere la crudeltà e l’orrore della violenza: dove i moderati sarebbero anche la maggioranza, ma non hanno voci abbastanza forti per farsi sentire.
Il seme del rancore non può sparire da un momento all’altro: è necessaria una nuova politica per sradicarlo.
Ciò che serve è una strategia culturale: senza comprensione dell’altro, senza reciproco rispetto e tolleranza non può fiorire la Pace.

Il Paese che colpisce più di tutti il regista è sicuramente l’Afghanistan.
Dal primo sguardo si capisce come sia una terra che da più di trent’anni non conosce altro che la guerra.
La povertà è visibile ad occhio nudo, e poi manca tutto: ospedali, scuole, cibo, pozzi per l’acqua potabile.
Ma, soprattutto, si tocca l’assenza di speranza verso il futuro: i bambini non hanno cure, ne’ istruzione e, se nulla cambierà, saranno prede arrendevoli per i terroristi.
E la rabbia è tanta, troppa.
Perché gli aiuti internazionali arrivano. Ma le organizzazioni si limitano a guardare quanti soldi in più vengono inviati ogni mese. Non vanno a controllare i risultati finali: se quelle cifre siano poi effettivamente ripartite tra la popolazione ed usate per le infrastrutture basilari. Ed ecco che tutto si perde durante il percorso.
Viene filmata una scuola di Tora Bora: avevano promesso di costruirne una nuova, ed invece è tutto fermo dall’ultimo bombardamento. I muri pochi sono mattoni che lottano per restare uniti, il tetto non esiste così come l’illuminazione affidata semplicemente al sole. Come si può pensare a costruire un futuro in queste condizioni?

La mia piccola recensione si ferma qui: lascio a voi il gusto di scoprire la fine di questo bel documentario, così come i tanti volti che hanno accompagnato Spurlock nel suo lavoro, che riassume così:

Quello che ho capito in tutto questo viaggio è l’occasione di andare la fuori, a vedere e parlare con quelle persone delle quali, ci dicono, dovremmo avere paura.
Non sono uno che pensa che possiamo sederci intorno ad un falò a cantare Kumbaya, ok?
E’ una cosa ridicola.
Però credo che questi demoni ce li siamo creati dentro di noi.
Li abbiamo creati attraverso i media, e abbiamo creato queste visioni che sono così lontane dalla realtà.
E dopo un po’ iniziano ad alimentarsi da sole.
E la nostra paura cresce in modo esponenziale.
Si dice che chi va in cerca di guai, prima o poi li trova.
Io non sto cercando guai: cerco solo delle risposte.
E credo di averne trovate parecchie in questo viaggio…

La difficile impresa di nascere in Africa e non essere venduti

Aprire gli occhi alla vita — in una parola: nascere — in Africa.
Un dato geografico per riassumere un destino diverso da tutti gli altri possibili in questo mondo: stenti, fame, sopraffazione. E la piaga del traffico dei minori, una vergogna che ai nostri occhi appare inconcepibile. Ma esiste, è reale. Spesso quasi «normale» in certi Paesi. Perché significa guadagni facili per gli sfruttatori che vendono i loro chili di merce umana come schiavi.
Schiavi per i lavori nelle miniere e nei campi, o per i bordelli che aprono in spregio a ogni simulacro di legalità. Soprattutto in questi mesi, in queste settimane. Soprattutto in Sudafrica.
Paradosso delle opportunità.
Il Paese di Mandela, uscito dall’apartheid a testa alta, la nazione — nonostante le inevitabili sacche di povertà e le diseguaglianze – più ricca dell’Africa, ha cercato di utilizzare i Mondiali di calcio come volano per fare un salto ancora più deciso verso lo sviluppo. Ma i soldi, gli investimenti, non hanno portato soltanto lavoro. Le organizzazioni criminali si sono moltiplicate. Il traffico di migranti e di minori ha riempito le statistiche.

I bordelli si sono affollati di ragazzine e ragazzini in attesa dei turisti del sesso. Molti dei quali — nonostante le leggi che prevedono dure pene ai trasgressori anche nei Paesi d’origine — arrivano anche dal prospero Occidente.
Naturalmente, in Sudafrica come in Mozambico, nello Zimbabwe come nell’Africa Subsahariana, sono tanti i volontari che con le loro forze, spalleggiati da ong locali o internazionali, si provano a combattere questo fenomeno. Non è facile.
Ma è possibile e doveroso farlo.
Come dimostra la campagna di Terre des Hommes che, con la Ecpat (End Child Prostitution, Pornography and Trafficking), la più grande organizzazione internazionale che contrasta il fenomeno del turismo sessuale minorile, avvia il 22 aprile, con una conferenza stampa presso la sede Rai di viale Mazzini 14 a Roma, la campagna: «Mondiali 2010: tutti in campo contro il traffico di bambini».

La campagna prevede la diffusione di un filmato sul turismo sessuale, che verrà presentato dalle diverse trasmissioni Rai dedicate allo sport e all’attualità; pagine stampa che verranno pubblicate da oggi fino all’inizio dei Mondiali in spazi gratuiti ceduti dalle aziende pubblicitarie che hanno voluto sostenere l’iniziativa; banner per web (anch’essi ospitati in spazi gratuiti da portali e blog) che rimandano al sito www.tuttincampoperibambini.it , all’interno del quale si potranno approfondire i temi della campagna e scaricare un video e un’applicazione per Facebook «il campionato della solidarietà», da «girare subito a tutti coloro che, tifosi e non, vogliono dire “Io tifo per i bambini e ci metto la maglia”». La campagna entrerà anche negli stadi grazie alla collaborazione di tifoserie e società calcistiche. Prime ad aderire: l’Udinese, la Salernitana, il Torino, il Cesena e la Fiorentina, che sosterranno il turismo responsabile e la difesa quotidiana dei diritti dell’infanzia. «Questa iniziativa — dice Raffaele Salinari, presidente di Terre des Hommes Italia — confida anche nella creatività dei tifosi italiani che, al servizio della difesa dei bambini nel mondo, si sfideranno in una grande gara di solidarietà e partecipazione e, aspettando i Mondiali, insieme tiferanno per i bambini».

Sensibilizzazione e azioni concrete.
Questa è da sempre la cifra di Terre des Hommes. Da una parte denunciare le violazioni contro l’infanzia. Dall’altra aiutare i bambini in Africa a conquistarsi un destino diverso e più degno: studiando. Certo, spesso le risorse permettono di seguire soltanto qualche migliaio di giovani sparsi nei villaggi più poveri, o magari la trasformazione di una capanna di paglia in una stanza in muratura, da adibire a edificio scolastico. Ma tutto questo, una goccia nel deserto, è sufficiente a regalare una speranza a molte famiglie. Perché un bambino che studia avrà la possibilità di strappare sé e i suoi cari alla miseria.
Anche in Africa il destino non è necessariamente scritto nella pietra.
Ma sui banchi: di scuola.

Fonte: Corriere della Sera.

La Cattolica ad Herat per l’istruzione femminile

L’infanzia a Kabul non esiste.
Il 60% dei bambini afghani, secondo dati Onu, lavora per strada con i genitori e non accede ad alcun tipo di istruzione.
La mancanza di istruzione nega un futuro di sviluppo a tutto il Paese e, in particolar modo, si riflette sulla condizione della donna. L’Università Cattolica di Milano, in collaborazione con la Regione Lombardia, ha siglato un accordo con l’ateneo di Herat per l’avvio di due progetti nel campo dell’istruzione proprio a favore delle donne. Una delle questioni centrali per lo sviluppo dell’Afghanistan, ma spesso per molti altri Paesi islamici e radicali, riguarda infatti la qualità della formazione di base e la capacità del sistema educativo di mantenere a scuola le donne.
Il primo progetto, quindi, mira a supportare la qualità del sistema educativo delle donne afghane attraverso la formazione del corpo docente e la consegna di 50 borse di studio per quelle famiglie che decideranno di far proseguire gli studi delle ragazze fino al diploma. Il progetto è stato attivato presso la scuola della Pace, nel villaggio di Tangi Gharo, costruita nel 2005 con fondi internazionali (450mila dollari il 20% dei quali stanziati dal Vaticano) e che oggi ospita circa 1000 alunni, di cui 300 bambine e ragazze. Il secondo prevede la realizzazione del corso universitario Solidarietà e Sviluppo Sociale rivolto agli studenti del terzo anno accademico delle facoltà Educazione e Lettere dell’Università di Herat. Il corso, finanziato dall’assessorato Solidarietà e Famiglia della Regione Lombardia, vuole focalizzare la questione delle donne e delle famiglie come attori di sviluppo cruciali per l’Afghanistan moderno e pacificato, perché attraverso la loro emancipazione familiare si può aprire la strada a un Paese pacificato e democratico. Quella svolta dal professor Marco Lombardi dell’Università Cattolica di Milano è la terza missione nel Paese e, come le prime due, si è avvalsa dell’assistenza del ministero della Difesa per l’aspetto logistico e per l’ospitalità in sicurezza in Afghanistan. La prima missione risale al luglio del 2009 e servì a prendere coscienza della situazione afghana. Nella sua ultima missione il professor Lombardi è stato accompagnato dal funzionario della Regione Lombardia Antonello Grimaldi e dalla presidente della Fondazione Fondiaria Sai Giulia Ligresti. Nel corso di questa terza missione è emersa la necessità di ulteriori sostegni alla società afghana. I prossimi progetti allo studio riguardano un corso universitario di giornalismo, un progetto dedicato alle docenti donne e la realizzazione di una biblioteca giuridica per la polizia afghana.
Perché, come tutti gli operatori internazionali dicono, bisogna ridare al più presto l’Afghanistan agli afghani.

Fonte: Corriere della Sera.