Archivi tag: vittime

Stragi naziste: la Germania vince il ricorso contro l’Italia

La Germania non paga. Vi mando all’articolo di Lettera43: http://www.lettera43.it/attualita/38582/stragi-nazi-berlino-non-paga.htm .

Le ferite aperte della guerra in Kosovo

Il campo del dolore. È così che si chiama il più grande cimitero albanese delle vittime civili della guerra del Kosovo.
Ma più di dieci anni dopo, i riflettori sono puntati su serbi e albanesi di cui non si è mai più trovata traccia. Oggi sono nel mirino gli ex eroi dell’esercito di liberazione del Kosovo accusati di crimini di guerra da un rapporto del Consiglio d’Europa.

L’attentato di Mosca: una brusca sveglia per la sicurezza aeroportuale

Da un intervento della AbcNews .

La classe politica merita il sacrificio dei nostri soldati?

In questo 4 novembre, voglio lasciarvi questo post, con due interventi di Gianfranco Paglia. Perché dei militari troppo spesso si parla a vanvera, con stereotipi da commedia di bassa lega o dipingendoli come i più affamati dei mercenari.

Intervento completo dell’On. Paglia sull’informativa del Ministro della Difesa sui tragici fatti avvenuti in Afghanistan.

“Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, non entrerò nello specifico su quanto è accaduto sabato perché il Ministro è stato abbastanza chiaro. Purtroppo i soldati cercano di costruirsi il loro destino, però quando ti è avverso è praticamente impossibile resistere.
Venendo ai temi, inizio dal munizionamento. Non capisco le tante polemiche strumentali da parte dell’opposizione, perché qui non si sta parlando di andare a bombardare, come è già avvenuto nel Golfo e in Kosovo, qui si sta chiedendo di aumentare la capacità operativa dei nostri aerei, dei nostri soldati e della nostra missione. Qui si sta chiedendo di avere l’opportunità, se sotto attacco, di poter chiamare i nostri aerei ad intervenire e a bonificare l’area. Vorrei ricordare ai colleghi dell’opposizione che quando ti sparano addosso, i secondi di tempo sono fondamentali: un secondo in più o in meno ti può salvare la vita e dover aspettare l’invio di aerei non italiani, ma di altri contingenti è una perdita di tempo.
Io andrei oltre, signor Ministro, perché non è armando gli aerei AMX che risolviamo il problema dei nostri soldati. Io valuterei con molta attenzione un ulteriore invio di elicotteri, che più si sposano con la missione stessa, un maggior numero di uomini, non solo di addestratori, ma anche di combat per avere un maggior controllo dell’area ed intensificherei l’intelligence perché non ci possiamo nascondere dietro a un dito: se vogliamo vincere e portare a casa un risultato dobbiamo integrare il nostro contingente.
Sulla durata della missione sarei molto, molto cauto, in quanto la Somalia insegna: nel 1995 le Nazioni Unite sono praticamente scappate da Mogadiscio e a distanza di tempo abbiamo constatato che è diventata la più grossa base terroristica al mondo e in Afghanistan non possiamo correre questo rischio, anche perché dimostreremmo che i nostri soldati sono morti invano.
Un’ultima nota polemica: in questo periodo mi sono chiesto spesso se la classe politica meriti il sacrificio dei nostri soldati e obiettivamente vedere i banchi di quest’Aula così vuoti conferma i miei dubbi. Però, ho una certezza che mi accompagna da 17 anni: è quella che ridare il saluto, il sorriso ad un bambino martoriato dalla guerra vale sicuramente il sacrificio di un soldato italiano; quindi continui così, signor Ministro.”

Fonte: www.gianfrancopaglia.it .

Emergenza in Nigeria: centinaia i bambini morti avvelenati

Una strage di bambini si sta consumando dall’inizio dell’anno in Nigeria nella regione settentrionale di Zamfara: per avvelenamento da piombo legato all’estrazione dell’oro sono già più di 400 i piccoli morti dal mese di marzo. Lo rivela Medici senza frontiere (Msf), che lo scorso giugno avevano parlato di 160 morti.
«Il numero delle vittime è molto più alto di quello stimato finora – dice Gautam Chatterjee, di Msf, all’agenzia Ansa – Abbiamo fatto rilevamenti solo in alcuni villaggi, mentre nella maggior parte degli agglomerati non siamo riusciti ad arrivare per diversi problemi, quindi stimiamo che il numero dei bambini morti da marzo sia intorno a 400». L’emergenza era emersa all’inizio dell’anno quando era stato osservato un eccesso di decessi e malattie nello Stato di Zamfara e le indagini condotte avevano poi identificato la causa nell’avvelenamento da piombo legato all’estrazione di oro conpiuta con metodi artigianali. In molti di questi siti infatti le falde acquifere sono contaminate da metalli pesanti che appestano gli attrezzi e infettano l’ambiente circostante.
L’avvelenamento è dovuto alla ricerca manuale e artigianale dell’oro. Spesso si scava con le mani nella terra e nelle pozzanghere alla ricerca di una vena del prezioso minerale e si respira il piombo rimanendo contaminati. «A rischio sono soprattuto i piccoli, che hanno un sistema immunitario più debole degli adulti», spiega Chatterjee. Nello Stato di Zamfara gli «uomini cercano l’oro, poi lo portano alle loro donne che lo puliscono dalla sabbia, ma spesso accade che queste donne abbiamo a loro fianco dei bambini che respirano il piombo», continua Msf. Oltre a Medici senza frontiere lavora in questa zona anche la Ong (Oraganizzazione non governativa) Terra Graphic che negli ultimi mesi ha monitorato sette villaggi e che parla di migliaia di persone contaminate, di cui almeno 3.600 bambini sotto i cinque anni a rischio. La ong ha riferito di non essere riuscita a controllare altri villaggi che si stima siano contaminati, a causa delle difficile condizioni meteorologiche e delle forti piogge.
L’Onu ha stimato in settembre che circa 18.000 persone potrebbero essere rimaste contaminate. Un’emergenza che non è facile definire numericamente anche perchè molti luoghi dove si estrae l’oro sono per illegali. Il commercio di questo minerale è considerato una delle attività più remunerate: basti pensare che ci vogliono «circa due ore per estrarre un grammo del minerale che viene venduto a 23 dollari – dice Umaru Na-Taala del villaggio di Kirsa dove sono morti 50 bambini – mentre per coltivare il miglio ci vogliono 4 mesi e lo si vende a 40 dollari». Secondo gli studiosi, una eccessiva quantità di piombo nel sangue può provocare nei minori di 14 anni anemia, debolezza muscolare e, nei casi più gravi, danni irreversibili al cervello e morte.

Fonte: La Stampa.

Uccidere solo per divertimento

Cinque soldati americani in servizio nella provincia afghana di Kandahar, dediti alla droga e all’alcol, avrebbero ucciso dall’inizio di quest’anno tre civili afghani «solo per divertimento». La rivelazione choc del quotidiano americano Washington Post arriva nel primo giorno dello spoglio elettorale, dopo elezioni parlamentari boicottate dai talebani e segnate dal sangue: minacce, bombe, rapimenti e pesanti irregolarità segnalate da più parti. Il giornale cita documenti dell’esercito e persone vicine all’inchiesta, che affermano che i 5 militari di fanteria, compreso un sergente che sarebbe stato il «caporione», hanno assassinato tre civili fra gennaio e maggio di quest’anno. Gli omicidi, secondo il Post, «sono stati commessi essenzialmente per sport da soldati dediti all’hascisc e all’alcol». Tra le vittime anche un religioso afghano. Nell’inchiesta sono indagati anche altri sette membri della Quinta brigata di combattimento Stryker, ai quali sono contestati reati minori come consumo di droga e atti di «nonnismo».
I componenti del plotone accusati di omicidio hanno cominciato a parlare di creare uno «squadrone della morte» nel dicembre del 2009, quando alla brigata Stryker si è unito il 25enne sergente Calvin R. Gibbs, che era già stato in Afghanistan nel 2004 e si vantava con gli altri delle sue «imprese». I cinque, coalizzati attorno a Gibbs, hanno a lungo accarezzato l’idea di uccidere un civile afghano scelto a caso e di far passare tutto sotto silenzio, solo per fare una bravata. Il 25 gennaio, nel villaggio di La Mohammed Kalay a Kandahar, si è presentata l’occasione che aspettavano: un civile disarmato si è avvicinato per parlare con loro. Uno della squadra ha cominciato a urlare e ha lanciato una granata, poi gli altri hanno aperto il fuoco, assassinando il civile. Il tutto è stato fatto passare come difesa da un attacco terroristico.
Di queste imprese, lo «squadrone della morte ne ha compiute almeno tre, tra gennaio e maggio 2010. Dopo le uccisioni, i militari avrebbero smembrato e fotografato i cadaveri delle loro vittime, e avrebbero collezionato teschi e ossa come macabri trofei. Per mesi sono riusciti a farla franca. Già a dicembre un giovane commilitone aveva confessato ai propri genitori, sotto choc, quello che Gibbs e i suoi compagni stavano facendo: il padre del ragazzo ha tentato più volte di avvertire gli ufficiali superiori dell’esercito, ma a lungo è rimasto inascoltato. Tutti gli indagati hanno respinto le accuse e, messi davanti alle prove, hanno cercato di scaricare la colpa gli uni sugli altri.

Fonte: Corriere della Sera.

Ad Herat una scuola dedicata a Maria Grazia

«Da quando sono in Afghanistan mi sembra di sentire più forte la presenza di Maria Grazia. È la prima volta dalla morte di mia sorella che un Cutuli viene qui».
Mario Cutuli, il «fratello piccolo» della giornalista del Corriere uccisa il 19 novembre del 2001, parla in un microfono che rimanda la sua voce in un’eco. Prima di lui l’hanno sperimentato il mullah e capo villaggio, le autorità del distretto e della provincia, i militari italiani, il rappresentante della Farnesina e anche un coro di bimbe hazara in foularino bianco. Ognuno a suo modo ha ringraziato gli altri per la costruzione della nuova scuola dedicata a Maria Grazia Cutuli.
Il sole è implacabile e l’ospitalità afghana fa il possibile: ai notabili col turbante arrivano cetrioli e pesche, agli stranieri si offrono bibite in lattina, da un pentolone i bambini a turno bevono limonata con un’unica tazza gialla. Mario Cutuli è commosso. Ha lavorato tanto per queste future otto classi, progettate con i criteri della bioedilizia e del risparmio energetico, immerse in un orto-giardino che servirà anche per le lezioni di un agronomo. «Otto architetti hanno contribuito gratuitamente per onorare ciò che Maria Grazia amava di più di questo Paese: il paesaggio e i bambini». È il giorno della posa della prima pietra. Ci sono stati mesi di trattative, la ricerca del villaggio, degli ok dalla politica e dalla burocrazia afghana. È una festa, ma tutt’attorno ci sono alpini, marò del San Marco, carabinieri in giubbetto anti proiettile ed elmetto, un cordone di sicurezza fatto da blindati anti mina e Land Cruiser corazzate e senza targa. La storia della scuola che verrà può già raccontare tanto dell’Afghanistan. Anche perché questa sarà la seconda scuola dedicata a Maria Grazia. La prima è a Maimanà, in un’area lontana da ogni base militare dove, nel 2004, potevano vivere senza protezione i cooperanti di Intersos che la fecero con fondi Rcs. Il villaggio di Kush Rod, invece, è a 15 chilometri da Herat dove hanno la loro caserma principale 4600 soldati internazionali di cui 3.600 italiani. Il villaggio è stato scelto, tra le altre cose, anche per le garanzie di sicurezza per chi dovrà seguire i lavori, portare 50 computer e garantire il rispetto degli accordi. Perché qui, dice orgoglioso Said Ahmad, il capo villaggio, «siamo tutti mujaheddin, nemici dei talebani. Quando il mullah Omar conquistò Herat, su 3.000 abitanti, 2.500 scapparono in Iran con il comandante Ismail Khan».
Il distretto di Injil dove si trova il paesino è uno di più amichevoli nei confronti della Coalizione anche grazie ai buoni uffici dello stesso Ismail Khan che oggi è ministro dell’Energia. I pashtun, l’etnia che ha sorretto il movimento talebano, qui è solo il 10-20 per cento. Con le fornaci per i mattoni e i canali d’irrigazione per l’agricoltura è tra i distretti più ricchi della provincia che è la più ricca del Paese. Sempre secondo gli standard afghani, naturalmente. L’unica scuola del villaggio è un tugurio di terra battuta, caldo d’estate e freddo d’inverno, troppo piccolo per i 600 studenti. La maggioranza sono femmine visto che i maschi, spiega Jamal Sha, capo della shura, il consiglio degli anziani, «possono anche camminare un po’ di più per arrivare in altre scuole». Attenzione a rallegrarsi, è sempre Afghanistan. «Da noi i bambini non lavorano» si vanta, infatti, Haji Sufi Gulasha, proprietario di due fornaci. «Cominciamo ad assumerli solo dai 10 anni». «Tentiamo di portare il buon governo, non siamo un semplice imbuto attraverso il quale passano i soldi per scuole, ospedali, strade». Chi parla è il colonnello Emanuele Aresu, comandante del Prt di Herat (la squadra di ricostruzione provinciale della Coalizione). È grazie al suo lavoro se, dall’Italia, la Fondazione Cutuli ha potuto preparare l’iniziativa che così, al di là o meno delle intenzioni, rientra nella strategia del generale americano McChrystal: premiare le aree favorevoli al governo di Kabul, invogliare quelle ostili a cambiare alleanza attraverso il pugno di ferro e aiuti concreti.
Un esempio viene dalla provincia di Farah, dove a comandare il distaccamento italiano è il colonnello Franco Federici. «L’anno scorso il villaggio di Shewan sulla strada 517 — racconta — era infestato di “insorgenti”». Truppe speciali Usa e afghane li hanno sconfitti in autunno. «Ora sulla strada ci sono i check point della polizia afghana e noi italiani abbiamo concordato con gli anziani la costruzione di una scuola di quattro classi». Solo maschile, certo, perché dopo 9 anni di presenza internazionale, l’obbiettivo non è più quello di cambiare la mentalità, ma solo di convincere la gente che è più conveniente stare con Karzai e l’Occidente piuttosto che con il mullah Omar. La prima scuola «Maria Grazia Cutuli», quella a Maimanà, oggi non ha più assistenza internazionale diretta. La provincia è diventata troppo pericolosa per degli stranieri disarmati. La seconda sorgerà alle porte di Herat dove il Prt italiano è uno dei rari esempi di successo. «È solo una goccia, ma mi auguro che possa contribuire a riportare pace e sviluppo in questo Paese che mia sorella amava tanto» ha detto Mario Cutuli mescolando di nuovo il proprio dramma familiare con quello di una nazione intera. «Inshallah», a Dio piacendo, hanno replicato i notabili applaudendo.

Fonte: Il Corriere della Sera.